martedì, 15 febbraio 2005

Mai dire quando si laurea Chinaski

La mia laurea è diventata un fatto mitico, proverbiale.
La gente si è stancata di chiedermi quanti esami mi mancano, quando penso di laurearmi, se penso di laurearmi, e che lavoro voglio fare (se lo voglio fare, ovviamente. E la risposta è no, comunque).
Tutte le risposte date in precedenza sono state dimenticate, o travisate, o mescolate.
Il tutto ha smesso di essere vergognoso, e sta sensibilmente slittando verso il simpatico-grottesco.
L’altro giorno un mio parente ha fatto un’allusione al mio presunto essere uno studente pigro e svogliato.

Parente: “Mi hanno detto che non stai andando molto bene, all’università.”
Chinaski: “Chi è stato? Mia madre?”
Parente (imbarazzato): “Eh? No, non so… si parla di tanto tempo fa.”
Chinaski: “Quanto tempo fa?”
Parente: “Boh… quattro anni fa, credo.”

Quattro anni fa, già si rideva di me.
Ma non è solo questo.
Ormai tutti sostituiscono la mia futura laurea alla famigerata espressione dialettale magotta “l’an dal du, il dì dal mai pù”. Cioè: mai.

Padre di Chinaski: “Credo che un giorno o l’altro andrò in pensione.”
Qualunque: “Sì, certo! Quando si laurea Chinaski!”

Madre di Chinaski: “Quando ti laurei?”
Chinaski: “Quando si laurea Chinaski.”

Il problema sta nel fatto di sostenere un esame all’anno.
Secondo un complesso calcolo aritmetico, avendo ogni esame una validità di dieci anni, andrà a finire che quando sarà il momento di sostenere l’ultimo, me ne mancherà comunque uno, per sempre, in ciclo continuo.

Le motivazioni addotte per spiegare quest’inesorabile lentezza sono svariate. Lo sono state negli anni, intendo.
Le riporto brevemente.

Nichilisticheggiante
Siccome niente ha valore, tantomeno laurearsi. Ammettiamo che uno si laurei. E poi? Lavora, al massimo. Guadagna soldi, si compra una Ferrari. Muore. Fine.
Consideriamo invece la vita di un non laureato. Lavora, probabilmente. Guadagna soldi (magari anche di più). Si compra due Ferrari. Muore. Fine.
Il risultato è uguale. Nel mezzo, opportunità non necessariamente peggiori.
Contingentemente, quindi, tanto vale.

Edonichilischeggiante
Siccome niente ha valore, tanto vale spassarsela.
Trascorrere intere giornate e addirittura settimane a studiare può essere ironico, ma non buffo.
Riguardo al piacevole, solo se sadomaso. Anzi, solo maso.
Ma visto che non studiare per niente significherebbe lavorare, e siccome lavorare è tanto distante dallo studiare quanto lo studiare dal piacere, e considerato che la verità sta nel mezzo, è proprio lì che potete trovarmi, specialmente all’ora di pranzo.

Realisticamente
Andiamo, su: una laurea in filosofia a che serve? Non è propedeutica per una mansione specifica. Non è come psicologia, che aiuti la gente, o ingegneria, che progetti fognature (e nessun concetto è tanto necessario e universale quanto cacare).
Finisci l’università, e diventi filosofo. Ammesso che un lavoro del genere esista. Cos’è? Prendi la laurea, una specializzazione in metafisica, e poi te ne vai di casa in casa, come un rappresentante di scope, a vendere considerazioni sulla vita eterna?

Un uomo che suona un campanello qualsiasi e una signora che apre la porta. Una massaia.

Massaia: “Sì?”
Chinaski: “Salve. Sono un metafisico. Le interessa discutere del concetto di Volontà in Schopenhauer?”
Massaia: “No, mi spiace, sono hegeliana.”


In virtù di queste considerazioni, ho stabilito una precisa tabella di marcia, secondo la quale dovrei riuscire a laurearmi entro un certo periodo.
Ho preso il numero di tutti gli esami che mi mancano, l’ho moltiplicato per il tempo medio di preparazione di ognuno, considerando un piccolo coefficiente variabile dovuto a contrattempi quali: i mondiali di calcio, le olimpiadi scacchistiche del 2006, il maremoto; ho tenuto conto di eventuali e probabili bocciature in determinate materie di assoluto disinteresse, come Storia medievale e Storia del pensiero politico medievale (tanto che c’erano potevano inventarsi altre discipline assurde, che so?, Storia del pensiero politico ipotetico medievale e Storia del pensiero politico medievale nel caso che San Tommaso si fosse dichiarato omosessuale al Concilio del 68); a questo punto ho perso il conto, e ho ricominciato da zero, dimenticando fattori a caso.
Il risultato, che va considerato come risposta all’eterna domanda “quando ti laurei?”, è 9,31.
 

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