Il nero muove e si fa il segno della croce
Ieri sera mi sono seduto sul divano per riflettere un momento sul senso della vita e ho inavvertitamente pigiato un tasto del telecomando con il sedere, accendendo la televisione guarda caso su canale 5. Pochi secondi prima di spegnere inorridito il terribile macchinario – sono un intellettuale, io - ho potuto notare che invece della solita parata di adolescenti culobasso che piangendo saltellano da un cazzo all’altro, c’era il dottor House – ovvero l’unico uomo capace di rappacificarmi col mondo (anche se mi giungono notizie di una deprecabile deriva sentimentalistica) - e precisamente il dottor House sul punto di cominciare una partita a scacchi, nel caso particolare con uno dei suoi soliti rottami che non muoiono mai. Dopo aver roteato insistentemente gli occhi (peccato nessuno potesse vedermi) ho notato che il rottame in fin di vita apriva con – udite udite - f4 (a voi plebaglia non dirà niente, immagino. Tsk tsk).
Ora, di solito gli scacchi servono agli sceneggiatori per inviare rapidamente all’uomo medio il messaggio fondamentale che il protagonista è un genio assoluto e che l’antagonista suo avversario è un genio assoluto anche lui, però del male, perciò nessuno si prende la briga di recuperare qualche informazione di base sul gioco e così vengono fuori scene di questo genere:
Protagonista genio: arrenditi!
Antagonista genio: giammai! Che ne dici di una partita a scacchi?
Protagonista (estraendo una scacchiera dalle mutande): vai.
Antagonista (fregandosi le mani) alé!
Protagonista (comincia a giocare con re e regina invertiti. Muove un pedone): ti fermerò.
Antagonista (ha tre cavalli sulla scacchiera e muove un pedone): la vedremo.
Protagonista (prova il barbiere): e tutti quegli innocenti?
Antagonista (non sa come difendersi dal barbiere e rimane a riflettere per sei minuti): boh.
Protagonista (muovendo due volte): matto imparabile in sedici mosse (!)
Antagonista (muovendo un pezzo su una scacchiera completamente diversa): ma io ti do matto in diciotto.
Protagonista : sei un osso duro. Patta?
Antagonista : giammai.
Protagonista : scacco matto.
Con mia grande sorpresa, invece, non solo l’avversario rottame del dottor House fa una mossa vagamente seria, ma il dialogo rimane scacchisticamente plausibile quasi fino alla terza mossa:
Il rottame apre con f4
Dottor House: ah, l’apertura Bird. Un’apertura da fifoni... bla bla bla…
Il dottor House muove c5
Rottame: ah, l’apertura siciliana…bla bla bla…
Dopodiché si scannano un po’ e alla fine il rottame pronostica al dottor House uno scacco matto in non so quante mosse, il Dottor House ci pensa, atterrito, e si ritira, andando subito a rinchiudersi nel suo stanzino e fissando la scacchiera per il resto della settimana, salvo poi precipitarsi dal tizio per dirgli che in realtà non avrebbe perso e sentirsi rispondere “sì, lo sapevo, ho bluffato”, con patetico e incomprensibile sorriso di ritorno (l’unica risposta possibile riguardava la madre del terminale).
Detto questo, vorrei quindi precisare le seguenti cose (lo sceneggiatore del dottor House mi può rispondere in separata sede, se vuole):
1. L’apertura Bird non è necessariamente un’apertura da fifoni, come dice House. Il bianco sa che se il nero risponde e5 gli toccherà poi sacrificare un pezzo alla nona mossa per tenere l’attacco. Quasi mai il nero se la sente, però, quindi semmai il fifone è un altro.
2. Non si può rispondere a una Bird con una Siciliana, come si crede il rottame facendo il fenomeno di questo cazzo. La siciliana è e4-c5. Punto. F4-c5, invece, non è niente, forse perché la giocava solo sua nonna. Quindi avrebbe dovuto dire “ah, l’apertura di mia nonna”. Al massimo.
3. Se il mio avversario mi dice che posso anche abbandonare perché mi spiega che perderò in trecentocinquantacinque mosse, io non guardo la scacchiera con gli occhi da tortora e poi gli do ragione e mi ritiro e vado a fare un’analisi post-mortem nel mio studio e tutto il resto, ma reagisco in uno dei seguenti modi, a seconda del caso:
Caso A
Se non ha ancora pigiato l’orologio, lo faccio parlare della sua bellissima combinazione, di come è stato bravo ad elaborarla e me la faccio spiegare per filo e per segno altre venti volte, poi fingo di non riuscire a capire che il cavallo muove a elle, poi gli chiedo di parlarmi di sua madre, di sua nonna, del suo gatto e della sua malattia mortale, e quando gli rimangono sei secondi per fare le sue settecento mosse, sorrido, indico l’orologio e gli dico: “col tuo tempo”.
Caso B
Se ha già pigiato l’orologio, invece, faccio la mia mossa e sto zitto. Poi se la veda lui. Quando mi renderò conto che non ho altre possibilità, mi ritirerò, ma se mi sta molto sulle palle posso anche far finta di ricevere una telefonata e lasciarlo lì a marcire. Nel caso specifico, comunque, trattandosi di avversario malato terminale, avrei comunque usato tutto il tempo a mia disposizione, confidando nel suo decesso o qualcosa del genere. Oppure l’avrei lasciato vincere e poi gli avrei detto “è un peccato che io sia più stupido di te, a meno che tu non abbia capito da solo come curarti la malattia”.
4. Se perdo una partita a tempo, poi rimugino per sei giorni sulle mosse che ho fatto, poi trovo un modo per parare l’attacco del mio avversario e così mi precipito dal mio avversario e gli dico, con la voce piagnucolante tipo Calimero, che non era vero che mi avrebbe dato scacco matto e che io avevo in effetti un modo per difendermi e che avrei potuto quindi non ritirarmi, bene, il mio avversario ha tutto il diritto di chiedermi se posso spostarmi dal video, ché non riesce a vedere i Jefferson.
5. Infine, sia detto una volta per tutte almeno da me, il gioco degli scacchi non è un test di intelligenza. Prima di tutto perché potete essere bravissimi e rimanere comunque stupidi, così come potete essere belli ed essere comunque stupidi e, soprattutto, essere intelligenti ed essere comunque stupidi. Tecnicamente, in effetti, solo l’essere non-stupidi vi mette al riparo dall’essere stupidi, ma essere non-stupidi non significa per forza essere intelligenti, quindi rassegnatevi. Ma che cosa ha determinato questa convinzione? Già di per sé il fatto di credere che muovere delle pedine su una scacchiera di otto caselle in croce possa rappresentare una prova d’intelligenza rappresenta a mio avviso una prova di stupidità. Mettiamo infatti il caso che A sia più intelligente di B e facciamo giocare B a scacchi per venticinque anni. Poi spieghiamo le regole ad A e facciamolo giocare contro B. B vincerà per un numero di volte sufficiente a far passare ad A la voglia di giocare almeno fino alla partita in cui A avrebbe battuto B, dimostrando così che gli scacchi erano effettivamente una prova d’intelligenza.
6. E adesso vado a farmi una partita. Bird.

Il nero muove e si fa il segno della croce