giovedì, 07 febbraio 2008

Uh, uh

Pensa che ridere se poi muori e scopri che Dio esiste. Che esiste e che è uno flessibile come Ratzinger. Muori e passi nel suo ufficio, prima di andare all’inferno. Oh, sì, non credere di passarla liscia, tu e il tuo “cristianesimo” su misura. Dio ti ascoltava quando dicevi “io credo in Dio ma non nella Chiesa” o “io mi confesso davanti a Dio”, pensando che l’avresti trovato d’accordo. No, no: sbagliatissimissimo. E ti vedeva quando facevi quelle cose umide a scopo libidinoso nella tua cameretta o sotto la doccia, altro che “preparazione al matrimonio”, sembravi già bell’e sposato con il tuo cazzo, amico mio.
“Lei, caro signore” – ti parlerà così – “si è fatto 29.436 seghe prima del matrimonio e 59.766 dopo. È tutto segnato qui, mi creda. Abbiamo anche i filmati, se vuole. Come dice? Certo che posso dire seghe. Posso fare quello che mi pare. Lo vede quel povero cane con la testa a forma di posacenere? L’ho fatto io, così, perché mi annoiavo. E pensi che neanche fumo”.
Già, già. Gran brutto guaio. Mi ci vedo proprio: entro e c’è questo signore tale e quale a Steinitz seduto dietro una grande scrivania. C’è proprio tutto. Il caminetto, gli scaffali coi libri, le poltrone in pelle, il Tg5. E Steinitz che mi fissa da dietro gli occhialetti che tiene sulla punta del naso. “Oh, oh”, penso. Mi siedo e lui comincia a scartabellare un fascicolo con su il mio nome. Sfoglia le pagine abbastanza rapidamente, con la fronte aggrottata. Ogni tanto sospira. Poi mi fa: “Lei ha bestemmiato 192.456 volte”, al che io lo guardo perplesso, perché non bestemmio in maniera diretta da quando avevo sedici anni, ma lui, ancora prima che io apra bocca, mi fa notare che ma porco quel bastardo è una bestemmia a tutti gli effetti, anche se non finisco la frase. “Immagino sia molto grave”, commento, e lui: “Dare del porco bastardo al Signore supremo di tutte le cose visibili e invisibili? Che sarà mai”. “E la proverbiale clemenza divina?”, oso. “Finita nel diciassettesimo secolo”, mi risponde indifferente, sempre scartabellando. Dopodichè rimaniamo alcuni minuti in silenzio, minuti durante i quali lui guarda le carte scuotendo blandamente il capo. Poi, senza levare lo sguardo, dice: “Leggo il suo blog, sa?”. “Ah, che bello…”, rispondo facendo finta di avere tutto sotto controllo, “e… che gliene sembra?”, aggiungo per simulare baldanza. “Mi fa cagare”, commenta. “Oh, cagare… Uhm… Eh eh…”, dico guardandomi intorno in cerca di una finestra o qualcosa.
Poi torna serio e mi fa notare che non ho mai rispettato la quaresima. “E va beh…”, faccio io allargando le braccia, ma lui mi guarda con l’aria di uno che se ne sbatte altamente e, annotando qualcosa su un foglio, dice: “Sì, sì. E intanto…”. Stizzito, sibilo un “invece di guardare la pagliuzza…”. Questo lo fa imbestialire. Sbatte i pugni sul tavolo e attraverso la finestra alle sue spalle vedo precipitare una manciata di corpi esanimi. “Eh no! Il sarcasmo no!”, urla. Un inserviente entra di corsa con una pelle di neonato tra le mani e deterge il Santissimo Volto, poi si dilegua. Butto lì un “mi scusi” niente affatto convinto, ma lui è proprio arrabbiato e mi tira un pistolotto moralista sul rispetto, i valori e lo spirito santo. “Gesù Cristo”, penso, e Gesù Cristo mi risponde telepaticamente dicendo “eh, lo so. Prova a fingerti morto: con me ha funzionato”.
Terminato il predicozzo, mi comunica che, viste le mie colpe, dovrò bruciare all’inferno per l’eternità. Gli domando quale sia la pena prevista per gli assassini, allora. “La pena è la stessa per tutti”. Gli faccio notare che non è molto logico dare la stessa pena a colpe di gravità diversa, al che lui fa finta di rifletterci su, mormorando “logico, eh?”. Poi mi chiede “le piacciono i cani?”. “No”, gli rispondo. “E nemmeno fuma?”. “Non vedo il nesso. Comunque non più”. “Oh, saggia scelta”, dice ironicamente. “Lo sa che, se avesse continuato a fumare, avrebbe vissuto più a lungo? Smettendo di fumare ha deviato il corso degli eventi anticipando la sua morte di circa venticinque anni”. Dopo averlo detto, si lascia andare sulla poltrona e si accende una sigaretta: “Io posso fumare e a me non succede niente, eh eh…”. Irritato, gli rispondo che “tanto non potevo saperlo”. Qui lui si fa serio e, con gli occhietti cattivi, dice: “Ma certo, che poteva. Le abbiamo inviato una mail al giorno apposta per dirglielo”. “Che mail?”, chiedo. Qui la sua espressione torna serena e, con evidente soddisfazione, dice: “Diciamo che, la prossima volta, mandare quei cinquemila dollari al principe del Sudan potrebbe rivelarsi una mossa azzeccata”.

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