martedì, 12 febbraio 2008

Xenofobia

Arrivo alla macchina e trovo una dozzina di pakistani che mi bloccano il passaggio. Ok, tre. Ma enormi. Comunque salgo in macchina e penso che questo dovrebbe essere sufficiente come simbolo internazionale del “dovrei uscire dal mio parcheggio”, ma loro rimangono dove sono e parlano animosamente nel loro idioma bizzarro. Allora penso che, forse, mettere in moto la macchina li aiuterà a comprendere le mie intenzioni, ma non è così. E nemmeno inserire la retro aiuta granché. Forse pensano che la gente ami trascorrere il tempo in macchina nel parcheggio di una stazione, invece di andarsene a casa davanti al caminetto a consumare un pasto caldo e abbondante bevendo vino d’annata e facendo simpatiche costruzioni con quantità di pane freschissimo che verrà buttato per nessun motivo nell’immondezzaio. Forse pensano che il loro petrolio (il Pakistan è il dodicesimo della lista) ci serva per riscaldarci mentre trascorriamo il tempo nelle nostre autovetture. Ehi. Ma forse loro nemmeno sanno cos’è un’autovettura, e questo perché non ce l’hanno mai avuta, un’autovettura. E nemmeno una casa. Forse pensano che quella sia la mia casa e allora sì che si spiega come mai non si levano dalla traiettoria.
Attendo qualche istante con il motore acceso e intanto mi immagino tutti i miei possibili tentativi di sbloccare la situazione e tutte le possibili situazioni sbloccate:

a) do un colpo di clacson e per tutta risposta loro mi sfasciano la macchina a calci e pugni, dopodiché mi prendono e mi tagliano la testa segandola pazientemente con un raggio di bicicletta.
b) scendo e, con un bel sorriso post nine-eleven, prego cortesemente pakistani allontanarsi mio automezzo. I tre mi prendono e mi infilano nel tubo di scappamento per il largo.
c) vado in retro quel tanto che basta per dare un colpettino di paraurti al ginocchio del pakistano più piccolo. Mi ritrovano quattro mesi dopo nel bagagliaio di una Ritmo in un campo nomadi nei pressi di Abbiategrasso.
d) rimango dove sono con il dito pronto sul tasto della chiusura centralizzata. Penso che bevendo la mia urina dovrei resistere a sufficienza.
e) scendo e torno da dove me ne sono venuto. Mi prendono alle spalle e mi picchiano selvaggiamente per nessuna ragione. Poi riprendono a chiacchierare della situazione energetica del loro paese.

Mi appare subito chiaro quale sia la soluzione migliore, perciò scendo e torno da dove me ne sono venuto. I tre smettono di parlare e mi guardano con due occhi di milleduecento anni or sono. Io li guardo con un’espressione da “stai a vedere che cosa ti combino adesso", dopodiché me ne sgattaiolo alla svelta abbandonando la macchina a distruzione sicura. I pakistani riprendono a pianificare il loro prossimo attentato, facendo però gli gnorri, mentre io avvio le pratiche per l’acquisto di un’altra macchina, ipotesi scongiurata all’ultimo momento da Scopa, che, divertito dall’idea di picchiare tre pakistani, mi recupera la macchina dopo una violenta colluttazione etnica (dà un’occhiata ai pakistani prima di salire a bordo e i pakistani subito capiscono e gentilmente si spostano).
Così alla fine ho pensato che una soluzione potrebbe essere non dover andare mai a riprendere la macchina. Avere tante macchine e lasciarle sparpagliate per la provincia. O macchine usa e getta. Ma forse la soluzione definitiva è non scendere mai dalla macchina. Andare nei posti senza mai scendere, chiacchierare con le persone da una fessurina del finestrino e farsi passare bustine di Spritz liofilizzato. Certo, dovrebbero allargare le porte dei locali. Al ristorante, in smoking, al tavolo dentro la mia macchina, abbasserei il vetro e taglierei la mia bistecca, mangiando sporgendomi e portandomi il piatto all’interno dell’abitacolo. Sala fumatori, naturalmente, altrimenti il maître mi verrebbe vicino e mi chiederebbe di “spegnere cortesemente il motore del suo veicolo”. Potrei richiamare la sua attenzione con il clacson e generare una contro-climatizzazione per quando è troppo freddo. Idea brillante, senz’altro. “Potrebbe abbassare il volume dell’autoradio, signore? O, perlomeno, sintonizzarla sulla stessa stazione del ristorante. Grazie”. Sì, sì. Credo proprio che la mia vita migliorerebbe.

postato da chinaski77 alle ore 09:53 | link |

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