domenica, 02 dicembre 2007

Genealogia fallimentare

Un osservatore esterno direbbe che è curioso. Annoterebbe che i soggetti – tranne alcuni - si accontentano di non stare troppo male. Accettano la prigione.
Non posso fare a meno di pensare a quando ho intrappolato una cimice sotto un barattolo trasparente. L’ho intrappolata per non ucciderla e poi sono tornato alle mie cose. Ogni tanto guardavo la cimice e quella perlustrava incessantemente il perimetro del barattolo in cerca di una via di fuga. Poco dopo, ho smesso di leggere e ho studiato con attenzione l’insetto: la cimice non ha mai smesso di percorrere in ogni direzione i limiti del barattolo. Per diverse ore ha girato in tondo cercando di fuggire, finché le sono mancate le forze e si è fermata ed è morta.
A me questa sembrerebbe l’unica possibilità sensata: non smettere mai di cercare una via di fuga. Eppure, vista la mia indole pigra e disfattista, mi sono reso conto di non avere mai neppure cominciato a cercare una via di fuga. Mi sono semplicemente, da sempre, disinteressato del problema.
Un osservatore esterno annoterebbe che il soggetto non si è nemmeno reso conto di essere chiuso nel barattolo. E che appare tranquillo.
Ma il pensiero della morte, si sa, è paralizzante. Se un insetto potesse capire che non ha più speranze, limiterebbe le forze e cercherebbe di vivere nel barattolo il più a lungo possibile.
Se dieci anni fa, quando non pensavo alla morte, volevo conoscere me stesso perché mi sembrava il modo migliore di utilizzare il mio tempo, ora voglio conoscere me stesso per trovare l’interruttore che spegne l’angoscia di non avere abbastanza tempo. E l’angoscia di attraversare i ponti o, meglio, di non voler più attraversare i ponti. L’angoscia in genere, a pensarci bene. Quella che deriva dalle persone, dai doveri, dalle conversazioni che non portano a niente, dalle malattie. Mi rendo conto, in questo modo, che dieci anni fa dicevo esattamente lo stesso e che probabilmente volevo conoscermi a fondo per lo stesso motivo, ma soltanto oggi riesco ad ammetterlo (e non ti fidi. Un osservatore esterno direbbe che sei soltanto un altro individuo malato), e mi sconforta il pensiero che tutta la mia vita sia un lungo, inutile tentativo di controllare l’angoscia e che l’angoscia sia il risultato della mia infanzia e che, alla fine, avrei potuto diventare qualsiasi cosa, ma sono diventato precisamente questa persona e che sono costretto a rimanere questa persona per il resto della mia vita, il che mi fa sentire come un insetto che è chiuso sotto un barattolo e che vede, attraverso la parete, ancora un altro barattolo, più grande. È questo, temo, che mi toglie completamente le forze.
Nel mio cercare di liberarmi dall’inessenziale e da ciò che non mi appartiene ho notato una preoccupante tendenza all’isolamento e all’inattività.
Ho sempre considerato la vita come un blocco unico, per cui è impossibile prenderne una parte senza accettare (subire) tutte le altre. Nel preciso momento in cui entri nel meccanismo, tutto diventa spaventosamente logico e necessario, e questo meccanismo ti trascina sempre più in basso, dal fine più alto – la felicità – al gesto più stupido – lavare un piatto – senza che tu riesca più a distinguere lo scarto. Se rimani all’interno di questo spazio, riesci anche a trovare un senso per tutto; ma se ne resti fuori, se proprio non vuoi deciderti a farne parte, allora tutto diventa senza scopo e il tempo, comunque lo impieghi, ti sembra sprecato, perciò ti chiudi, rimani presso di te, e anche solo l’idea di allontanarti dai tuoi pensieri o dai tuoi piaceri immediati ti sembra una violenza insopportabile. La si può dire una genealogia fallimentare, credo. Almeno secondo l’opinione comune.

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