La signora Maccellow
Una mattina scendo dal letto e vado in bagno e passo in soggiorno e poi in cucina.
Metto su il caffè, gli occhi ancora socchiusi.
Ci penso un secondo.
Esco dalla cucina e torno in salotto.
E la vedo. Non mi ero sbagliato.
La signora Maccellow è spuntata.
Non esiste espressione migliore.
Spuntata. Flop. Come un fungo.
Così, giro per casa e la vedo, in piedi che stira come niente fosse, imperturbata dalla montagna di calzini e mutande. La prima sensazione, anche per una coerente somiglianza, è che si tratti di mia madre. Un po’ più piccola, un po’ più appassita, con una diversa messa in piega.
Mia madre e la sua ombra.
Dopo ventisette anni che in casa tua ci siete solo tu e la tua famiglia, un mattino entri e trovi una perfetta sconosciuta.
Che stira.
Più tardi, chiedo:
Chinaski: “Hai notato anche tu quella cosa?”
Madre: “Cosa?”
Chinaski: “Quella cosa che c’era stamattina, in soggiorno.”
Madre: “Ma cosa?”
Chinaski: “Quella cosa che stirava.”
Madre: “Ah, sì. La signora Marcella. Ci dà una mano.”
Chinaski: “Abbiamo la donna delle pulizie?”
Madre (severa): “Ci dà una mano.”
Chinaski: “Anche il benzinaio, sotto un certo punto di vista, mi dà una mano quando mi fa il pieno. Però poi vuole essere pagato. La signora Maccellow vuole essere pagata?”
Silenzio.
Chinaski: “Allora abbiamo la donna delle pulizie.”
Siccome la donna delle pulizie in genere è una sottoposta, io non riesco a vederla come una persona vera e propria. E riverso su di lei la mia smania di onnipotenza.
Signora Maccellow, questa macchia sulla maglietta?
Signora Maccellow, è pronta la mia biancheria?
Signora Maccellow, mi prepara una tazza di cioccolata?
La signora Maccellow sopporta. Capo chino e sguardo di rivalsa, incassa. Ha una vocina flebile che sembra provenire da un’altra stanza. Sempre un’altra stanza rispetto a quella in cui si trova. È piccola. Un metro e trenta all’incirca. E io non è che lo faccio per cattiveria. È una questione prettamente gerarchica.
Mia madre cerca di fare la spola.
Madre: “Senti, devi essere più gentile.”
Chinaski: “Con Maccellow?”
Madre: “Si chiama Marcella, smettila.”
Chinaski: “Viene pagata.”
Madre: “Non è la nostra schiava.”
Chinaski: “A che ti riferisci?”
Nel frattempo la signora Maccellow arriva, silenziosa. Mi si accosta con prudenza. Nella mano tiene un vassoio. Sul vassoio, due cotton fioc.
Madre: “A questo. Signora Marcella, non deve farlo…”
La signora Maccellow guarda prima mia madre, poi me. Io le faccio un cenno con il capo, lei se la fila.
Chinaski: “Non capisco cosa intendi.”
Col passare dei giorni, la signora Maccellow diventa sempre più indispensabile. Ovviamente non riesco a trattenermi dall’abusarne. La chiamo per ogni cosa, e anche quando non mi serve nulla:
Chinaski: “SIGNORAAA MACCELLOOOOOOOW?”
Maccellow:”puff…pant…sì??”
Chinaski: “Niente. Si tenga sempre in zona.”
Maccellow: “Ero al piano di sopra. Mi ha fatto fare le scale per cosa?”
Chinaski: “Adoro sentire il ticchettio dei suoi piedini trafelati sul parquet.”
Fino al giorno in cui la signora Maccellow se ne andrà. So che deve succedere, ma non sono sicuro di poter rinunciare tanto facilmente. Lei verrà a stirare le mutande un’ultima volta. Poi prenderà la sua borsetta, il suo cappottino, stringerà la mano a mia madre, farà per andarsene, e poi, proprio sulla soglia:
Chinaski (dal bagno): “SIGNORA MACCELLOOOOw?”
Maccellow: “COSA?!”
Chinaski (dal bagno): “HO FINITO!”
Madre: “MA SEI IMPAZZITO? Signora Marcella, sono così imbarazzata…”
Maccellow: “…
Chinaski (dal bagno): “PER FAVORE! L’ULTIMA VOLTA!”
Madre: “MA CHE SEI SCEMO?
La signora Maccellow appoggia il cappotto e la borsa, guarda mia madre.
Madre: “Non lo faccia.”
La signora Maccellow s’incammina verso il bagno, armata di carta igienica.
Madre: “Signora Marcella…”
La signora Maccellow sparisce nel bagno, inghiottita.