sabato, 11 ottobre 2008

L’invisibile agonia della specie

Trovo molto triste e degno di biasimo interessarsi a qualcosa solo perché chi l’ha prodotta è appena morto, e in teoria dovrebbe essere il contrario, cioè non si dovrebbe avere più alcuna fretta perché non c’è più il rischio che le opere della salma si accumulino l’una sull’altra, invece no, a certi viene questa smania, a me viene questa smania, come se uno, morendo, potesse sprofondare nella terra portandosi dietro tutto quello che ha fatto, anche se in realtà sappiamo tutti come sia ancora e per sempre una squallida faccenda di egocentrismo paranoide, dove si interpreta la morte dell’altro o come un disperato tentativo di attirare la Nostra attenzione, in caso di suicidio, o come un evento che ha comunque reso l’opera del morto finalmente degna di avere la Nostra attenzione, in caso di morte naturale, e il tutto viene poi sepolto sotto qualche balla autoriabilitativa, come nel caso del recente e perfettamente riuscito tentativo di suicidio di D.F. Wallace, per il quale, non so gli altri, ma io mi son detto che “ora è giusto leggere Infinite Jest perché potrebbe contenere la risposta alla domanda”.
Così, sono andato in libreria con Smeriglia e la ragazza di Smeriglia con il preciso intento di prendere il libro, ma il libro era finito in tutte le (due) librerie nelle quali l’ho cercato e poi, proprio quando stavo per andarmene:

- eccolo là!
- dove?
- proprio là! Sotto quella mano grassoccia.
- …
- evviva!

Proprio così. L’ultima copia dell’ultima libreria (nella quale avessi voglia di cercare) era finita nelle mani di un bieco individuo, un tizio basso e flaccido con il doppio mento e il naso aguzzo, vestito come un giovane professore universitario americano pur essendo chiaramente un banalissimo e mica più tanto giovane studente fuoricorso italiano, il quale – roba da non credere – stava cercando di usare la morte del povero Wallace e la mia ultima copia di Infinite jest per farsi bello davanti agli occhi di una ragazza, al fine di raggiungerne più rapidamente la vagina.
A parte la dubbia efficacia del metodo (quale sarebbe il messaggio capace di eccitare la ragazza? “Wallace è il più grande scrittore di tutti i tempi e tu faresti sesso con lui se lui fosse qui, vivo, però lui qui non c’è, c’è solo il suo libro, che però non ha il pene ma ha me che come vedi gli sono indubbiamente attaccato e che lo sto comprando e che prometto anche di leggerlo, anzi, no, l’ho già letto e mi è piaciuto così tanto che voglio rileggerlo, infatti questa è la mia copia e io non giro mai senza, in più si dà il caso che io abbia anche un pene, da qualche parte, perciò, tecnicamente, io sono la cosa col pene più vicina a David Foster Wallace che tu abbia attualmente a disposizione, dunque che ne dici di scopare”?), c'è da dire che la ragazza sembrava poco interessata e infatti si limitava ad annuire mentre lui la seppelliva sotto una quintalata di stronzate adolescenziali che io e gli Smerigli abbiamo potuto captare solo in parte, cose davvero pietose e di cattivo gusto come soppesare il libro e sospirare un “morto suicida, capisci?!” o un “ah, ora leggiamo la bibbia”.
Di fronte a una simile scena, ciascuno di noi tre ha partorito un piano per impossessarsi del libro, in accordo con la propria natura. La ragazza di Smeriglia ha proposto di andare dal tizio ed esporgli con la massima onestà la situazione, dirgli qualcosa come “ciao, scusa. Io vorrei tanto ma proprio tanto la copia di Infinte jest che hai tra le mani paffute. So che l’hai vista prima tu e che la stai usando per avere un rapporto sessuale con la tua ragazza, ma io sono sicuro che tu possa raggiungere il tuo scopo altrettanto bene anche con Oblio - ne ho giusto qui una copia per te - lasciandomi invece Infinte jest, che, per inciso, io vorrei leggere. Per favore, davvero. Oppure, non so (rivolto alla ragazza), non potresti fargli un pompino veloce veloce nel cesso della libreria, in modo da fargli perdere completamente la voglia di far finta di volerlo leggere? Che ne dite, eh? Me lo fate questo piacere?”, soluzione che, però, a mio avviso aveva il difetto di esaltare ancora di più l’importanza del libro, convincendo ancora di più il ciccione a tenerselo e, forse, la ragazza a cominciare a pensare di farci sesso, un giorno.
Smeriglia ha invece proposto di rubarlo - “in fondo non è ancora suo, non l’ha ancora pagato. Quindi basta prenderglielo e poi, su, che farà mai? Ti picchia? Andiamo lì e se lo posa anche solo un secondo, se stacca anche solo per un secondo le dita dalla copertina, tu ci metti su la mano e gli dici che il libro è tuo e a quel punto è fatta” – che era anche un'idea buona, ma, cercate di capire, non me la sono proprio sentita.
La mia soluzione, invece, è stata quella di rimanercene impalati al centro della sala, fissando intensamente il tizio e cercando di staccare il libro dalle sue mani con la sola imposizione del disprezzo, ma non ha funzionato.
In cassa, allora, ci siamo silenziosamente accodati, cosa che mi ha permesso di osservarlo da vicino e di disprezzarlo meglio, mentre lui passava alla fase due del suo piano, ovvero quella di raccolta del seminato, cominciando ad annusare i capelli della ragazza, sussurrandole all’orecchio parole afrodisiache che posso benissimo immaginare (“sei bella”, “mi piaci”, “hai mai fatto l’amore con un fan di uno scrittore morto suicida?”) e dandole dei buffetti sulla spalla, cosa necessaria, quest’ultima, perché la ragazza intanto aveva lo sguardo fisso nel vuoto e probabilmente stava pensando a come dargli il lancio.
Noi, invece, ce ne siamo andati, e pochi giorni dopo mi sono comodamente comprato il libro di Wallace in una libreria più fornita.


Nota: metto anch’io quella cosa, eh. È bella, è di Wallace, a qualcuno magari è sfuggita e potrebbe fargli piacere leggerla. Comunque a me fa piacere metterla.


“La persona che ha una così detta depressione psicotica e cerca di uccidersi, non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.”
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