Cose più alte
Mio padre è il più grande lavoratore che il suo socio abbia mai conosciuto, mi ha detto una volta il suo socio, e il suo socio è il più grande lavoratore che io abbia mai conosciuto. Dopo mio padre, è chiaro. Sono un mix esplosivo, quei due: uno arriva alle sei del mattino, salta giù dal furgone, si frega le mani, accende le macchine e comincia a lavorare e non lo ferma più nessuno fino alle otto di sera. Fanno quattordici ore filate, se non sbaglio, e se ne può togliere giusto una e mezzo per il pranzo. Non credo di aver mai fatto una cosa per quattordici ore di fila, nella mia vita, tranne giocare a Championship Manager.
L’altro – mio padre – si alza alle sei del mattino, come minimo, prende Jisus per i riccioli e la trascina giù dal letto e la mette davanti ai fornelli e al frigorifero e le chiede gentilmente se “amore mio puoi scaldare il lattuccio?”. Lui dice che è perché gli piace fare colazione con lei. Lei grugnisce e penso che vorrebbe andare avanti a dormire fino almeno alle nove, ma in nome dell’amore si adegua e probabilmente recupera le ore di sonno mentre lui le racconta le sue mirabolanti avventure lavorative. Dopodiché mio padre raggiunge il suo socio e fa la sua tirata tale e quale a lui, mentre tutt’intorno le luci degli altri stabilimenti progressivamente si spengono e gli operai se ne vanno o si danno il cambio di turno e finisce il giorno o ne comincia un altro.
Mio padre mi ha sempre detto che, qualsiasi cosa avesse fatto, l’avrebbe fatta a questo modo, e io gli credo. Se avesse fatto il gelataio, avrebbe venduto gelati anche il quindici dicembre alle undici di sera a due barboni infreddoliti. Li avrebbe invitati dentro, perché è una persona di una bontà senza limiti, gli avrebbe dato una coperta e un termosifone e qualche biscotto e però anche un cono gelato. Garantito. Se avesse fatto il capo di governo avrebbe lavorato a decreti legge e risoluzioni tecniche e finanziarie dall’alba al tramonto, avrebbe vietato gli scioperi, avrebbe portato le ore di lavoro minime giornaliere a diciotto senza modificare il salario, avrebbe cancellato le ferie, le mutue, le malattie, avrebbe vietato i tramonti. Naturalmente il popolo sarebbe insorto nel giro di poco tempo e il palazzo del governo dato alle fiamme e mio padre non avrebbe capito ma, onesto com’è, si sarebbe dimesso, magari scuotendo la testa e sapendo di aver fatto tutto per il meglio. La gente vuole il lavoro ma non vuole lavorare diciotto ore al giorno. Mio padre e il suo socio sono un caso limite e io sono il caso limite opposto.
Com’è possibile? La mia teoria – perché ho una teoria – è che da un lato si debba considerare il fattore ereditario. Da un genitore ho ereditato certe cose e dall’altro certe altre. Da mio padre ho ereditato il colore degli occhi, ad esempio, da mia madre gli occhiali. Fiducia illimitata nei propri mezzi: padre. Imbranataggine: madre. Presunzione d’infallibilità: padre. Sospetto di aver fallito, a prescindere: madre. Tendenza a essere soverchiato: madre. Idiosincrasia per il conflitto: padre. Eccellenza nonostante tutti questi apparenti difetti: padre. Altri difetti non elencati: madre. E così via, fino a: pigrizia: madre; ferrea determinazione: padre. L’unione di queste ultime due ha prodotto lo strano individuo eternamente sfaccendato che sono.
Dall’altro lato, poi, c’è che il mio carattere si è senz’altro formato per reazione. Per quanto io stimi mio padre oltremodo, è piuttosto evidente che sono venuto fuori per contrasto, senza volere, come un negativo. Lui è un uomo pratico, io sono una nuvola di fumo. Lui bada al sodo, io leggo un libro. Lui se non è impegnato si sente perso, io mi perdo nel disimpegno. Lui se non lavora si deprime, io mi deprimo al pensiero. Lui ha le mani segnate dall’attività e dal sacrificio, io ce le ho ancora avvolte nel pluriball.
Andando a ritroso non saprei trovare un evento particolare che può avermi fatto diventare così, che può avermi aiutato a sviluppare la mia spettacolare filosofia non-lavorativa, non-partecipativa, non-contributiva. Alle elementari ricordo che io giravo in bici per la campagna circostante. Alle medie ero sempre in bici che gironzolavo, inseguito da alcuni discepoli-cane. Poi in motorino, sempre a gironzolare, i cani più indietro, dei puntini scodinzolanti nei retrovisori. Al liceo ho scoperto il bar e qualcuno in casa cominciava a sentire puzza di bruciato. Arrivata la patente, poi, non mi hanno proprio più visto, e lì hanno cominciato a capire che, forse, ero nato per fare altre cose. Cose diverse. Cose più alte. Cose tipo niente.
chinaski77
alle ore 10:54 |
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