mercoledì, 19 marzo 2008

L’uomo che scambiò il suo blog per un ansiolitico

Ho dato una scorsa al manuale di psichiatria di Ema mentre Ema era in bagno e mi sono autodiagnosticato al volo una mezza dozzina di disturbi nemmeno molto preoccupanti. I più simpatici e comuni sono quelli lì: controllare la chiusura del rubinetto del gas prima di uscire di casa. Sei già pronto con la giacca, le scarpe, la porta di casa aperta. Hai spento tutto quello che poteva essere spento. Ma non solo. Hai spento il televisore e poi hai staccato la spina dalla presa di corrente. Perché sei completamente matto, ricordi? E infatti hai anche allontanato la spina staccata dalla presa nel muro e da qualsiasi materiale infiammabile, perché anche se non lo racconti a nessuno e non lo ammetti neppure di fronte a te stesso, sotto sotto pensi che la spina potrebbe aver conservato una scintilla di elettricità che farà contatto un istante dopo (perché dovrebbe? Perché gli oggetti ti odiano) che avrai girato i tacchi sul pianerottolo e farà incendiare il mobiletto di legno del soggiorno e tutto andrà a fuoco, andrà a fuoco e andrà perduto, mentre tu starai guardando il film al cinema, ignaro, e una catena di esplosioni distruggerà la casa e spazzerà via nugoli di vite innocenti e sarà tutta colpa tua, tutta colpa tua, tutta col… Così ti assicuri che il rubinetto sia ben chiuso. Ecco. E poi esci, e prima di uscire dai un’ultima occhiata generica e provi un senso di generale rilassatezza notando che è tutto tranquillo, tutto chiuso, tutto buio e in perfetto silenzio. No, nessuna scimmia impazzita sta sfilando i cavi elettrici dallo scaldabagno. Su, esci tranquillo. Finalmente te ne vai. Sali in macchina, metti in moto, arrivi al semaforo, attendi fischiettando e, quando viene il verde, parti, pensando alla serata, e una curva dopo stai facendo inversione in mezzo a un’aiuola spartitraffico per tornare indietro perché sei convinto di aver lasciato aperto lo sportello del frigorifero.
Stessa cosa per la macchina. Una volta la mia macchina si chiudeva da sola, non so perché, ma io pensavo comunque che fosse una grande conquista tecnologica, soprattutto per quei disgraziati come me che tornano sempre indietro a controllare se l’hanno chiusa (come fanno quelli con le cabrio a possedere una cabrio? Io ci diventerei matto. Avrei continuamente paura che qualcuno la usi come cacatoio pubblico a cielo aperto, ma quando passo vicino a una cabrio incustodita nessuno l’ha usata come cacatoio, e allora non capisco). Poi ha smesso, senza avvertire. Un giorno arrivo e la trovo aperta e fine della tecnologia ansiolitica.
Tralascio l’ipocondria, che, va beh, e tralascio le fobie sociali e gli evitamenti fobici, tutti bei nomi per disturbi molto comuni e attualmente non troppo interessanti. Io ed Ema abbiamo invece riflettuto negli ultimi giorni su quel problema con certe regole che l’individuo si autoimpone per starsene tranquillo o evitare che accadano determinate tragedie, ad esempio, non so, uno che scende dal letto sempre con lo stesso piede perché altrimenti gli viene un cancro. Il disturbo in sé è abbastanza comune, ma sono divertenti i dettagli, le piccole idiozie che ognuno si sceglie per vivere serenamente, e che lo fanno sentire speciale (da eccentrico a malato il passo è molto breve, ma siccome è meno breve del passo da normale a noioso, c’è il caso che uno voglia correre il rischio. Non che sia una scelta, ad ogni modo). Le piccole, irrinunciabili esigenze di una mente inquieta vengono fuori per caso, anche dopo molto tempo che si frequenta un soggetto. Il manuale sottolinea come spesso questi comportamenti siano tenuti nascosti perché provocano un senso di vergogna. Non è il mio caso, a dire il vero. Basti pensare al modo in cui Ema ha scoperto che ho un’idea tutta mia di come dovrebbero essere sistemati gli occhiali, nel momento in cui ha gentilmente chiesto di riporli:

Ema mette gli occhiali su un tavolino, come capita (mi vengono i brividi solo a sentirla, quest’espressione):

Chinaski: potresti raddrizzarli?
Ema: come, così?
Chinaski: no, girali.
Ema: così?
Chinaski: no, apri anche l’altra stanghetta.
Ema: ma…
Chinaski: ecco. Ora tirali un po’ su.
Ema: …
Chinaski:  ruotali.
Ema: per caso ti va di parlarne?

Non sono davvero convinto che mettere gli occhiali come capita possa avere una relazione con il cancro o con un qualsiasi altro evento drammatico. È solo che la voce finirebbe per... beh, non è proprio una voce distinta, è più una… ok. Per oggi basta così.

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