Campioni del mondo come volontà e rappresentazione
Stasera c’è questa semifinale, insomma, Italia-Germania 4-3.
Nonostante io stia aspettando una vittoria dell’Italia al mondiale da circa 68 anni (nel 1982 ne avevo 5 e pensavo fosse una finale di Coppa delle coppe tra il Madrid e il Bernabeu. Anche se questo contrastava con il fatto che mia nonna, storicamente non interessata al calcio, dopo la partita fosse andata ad arrampicarsi su un palo della luce avvoltolata in una bandiera dei Savoia gridando tre volte “non ci prendono più!”) e nonostante abbia promesso che, in caso di vittoria, darò fuoco al bar (il barista lo scopre ora. Ciao Ste), io non potrò godermela fino in fondo e per il semplice fatto che il mattino dopo l’eventuale (certa) finale azzurra, dovrò presentarmi alle 8 in facoltà per sostenere un esame di filosofia.
Ora, dal momento che, in caso di finale, non posso tifare contro e considerando che non posso, in caso di vittoria, salutare tutti e poi andarmene a ripassare l’utilitarismo benthamiano nel silenzio del mio salotto, mentre fuori impazzerà la festa e salteranno tutte le norme giuridiche, compresa quella che impone di pagare le prostitute, e considerando infine che non posso andare dal professore, domani, e chiedergli di spostare l’esame, perché andrebbe in questo modo:
Chinaski entra nell’ufficio del professore. Il professore lo guarda, severo. Chinaski ha dei coriandoli blu tra i capelli.
Chinaski: salve.
Prof: sì?
Chinaski: ecco. Non so se lo sa, però ieri abbiamo battuto la Germania.
Prof: ah, sì, ho sentito.
Chinaski: sentito?
Il professore lo guarda, senza capire.
Chinaski: va beh. Ecco. Lei ha inavvertitamente messo il suo appello lunedì mattina.
Prof: me lo ricordo benissimo. Alle 8, puntuale.
Chinaski: ehm… sì.
Prof: e quindi?
Chinaski: no, niente. Lei guarderà la finalissima, domenica sera?
Prof: la seguirò sul televideo.
Chinaski: ma porc… sul televideo, eh? Bene, bene… e se vince l’Italia?
Prof: ah, speriamo. Sarei contento.
Chinaski: contento.
Prof: sì.
Chinaski: bello.
Prof: sì.
ecco, considerando tutto questo, sarò costretto a
(rullo di tamburi)
registrarla
(pernacchio).
Registrare la finale dei mondiali per guardarla il giorno dopo, dunque, significa arrivare al giorno dopo senza saperne il risultato, un’operazione che mi è nota per averla sperimentata con i Gran Premi di Formula 1, quando correvano in Giappone alle 6 del mattino e io mi affidavo alla differita del pomeriggio (dal momento del mio risveglio, era vietato accendere la televisione, la radio o collegarsi in rete. Era vietato sorridere o mostrarsi depressi, cantare l’inno tedesco e, soprattutto, per chi aveva già visto la gara, sedersi di fianco a me per guardarsi la differita fregandosi le mani e dicendo “rimango solo fino al 23esimo giro”).
Per la finale dei mondiali, però, la cosa si fa seria.
Prima di tutto, mi serviranno dei tappi da mettere nelle orecchie (meglio due asciugamani bagnati, forse). Dovrò chiudere tutte le imposte per evitare di vedere le fiamme dei cassonetti incendiati e mettere una mascherina per evitare di accorgermi delle vibrazioni dei lampadari (i lampadari possono dirti non solo chi ha segnato, ma persino se il giocatore era effettivamente in fuorigioco passivo). Dovrò staccare il telefono e spegnere il cellulare e non accenderli per ventiquattr’ore. Infine andare a letto.
Il mattino seguente, però, c’è il tragitto in università e poi l’esame. E qui sarà veramente dura.
Dovrò imparare il percorso a memoria, in modo da poterlo fare alla cieca (in caso di vittoria, tutte quelle persone sbronze con i capelli tinti di azzurro addormentate sui marciapiedi potrebbero suggerirmi il risultato. Per non parlare delle macchine ribaltate, degli elettrodomestici fracassati dai terrazzi e degli studenti francesi (o portoghesi) impiccati ai crocicchi). I tappi nelle orecchie saranno ancora indispensabili, ovviamente, anche se purtroppo dovrò togliermelii per sentire le domande del professore.
Prima di quel momento, comunque, tutte le persone che si avvicineranno per chiedermi qualcosa verranno scacciate da un lapidario “va via!”, perché sappiamo benissimo come si evolvono certe conversazioni:
Caso 1)
Tizio: scusa, hai da accendere?
Chinaski: certo, ecco.
Tizio: contento per ieri sera?
Chinaski: spero che tu muoia.
Caso 2)
Tizio: scusa, hai da accendere?
Chinaski: certo, ecco.
Tizio: devo aver perso il mio accendino in piscina la notte scorsa.
Chinaski: grazie.
Caso 3)
Tizio: scusa, hai da accendere?
Chinaski: sì ma non dirmi altro.
Tizio: eh?
Chinaski: non dire niente.
Il tizio fa spallucce, si volta e se ne va, mostrando la schiena nuda, perché la sua camicia è a brandelli, e la scritta “campioni del mondo” tra le scapole, incisa probabilmente con un temperino a serramanico.
L’ultimo scoglio, ovviamente, è il professore stesso. Ma quante possibilità ci sono che una persona che segue la finale dei mondiali sul televideo si metta a parlarne, all’esame, tra un Heidegger e l’altro?
Prof (dopo mezz’ora d’esame): ok, le faccio l’ultima domanda, vediamo se almeno sa questa. Mi parli dell’utilitarismo di Bentham.
Chinaski:…
Prof: allora?
Chinaski: guardi, purtroppo non mi viene in mente.
Prof: uhm. Mi mette in una situazione difficile.
Chinaski: lo so, mi scusi.
Prof: va bene, dai. In un qualsiasi altro giorno l’avrei bocciata, ma oggi…
Chinaski: per favore, no…
Fulmineo, Chinaski si tappa le orecchie con le mani e non sente il professore che dice:
Prof (gaio): … visto che abbiamo vinto i mondiali, le do un bel 18!
Chinaski annuisce, fingendo di capire, e sorride sforzato. Quando la bocca del professore si chiude, si toglie le mani dalle orecchie. Il professore lo guarda per un lungo istante, poi alza le braccia e dice:
Prof: Toni, Toni, Del Piero!
