Accanimento biologico
Siccome nei testi sacri è tutto allegorico (il serpente sta per il diavolo, il padre per il figlio, il figlio per il vitello grasso e il vitello grasso per un canotto) e non si riesce mai a muovere una critica perché poi ti vengono a dire che hai preso una cosa per un’altra
Prete: Gesù non rappresenta Gesù.
Chinaski: va beh. In cui quel tale dice alla prostituta che…
Prete: la prostituta non rappresenta una prostituta.
Chinaski: ok. In cui quel tale dice a quella tizia che…
Prete: dire non sta veramente per dire.
Chinaski: ma…
Prete: non sta per ma.
L’assurdità di quel principio ha comunque molto a che fare con l’assurdità del principio per il quale la vita del singolo non sarebbe proprietà del singolo stesso, ma una specie di dono in prestito o, ancor peggio, un dono interessato:
Figlio: ah, grazie! Così posso scrivere un bel roman…
Padre (puntandogli un dito intimidatorio): scriverai solo sotto dettatura!
Figlio: …
Padre (tornato mansueto): come si dice?
Pagano: davvero?
Cristiano: : ma certo. (fa un elenco delle meraviglie ultraterrene)
Pagano: mi hai convinto. Corro subito a suicidarmi!
Cristiano: : fermo!
Pagano: eh?
Cristiano: : prima finisci la sofferenza.
Pagano: ma…
Cristiano: : tutta!
Ma il fatto è che la sfera religiosa manifesta la sua natura parassitaria cercando di interferire da sempre con la sfera secolare, che è un po’ come se
Queste interferenze sono molto evidenti e molto problematiche in situazioni ben note, come quando si vuole staccare la spina di un respiratore che tiene in vita la versione floreale di un essere umano. In simili situazioni, l’accanimento religioso per la salvaguardia della mera vita biologica a scapito di tutto quello che tale vita dovrebbe semplicemente alimentare (la vita biologica non è che corrente per l’elettrodomestico uomo) ha un che di sospetto, così come suonano sospette certe prese di posizione (dal vago sapore totalitario) che difendono un simile atteggiamento, i cui punti cardine sono l’opposizione a un pluralismo dei valori (c’è solo un valore cioè il mio), l’opposizione alla potestà indeterminata del singolo sulla propria esistenza (c’è solo una potestà cioè la mia) e l’opposizione a qualsiasi verità scientifica sgradita (pleonasmo).
Tornando dunque all’esempio dei talenti e supponendo che i talenti rappresentino la vita donata agli individui da un padrone esigente, si potrebbe dire che, visto il folle attaccamento alla vita che la religione moderna ci insegna, la parabola avrebbe dovuto finire in questa maniera:
Servo: è proprio qui, nella mia tasca.
Padrone: l’hai fatto fruttare?
Servo: ehm, no. Metti che lo perdevo…
Padrone: servo infingardo!
Servo: oggesù!
Padrone: eppure sapevi che mieto dove non ho seminato.
Servo: vantatene.
Padrone: posso riaverlo, almeno?
Servo: certo. (gli rende il talento)
Padrone: che tu sia maledetto!
Servo: eh? Cos’ho fatto, adesso?
Padrone: mi hai reso il talento quando te l’ho chiesto!
Servo: sei per caso caduto da cavallo mentre eri in viaggio?
Padrone: verrai gettato fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Servo: ma che novità.