lunedì, 29 giugno 2009

Blogger di culto

Rendo grazie a Luca Bonora che sul nuovo numero di Qui Touring ha recensito Ristorantopoli con toni più che lusinghieri. Ora i 350.000 abbonati alla rivista non potranno fare altro che comprare una copia del libro, saltare sul loro camper e partire alla volta di questa fantomatica città.

chinaski77 alle ore 09:35 | link |
mercoledì, 10 giugno 2009

No, prego

Resto al novantanove percento (se ne va). Al novantanove virgola novantanove percento (se ne va). Al novantanove virgola novantanove virgola novantanove percento (se ne va). Resto al cento percento (se ne va). Resto (se ne va). Forse me ne vado (se ne va). Forse me ne vado al mille percento. Al mille per mille. Al duemila per mille. È incedibile. Incedibilissimo. Ho un contratto fino al 2030 che rinnovo tutti i giorni quindi non vedo dove sia il problema. Insomma, (si ferma a metà della scaletta dell’aereo) basta con questa storia! Carletto non si tocca. Guai a chi mi tocca Carletto. Io e Carletto sentiamo queste voci e ridiamo. Kakà? Ah! Kakà. Come osate parlare di Kakà. Kakà resta. Sì, resta. Non ho mai detto che resta. L’ho detto? Non l’ho detto. Non ho mai detto che non l’ho detto (gli fanno vedere la registrazione). Non sono io. Non sei tu. Non è una registrazione. Preghiamo. Siete davvero seccanti con questa storia della realtà. Io ti ordino di diventare un coniglio! (non succede nulla). Sentite, vi ho detto che è incedibile. Kakà è il Milan. Carletto è il Milan. Pato è il Milan. Io sono il Milan (se ne vanno tutti). Mi sento l’allenatore del prossimo anno al cento percento (lo licenziano adesso). Non ci interessa (mentre gli fa un’ecocardio). Costa troppo (mentre esce dallo stadio a bordo di un panfilo installato su un rimorchio trainato da un cacciabombardiere dell’esercito). Sono incedibile (mentre palleggia davanti ai fotografi spagnoli). Non volevo andarmene ma non è colpa mia e non è colpa della società che mi ha venduto e non è colpa di quella che mi ha comprato, non è colpa di nessuno, nessuno voleva che accadesse questa tragedia, sono cose che capitano, sono scivolato su una buccia di banana e cadendo mi sono aggrappato a una penna e ho tirato una riga su un contratto di novantanove milioni di euro, tutto qui. Ma non è per i soldi. Non è mai per i soldi. Come osi pensare che sia per i soldi? Io appartengo a Gesù (Gesù l’ha ceduto nella notte allo Shaktar Donetzk). Al Milan devo tutto, ho pianto, giuro, ieri mi è uscita una lacrima dal sedere mentre defecavo sopra Milano mentre ero sul volo charter diretto al Bernabeu. Non dimenticherò mai i tifosi di quella squadra di prima. Quando le segnerò una tripletta non esulterò. È il codice d’onore di noi calciatori. Sono un professionista. Non bacerò la maglia. È un gesto istintivo. Mi stavo asciugando la bocca. Voglio diventare il capitano del Milan e chiudere la carriera qui. Voglio invecchiare al Milan. Non è per i soldi. È che sono uno che ha bisogno di stimoli ed è solo un caso che mi stimolino i soldi. Ma è per gli stimoli. Io volevo rimanere a giocare in serie B contro il Crotone. La serie B è l’unico trofeo che mi manca. Era nei miei obiettivi: campionato, champions, mondiale, pallone d’oro, battere il Crotone.
chinaski77 alle ore 16:59 | link |
venerdì, 05 giugno 2009

Chinaski non deve morire
[Emilia (an)alcolica, vol.1]

Devo prendere il treno per Bologna alle 15.04. Arrivo in stazione, guardo il tabellone, lo vedo: 15.04, Bologna, regionale, binario 5. Una persona normale andrebbe a fare il biglietto e poi andrebbe al binario 5, c’è già il treno che aspetta, venti minuti prima, sale e si siede.
No.
Tiro fuori il fogliettino che ho in tasca e controllo, 15.04 – Bologna – regionale, poi guardo il tabellone per accertarmi che combacino, 15.04, Bologna, regionale, guardo il bigliettino, il tabellone, combaciano, allora guardo il binario, 5, alzo il foglio, chiudo un occhio e uso il filo del foglio come righello per assicurarmi che binario 5 sia effettivamente sulla stessa riga di 15.04, Bologna, regionale. Lo è. È lui. Lo faccio. Combaciano.
Provo una deviata sensazione di benessere nel ritrovare il treno nelle opzioni della biglietteria automatica (ma allora esiste davvero, e allora esisto anch’io, e sto per prenderlo). Già mi ci sono affezionato. Bologna, regionale, 15.04. Gli altri treni nemmeno li guardo. Voglio effettuare una donazione a Telethon, mi chiede la cortese macchina? No, no, grazie, nessuna donazione del cazzo, dammi solo il mio Bologna, regionale, 15.04.
Prima di andare al binario 5 ricontrollo il tabellone, si sa mai. Cosa potrei vedere? Che so. Bologna, regionale, 15.04, binario 5, partito. 15 binari di ritardo. Cucina letto. Chinaski, Chinaski caro, non prenderlo.
Invece è ancora lì. Ricontrollo, ultima volta: binario 5, senza dubbio.
Arrivato al binario 5, c’è il treno. Uno sarebbe contento perché può salire e sedersi, e in effetti sono contento, sempre meglio che star lì ad aspettare e pensare per quindici minuti che potrebbe non arrivare o potrebbe arrivare e non fermarsi mai del tutto e dovresti prenderlo in corsa, finiresti per cadere, tutti giù a ridere, a ridere come matti, i controllori e i passeggeri e i mendicanti con le mani sulla pancia a ridere a crepapelle. Ci è costato due milioni di euro questo scherzo, Chinaski!
Ma io non sono contento. Il treno è lì, sì, ma è ovvio che se salgo lui parte e mi porta non a Bologna ma a Bolzano, dove ci sarà una delegazione di bolzanini pronti a picchiarmi e a prendermi a calci con i racchettoni da neve. Mi immagino Bolzano con la neve e Kathy Bates che mi porta nella sua baita e mi lega al letto perché sono il suo blogger preferito. Mi sento profondamente solo, a Bolzano, e non salgo. Guardo il binario, è proprio il 5. Cerco sulle targhette del treno qualche indicazione: è il treno giusto, Chinaski sarebbe il massimo, ma anche Bologna, dai andrebbe bene. Alla fine passa un controllore e io lo fisso da ducento metri di distanza, cerco di agganciarlo con gli occhi, di pilotarlo a me con la forza della mia nevrosi e lui a un certo punto mi vede e sa già cosa voglio chiedergli e mi fa segno di sì con la testa - cinquanta metri - come a dire razza di nevrotico so che stai per farmi una domanda di cui conosci benissimo la risposta, ma la cosa non mi scoraggia e lo aspetto e quando arriva gli chiedo

- è questo il tren…
- sì.

È che mi terrorizza l’idea di finire da un’altra parte. Perché avrebbero dovuto andare a Bolzano? Posso immaginare i due macchinisti, senza problemi:

- uff. Bologna.
- che ha che non va?
- niente. Però.
- però?
- sempre Bologna. Cinque anni che andiamo a Bologna. Bologna-qui, qui-Bologna. Voglio dire.
- vuoi dire?
- chissà come sono le altre città.
- vuoi andare in un’altra città, Piero?
- sì, vorrei tanto.
- che città?
- non so. Una cosa esotica. Bolzano.
- Bolzano non è esotica, Piero, è un tafanario.
- portami a Bolzano, ti prego.
- ma come facciamo coi binari?
- binari?
- sai, i binari. Sono dritti. Noi siamo sul binario per Bologna, girati per Bologna, la vedo dura andare a Bolzano senza fare un macello.
- sei troppo quadrato, pensi troppo quadrato. Mai un guizzo, una botta di vita. Dai, usa quella cazzo di leva.
- posso portarti a Modena, se vuoi.
- Bolzano.
- Reggio Emilia?
- Bolzano.
- e sia.

Non mi lascio disturbare dal fatto che la mia carrozza è piena di senegalesi. Un solo posto libero e 68 senegalesi con vesti ocra e azzurre e gabbie piene di galline sgozzate. Mi avvicino a uno di loro e gentilmente chiedo:

- scusi, è una carrozza di prima classe, questa?
- sì, perché?
- no, sa, tutti questi senegalesi…
- prego?
- dicevo: tutti questi negri. Prima classe, dai. Se vado in seconda cosa trovo? I gay?
- …

Mi siedo nonostante il clima ostile. Il treno parte e i finestrini si chiudono automaticamente e vengono giù le sbarre. Vorrei non cedere alle mie nevrosi ma, insomma, non vorrei davvero trovarmi in Senegal o che altro, quindi chiedo al senegalese che ho di fianco, per sicurezza.

- scusi, questo treno va a Bologna, vero?

Tutti i senegalesi scoppiano a ridere, il treno comincia a sprofondare nel terreno, si fa buio, si accendono luci al neon, un filo di lava cola da un finestrino.

- no, Senegal.
- Senegal. In treno.
- sì, amico. E sarà un lungo viaggio.

Lo ringrazio, mi appoggio allo schienale, tiro fuori il lucido da scarpe e finalmente mi calmo: ho sbagliato treno, è successo, ora sono un uomo negro libero.
chinaski77 alle ore 11:42 | link |

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