lunedì, 30 marzo 2009

Ho scritto un libro: compratelo!

E così ho scritto un libro. Anche il Cane, tecnicamente, era un libro che avevo scritto, solo che l’avevo scritto senza sapere che lo stavo scrivendo, il che aveva reso la faccenda un po’ strana, in un certo senso. Questo invece è proprio un libro da cima a fondo e intendo dire un libro con le pagine, l’introduzione, il codice a barre, i sedili in pelle e tutto quanto. Dopo aver fatto per bene e da bravo la sua giusta trafila – ideazione (va beh), realizzazione, pubblicazione, distribuzione – ora manca solo un passaggio, cioè venderlo.
La parte del venderlo è quella più complicata, visto il mio carattere: cioè io sarei più uno che scrive un libro per il gusto e il divertimento e la soddisfazione di scriverlo, poi lo dà all’editore, l’editore lo mette in vendita e le persone lo comprano spontaneamente da subito per il semplice motivo che io sono una persona molto simpatica e che il libro è bello e che si vede che è bello già solo a guardarlo, mentre nel frattempo io torno alle mie faccende e poi un giorno l’editore mi dice che il libro è piaciuto e ha venduto e io sono ancora più contento e riscrivo un altro libro per il gusto e il divertimento eccetera e così all’infinito finché un altro giorno un fascio di luce mi preleva dal divano e mi trasporta su un divano parallelo al cospetto dell’Altissimo che guarda caso se ne sta lì con uno dei miei libri tra le mani e mi dice “ottimo lavoro, cazzo” e io da contento divento beato e tutto fila liscio in eterno.
Mi hanno spiegato, però, che la vita potrebbe funzionare in un altro modo, e allora, ad esempio, c’è il caso che il libro sia un bel libro e che nessuno lo compri, e questo non solo rischierebbe di interrompere la catena di produzione di libri che mi serve per sentirmi realizzato e felice (con una evidente interruzione nella catena di produzione di realizzazione e felicità che ci unisce: Chinaski infelice -> blog abbandonato -> lettore depresso -> suicidio collettivo), ma – lo riconoscerete - sarebbe proprio un peccato in senso assoluto e il mondo diventerebbe un posto ancora più brutto.
Nel caso invece che (per assurdo) il libro non sia bello, bene, non avrebbe comunque senso non comprarlo o non averlo comprato, al massimo avrebbe senso non ricomprarlo e infatti io vi prometto che, nel caso lo compriate e ne risulti che non era un bel libro, io non vi chiederò di ricomprarlo, anche se, voglio dire, potreste ricomprarlo lo stesso, no? Per farmi un favore. Non è che siamo qui a determinare la quantità di giustizia universale globale, che volete che succeda se ricomprate un libro che non vi è piaciuto, solo per aiutare un vostro amico? Come? Ma certo che siamo amici (se comprate il libro).
Detto questo, vengo alla presentazione del libro (per caso c’è un limite al numero di volte che posso usare la parola “libro”?) vera e propria.
Allora, se ho già detto che è un libro, rimane solo da dire che il libro è questo qui:



Il titolo naturalmente è Ristorantopoli e non Mauro Zucconi. Mauro Zucconi sono io.
Se vi state chiedendo “come mai Ristorantopoli?”, beh, il fatto è che il libro, a voler essere precisi, è uno pseudo-manuale per clienti nevrotici di ristorante, che è un concetto un po’ difficile da rendere in breve. Infiniti titoli sono stati pensati e poi sono stati accantonati e poi ripresi e ripensati e riaccantonati di nuovo, dal “Come ritrovare il proprio cappotto a fine pasto” a “Non è un pranzo per femminucce” a “Come diventare il mio pane”. Quest’uomo qui e la sua fertile immaginazione avevano suggerito una quarantina di alternative e tra tutte alcune erano davvero buone, come “Pane, burro e Diazepam”, che è un titolo diesel ma efficace, o “Come diventare il mio piatto di cappelletti”, sempre sognando una lunga e fortunata serie di Come diventare qualcosa di assolutamente imbecille (uhm, niente male anche questo, segnatevelo), mentre sua moglie aveva suggerito il mirabolante “Non è tutto brodo quello che luccica” e altri avevano pensato altre cose, ma, insomma, alla fine l’editore ha scelto diversamente.
Il titolo è dunque Ristorantopoli e non il simboletto del bicchiere e della forchettina che stanno appena sotto (avevamo pensato di usare quello ma nessuno riusciva a pronunciarlo).
Se invece vi state chiedendo “come mai Mauro Zucconi?”, mi piacerebbe poter dire che è perché sono figlio di quel famoso giornalista che tutti conosciamo, ma non è così, e poi il mio vero padre ci rimarrebbe male. Attualmente ci sono due teorie sul motivo per il quale i miei avi sono stati chiamati Zucconi: la prima è che, è ovvio, trafficassero nel commercio delle zucche, cosa che non è molto affascinante. La seconda è che non capissero un cazzo di niente, cosa che se non altro rivaluta la faccenda delle zucche.
Comunque, essendo uno pseudo-manuale, non è un romanzo. Avevo pensato di scrivere un romanzo, e tra l’altro nemmeno un romanzo qualsiasi ma un romanzo coi fiocchi, con una storia originale e imprevedibile e che alla fine ti insegna o ti dice qualcosa di molto profondo e vero sulla morte e sulla vita (ma lo fa già Ristorantopoli) e con dentro molti personaggi indimenticabili di quelli che poi quando finisci il libro ti mancano e insomma un romanzo che avrebbe rivoluzionato il panorama letterario contemporaneo, ma poi ci ho pensato bene e mi sono detto “ma no, scriviamo uno pseudo-manuale per clienti nevrotici di ristorante, piuttosto”, e così ho fatto. Se dopo aver comprato e letto lo pseudo-manuale volete che scriva anche un romanzo, non dovete far altro che compilare l’apposito cartoncino che troverete all’interno, ma il mio editore mi ha detto che per farmi scrivere un romanzo devo vendere almeno 100.000 copie dello pseudo-manuale, quindi, ragazzi, sotto con le banconote (Jisus ha già ordinato 12.000 copie su Ibs).

Ma che cos’è Ristorantopoli? A che cosa serve? A chi si rivolge? Quante copie bisogna comprarne prima di cominciare a vederne i benefici? Quali sono i benefici? Come posso inviare all’autore tutti i miei soldi? È vero che leggerlo mi allungherà il pene?
Cercherò infine di rispondere brevemente a tutte queste domande e comunque rimango a disposizione nel mio ufficio per tutte quelle che vi possono venire in mente.

1. Di che cosa parla Ristorantopoli?

Ristorantopoli parla di te. Qualcuno potrebbe lasciarsi ingannare dal titolo, dalla copertina, dal sottotitolo, dalla dicitura, dal bicchierino con la forchetta, dalla quarta di copertina e dalle note sull’autore dove si dice che sono un giornalista gastronomico e un aiuto-cuoco e dunque pensare che parli di ristoranti, ma non è così. Parla di te. Delle tue paure, dei tuoi segreti, delle tue gioie, degli occhi di tuo figlio, dell’amore. È un libro sull’uomo, sui misteri della psiche, sulle pasticche che si devono prendere, su quanto alcol sarebbe meglio assumere. E poi, sì, su come fare o non fare tutto questo al ristorante.

2. Perché al ristorante?

Soltanto leggendo il libro lo si può capire. Ma bisogna comprarne e leggerne almeno due copie, altrimenti non lo si capisce bene.

3. A chi si rivolge?

Il lettore ideale, nel senso del destinatario, sarebbe il lettore nevrotico. Il libro è - come forse mi sono dimenticato di dire - uno pseudo-manuale, perciò pretende di aiutare il lettore a correggere certi comportamenti e certe folli catene di pensieri che il lettore tende a far verificare ogni volta che deve agire in mezzo alla gente. Il lettore nevrotico è dunque quello che può trarre maggiore soddisfazione dalla lettura del libro, per quanto la parola “pseudo” indichi molto bene che né l’autore, né il libro, né il lettore nevrotico abbiano la benché minima fiducia nelle possibilità terapeutiche di qualsiasi cosa.
Il lettore ideale, non nel senso del destinatario, sarebbe quello che compra dieci-venti copie e che mi scrive una mail per dirmi che il libro è meraviglioso e che poi da quel giorno mi manda ogni mese un assegno di 1.500 euro.

4. E il lettore non nevrotico?

Non esiste un lettore non nevrotico.

5. Le battute non mi fanno ridere. Come mai?

La tua copia di Ristorantopoli potrebbe essere difettosa. Puoi provare a tornare in libreria e fartela sostituire con un’altra, ma io consiglio di acquistare direttamente una copia nuova. Se invece il problema risiede nel tuo senso dell’umorismo (non nel senso che hai un senso dell’umorismo difettoso o inferiore a quello dell’autore del libro – questo non è possibile - ma nel senso che ne hai uno troppo più raffinato), comprare due copie al giorno, una al mattino e una prima di andare a letto, per quindici giorni, dovrebbe risolvere il problema.

6. Il libro è di una qualche utilità?


Grazie per la domanda.
Il libro, oltre a essere il libro sui nevrotici o sui ristoranti più divertente che io abbia mai scritto, è anche molto utile e insegna molte cose che andrebbero proprio sapute e che sono di universale interesse. Tra le più degne di nota:

- come invitare una ragazza a cena e farci sesso (per i ragazzi)
- come farsi invitare a cena senza dover necessariamente fare sesso (per le ragazze)
- come avere un trattamento di favore dal cameriere lasciandogli intendere che potrebbe avere qualche chance di fare sesso ma senza poi doverci fare sesso, oppure facendocelo (per le ragazze)
- come fare sesso con tutte le cameriere contemporaneamente (per i ragazzi)
- come allungarsi il pene (per i ragazzi)
- come allungargli il pene (per le ragazze)
- come non farsi sputare nel piatto.
- come farsi fare lo sconto.
- come mangiare e non pagare.
- come correre molto ma molto rapidamente.
- come essere autoritari.
- come prenotare il mio cane.

7. Dove lo trovo?

Ovunque ci sia un bambino bisognoso. Ma soprattutto in libreria. E sui siti di vendita online. Forse nei supermercati e nelle edicole, non si può mai sapere. Sicuramente a casa a ore pasti. Per il resto è un libro imprevedibile e pieno di risorse: stamattina mi sono alzato e sono andato in bagno e l’ho trovato lì, sulla tazza, che si leggeva da solo.

8. Vorresti ringraziare qualcuno?

È molto gentile da parte tua usare una delle dieci domande (perché devono essere dieci) per darmi la possibilità di ringraziare le persone che in qualche modo hanno contribuito alla realizzazione del libro. Queste persone sono:

Uragano Truppa, senza il quale il mio libro non sarebbe stato possibile. Lui ha creduto in me anche quando nessuno, nemmeno lui, credeva in me. Insostituibile manager-agente-legale di fiducia-tuttofare, ogni volta che era il caso si è sempre precipitato via mail per vedere se avessi bisogno.

Il Padre e Jisus, senza i quali questo autore non sarebbe stato possibile. I migliori genitori che abbia mai avuto, senza ombra di dubbio: dotati di un finissimo senso dell’umorismo, hanno letto tutte le parti del testo che non contenevano parolacce come v***** e come p*** e simili, e le parti che non contenevano riferimenti s*******, e mi hanno dato sempre giudizi imparziali (“bellissimo”, “eccezionale”, “sei un c**** di genio, figliolo!”, ecc.). Mi hanno anche offerto centinaia di cene e centinaia di bottiglie di vini che non mi sarei potuto permettere.

Astutillo Smeriglia, senza il quale Uragano Truppa non sarebbe stato possibile, e per l’incessante consulenza tecnico-umoristica, per l’attenta revisione, per aver fornito quello che che ogni scrittore di un libro desidera e non desidera al tempo stesso, cioè un giudizio obiettivo nel quale finalmente si riconosceva il mio indiscutibile e formidabile genio. Per essere come un fratello. Per avermi tamponato a Interlagos.

La ragazza di Smeriglia, senza la quale il mio libro sarebbe stato possibilmente pieno di erori di ortografica. Ha letto e riletto il manoscritto (manoscritto al computer) giorno e notte per un anno intero, cominciando prima a correggere i semplici errori di battitura fino a quelli di grammatica e poi cominciando a disquisire sulle scelte lessicali e sulle battute, gli argomenti e i concetti, presentandomi alla fine un’opera originale di sua personalissima produzione che, pur essendo notevolmente più bella della mia, non era la mia e che dunque non è stato possibile pubblicare. Non te la prendere, Ragazza di Smeriglia, sarà per la prossima volta.

Ema, senza la quale niente sarebbe possibile, compreso tu. Per essersi letta, ascoltata, sciroppata, elaborata e trangugiata ogni singola parola del mio libro e di me stesso, più tutte le parole che poi sono state escluse e quelle che sono state anche solo pensate, più l’autore, quotidianamente, giorno e notte.

9. Un’ultima cosa: potresti produrre un esempio del libro, così che io possa capire se davvero lo voglio?

Ma certo. E ce l’ho stranamente qui già pronto:

A tutti capita prima o poi di invitare a cena una donna (o un uomo) perché la si vorrebbe portare a letto (ma anche il sedile posteriore della macchina o il sedile del water del cesso del ristorante andranno benissimo). È un argomento talmente vasto che esistono effettivamente centinaia di manuali fai da te al riguardo, anche se mi rendo conto che in questo caso l’espressione “fai da te” deve avere un suono sinistro. Se uno (o una) è particolarmente imbranato, può darsi che riesca a cenare con diverse persone con cui vorrebbe fare sesso ma senza farci veramente sesso, il che potrebbe anche collocarlo nella sezione dove si spiega come farsi pagare i pranzi e le cene usando il sesso come specchietto per le allodole, ma dalla parte delle allodole.
Secondo un recente studio che ho trovato nella lettiera del mio gatto, inoltre, niente di quello che un essere umano fa può aumentare in nessun caso le chance di accoppiamento con un altro membro della stessa specie o di altre specie a piacere, mentre quasi tutto può diminuirle.
Rovinare tutto è facilissimo, e dipende in gran parte dal tipo di persona che si ha di fronte, dal momento che i gusti della gente sono imprevedibili e irrazionali: a una donna può piacere l’uomo spigliato, a un’altra quello arrogante, a un’altra ancora quello maleducato o addirittura quello invadente e a corto di comprendonio, tutti gli uomini sono appetibili per qualche motivo, nessuno escluso, tranne quello imbranato […].Che poi è un discorso animale, genetico e istintivo, di selezione naturale, è ovvio, perché una donna sicura di sé tenderà a scegliere un uomo sicuro di sé per generare un figlio sicuro di sé e aumentare le proprie possibilità di dominare il mondo, mentre una donna insicura sceglierà di nuovo un uomo sicuro di sé ma questa volta per bilanciare il proprio deficit caratteriale, e poi vengono le zitelle, le suore, le bambole gonfiabili, le amanti degli uomini sicuri di sé delle altre, e solo a questo punto vengono le donne che scelgono deliberatamente di accoppiarsi con uomini insicuri e imbranati, ma lo fanno solo per un errore di valutazione, generalmente perché in loro hanno visto dapprima qualità eteree come l’intelligenza, la bontà, il senso dell’umorismo o il fatto che avessero un nickname che finisce con un numero, e soltanto dopo il resto, oppure perché pensano di redimerli, per tirarsi su il morale, per avere di fronte un costante esempio di un individuo costantemente inferiore .
Non per fare discorsi maschilisti o sessisti, ma i dati statistici dello studio sopraccitato confermano che gli uomini cercano nelle donne ben altre caratteristiche (la vagina) e non sono affatto disturbati da una donna insicura o imbranata, anzi spesso la trovano adorabile e sessualmente attraente, e questo perché quasi sempre gli uomini sicuri di sé sono inconsciamente insicuri di sé e preferiscono avere al proprio fianco persone da accudire e che facciano leva sul loro istinto di protezione. Tutto questo – è chiaro – solo dopo averci fatto sesso (prima di averci fatto sesso, l’unica cosa che può rendere una donna non attraente per un uomo e che non sia una donna ma un comodino).


10. Trovo che sia straordinario, vado subito a comprarlo. Scusa se ho dubitato.

Ti perdono.
chinaski77 alle ore 08:06 | link | commenti (198)
mercoledì, 25 marzo 2009

Watchmen

Ieri pomeriggio sono andato al cinema con Smeriglia (i nostri lavori ci consentono di andare al cinema di pomeriggio, di sera, di mattina, al nostro compleanno, quando vogliamo, ed eventualmente anche di non tornare mai più indietro) con l’esplicito intento di vedere Watchmen e per l’ottima ragione che Smeriglia voleva vedere proprio Watchmen pur sapendo che non sarebbe stato granché ma perché il regista era uno che qui ho smesso di ascoltare. Comunque se ho capito bene il punto era che lui sapeva che Watchmen ci avrebbe deluso. Ma siamo andati lo stesso.
Le cose si sono messe male da subito, visto che il film cominciava alle 15.05 e le sguattere della multisala hanno sciolto le catene alle 15.04.59 (“ma non preoccupatevi, con la nostra multiincompetenza faremo cominciare il film alle 15.38!”). Nella vana speranza d’instillare un senso di colpa nelle ragazzine (diventerò un magnifico vecchio misantropo con il cimurro), ho trascorso tutto il tempo dell’attesa con la faccia appiccicata al vetro, guardando dentro, fissandole con sguardo severo e scandendo con il labiale un sibillino “aprite queste porte del cazzo”. Ma non le hanno aperte, anzi sospetto di aver così ottenuto il massimo ritardo mai concepito.
Così mi sono stizzito e meno male che ho avuto subito una piccola chance per rifarmi del torto:

- sono 12 euro.
[banconota da 500]
- avete due euro?
- no.
[mentre mi guardo intorno indifferente aspettando che la sottoposta si decida a togliere il cellofan dalle dita, vedo una mano che ha tutta l’aria di essere la mano di Smeriglia che con mio immenso stupore e indescrivibile sdegno estrae un portamonete e dal portamonete estrae una moneta da due euro e poi la consegna al nemico. Non dico niente, ci allontaniamo]
- perché?
- cosa?
- la moneta.
- in che senso?
- alla troia. Perché?
- ah, beh…

Alle 15.08 siamo seduti e nella sala non c’è un solo altro essere umano, frase che descrive bene la mia idea di paradiso. La settimana scorsa io, Smeriglia e la ragazza di Smeriglia abbiamo visto Io sono leggenda, quel film dove Will Smith rimane l’unico essere umano sulla Terra a parte qualche milione di zombie assetati di sangue eccetera e per quanto mi sia sforzato non ho proprio capito per quale motivo Will Smith mandasse ogni giorno un messaggio nell’etere dicendo cose come “se qualcuno può sentirmi, vi prego, sono solo, vi offro cibo, acqua, riparo, venite a trovarmi, vi prego”. Io mi guarderei bene dal farlo. Il mio messaggio sarebbe “se qualcuno può sentirmi, vi prego, posso offrire zombie, stupro, mi serve una cavia per trovare il vaccino, sono morto”. Perso in queste mirabili riflessioni, alle 15.28 mi accorgo che il film non è ancora cominciato: ci siamo visti la pubblicità degli altri film, la pubblicità di cose che non c’entrano coi film, la pubblicità del cinema, ci siamo sentiti la musica, abbiamo messo il pigiama, abbiamo fatto la cacca. Alle 15.29 vado a informare la prima sottoposta che trovo del fatto che da tutte le altre sale escono rumori di navi spaziali, amplessi e risate fragorose, mentre dalla nostra esco solo io perché là dentro vediamo solo le diapositive delle concessionarie di macchine o dei negozi di parrucchiere. La sottoposta mi chiede se abbiamo visto la pubblicità, io le dico sì, lei chiama il tecnico, il tecnico dice che c’è un guasto, che lo sistema, la sottoposta mi dice che il film comincerà entro due minuti, al che io torno a sedermi e lì scopro che con “film” intendeva dire tutto il blocco, compreso cioè un altro rullo completo di trailer e che altro, e dunque il film vero e proprio comincia alle 15.40 quando ormai vari cancri fluttuanti hanno lasciato i miei boccaporti per raggiungere i nuovi legittimi proprietari. 

E poi, sì, il film. Watchmen.
Di Watchmen dico solo questo: non andate a vederlo. È un buon consiglio. Se ci siete già andati e vi è piaciuto voglio che sappiate che non c’è niente di male e non c’è niente di sbagliato in voi, però non diventeremo mai amici. La parte più affascinante di Watchmen è un certo dottor Manhattan, che è un tipo tutto blu che in seguito al solito incidente di laboratorio oltre a essere diventato blu può controllare la materia come vuole e in pratica è una specie di Dio anche se la sua vera particolarità è che gira per tutto il tempo (sto parlando di 160 minuti molto, molto lunghi) nudo con il pene di fuori:

- perché hanno deciso di lasciarlo con il pene al vento per tutto il film, Smeriglia? È disturbante.
- già. E poi, diamine, perché un pene così grande?
- in che senso “grande”? Io ce l’ho così.
- a riposo?
- sì. Tu no?
- ma certo, sì.

Comunque il pene del dottor Watchmen, grande o piccolo che sia, non funziona, perché in una scena lui sta cercando di fare l’amore con la sua ragazza e si sdoppia per farle provare l’ebbrezza di una penetrazione multipla ma quando lei se ne accorge si arrabbia (see…) e si alza e lo rimprovera (voleva fare l’amore teneramente, povera cara) e lui la guarda senza capire che diavolo le frulli in quella testolina santa e nel frattempo io noto che il suo pene azzurro fluorescente non è eretto e visto che un istante prima stava facendo sesso mi pare che non ci sia molto altro da dire sull’argomento.
A parte questo, il film è davvero brutto e sgangherato, perciò concludo la mia recensione non parlando del film ma di Jisus, che doveva prendere appuntamento per non so cosa e mi ha voluto far sapere a tutti i costi quant’è stato difficile riuscire anche solo a prendere la linea, neanche trovare il posto, mi ha detto, proprio solo trovare il telefono libero:

- pensa che ho chiamato 30 volte col cellulare e 30 col fisso. Assurdo.
- ma dai.
- e alla fine con che cosa sono riuscita a prendere la linea?
- col cellulare.
- col cellulare!
- è sempre così, Jisus, non te la prendere.
- ma è da non credere, no? Che si trovi sempre occupato. E nonostante chiamassi contemporaneamente con cellulare e fisso.
- Jisus?
- sì?
- chiamavi contemporaneamente con cellulare e fisso e trovavi occupato?
- sì.
- non ho altre domande, vostro onore.


chinaski77 alle ore 09:15 | link |
giovedì, 12 marzo 2009

Sit down Mourinho (concorso, vol.3)

Ben quattro vincitori, complimenti (sullo sfondo sibilano bestemmie), il che significa che, con mio grande piacere (fshhh!), se i quattro (4) vincitori saranno così gentili da scrivermi una mail indicandomi il loro indirizzo di casa (se mi lasciano le chiavi sotto lo zerbino mi risparmiano la fatica dello scasso, ma eventualmente posso accoltellarle direttamente sul pianerottolo), potrò spedire a ciascuno la sua (4) copia del Cane, autografata da Jisus, se vogliono ci metto anche dentro la mia carta di credito e un peluche di quando ero piccolo. No, complimenti, davvero.
Ora che l’Inter è stata eliminata per il terzo anno consecutivo (il terzo anno consecutivo? Veramente l’Inter viene eliminata dalla Champions League o Coppa dei Campioni o Coppa del Giuoco del Calcio o Tenzone calcilistica che dir si voglia, a seconda dell’epoca di riferimento in cui l’eliminazione è avvenuta, dal 1641, quando il calcio si giocava a cavallo e la palla che non era una palla ma un uovo di legno veniva colpita non con i piedi ma con arco e frecce di fuoco. Ah, lo so, lo so, s’intende dire “agli ottavi”), non le resta che concentrarsi sul campionato e sulla Coppa Italia (drin!), dove però, considerando che all’andata della semifinale ha perso come tutti sapete 3-0 con la Samp, rischia di essere eliminata (è una fortuna che non si possa essere eliminati dal campionato, mi dico), il che significa che, a conti fatti e considerando l’orrendo gioco fin qui espresso, Mourinho sta facendo peggio di Mancini (e al pacchetto possiamo aggiungere la splendida campagna acquisti/cessioni/prestiti).
Il mio è accanimento? Niente affatto. Mourinho continua a essermi molto simpatico. Solo che, se uno sceglie la strada della spacconaggine, gli restano solo due possibilità: o vince e zittisce tutti e poi se ne va e non c’è più niente da dire, oppure non vince e allora tutto quello che ha detto sarà e anzi deve essere usato contro di lui, ogni singola parola, ogni respiro e sospiro e ogni sguardo o gesto e sorriso ironico o che altro, tutto, e non perché deve essere fatta giustizia o perché l’umiltà è un valore o perché gli ultimi saranno primi e perché dei buoni è il Regno dei Cieli (vi ricordo che il Regno dei Cieli è di Ratzinger e Berlusconi, tanti auguri), no, ma soltanto perché ora è venuto il nostro momento di divertirci, perché lo spaccone, quando fa lo spaccone, si appropria di qualcosa che non è ancora stato assegnato – la vittoria, la gratificazione, l’esultanza, la gioia – e assegna temporaneamente per mezzo di un gioco di prestigio psicologico il ruolo di perdente a chi lo deve stare a sentire, e chi lo deve stare a sentire a quel punto può solo scegliere se picchiarlo lì sul posto (che sarebbe sempre meglio) o se aspettare che il tempo faccia il suo corso e che i ruoli vengano assegnati sul serio.
Beh, ieri sono stati assegnati sul serio, i ruoli, e guarda un po’ è venuto fuori che Mourinho è il perdente, non il vincente, e, come ho già spiegato nella mia indimenticabile Opera “Il termosifone e altri luoghi dove infilare il pene” (Edizioni Hp Deskjet 2180, 2008, in vendita nei migliori cassetti di casa mia), quando sei il perdente la cosa migliore da fare, anzi l’unica cosa che puoi fare, è tacere, oppure tacere e sorridere, se ti riesce, ma senza sorridere troppo perché tra gli altri c’è sempre qualcuno che conosce bene i meccanismi dell’animo umano e quel qualcuno sa che tu sorridi ma dentro piangi e dunque sa che in quel momento stai facendo uno sforzo per dare a bere che sei diverso, mentre la verità è che sei uguale, in tutto e per tutto, a chiunque altro.
Quindi, per come la vedo, Mourinho avrebbe fatto bene a non dire niente, ieri sera. Oppure, non so, avrebbe potuto dire “abbiamo perso, ci sta” e andarsene, sapendo che tanto niente lo salverà dalle critiche e dai sit down Mourinho e da tutte le altre prese per il culo, e non perché la gente sia cattiva o ingiusta, ma perché niente lo salverà dagli eventi, e gli eventi sono che Mourinho, Moratti, Ibrahimovich, l’Inter e i suoi tifosi sono fuori dalla Champions League come tutti gli anni e come tanti altri. La cosa non è tanto speciale, ed evidentemente questo gli rode.
Comunque, Mourinho, pur essendo molto ma molto intelligente, ieri ha scelto di continuare a parlare, che è una cosa molto ma molto meno intelligente di quanto crede. Penso che adesso sia giusto rispondere, allora, per il mio personale sollazzo e per il sollazzo di tutti i non interisti che vengono in questo posto.

“Tutta Italia sarà felice perché l’Inter è stata eliminata.”

È vero, Mou: oggi l’Italia, pur con tutti i problemi che ha (la crisi, gli stupratori, il fatto di essere fatta a stivale, il che implica che tutte le cose tendono a rotolare verso il Molise), è felice, ed è solo merito tuo (e del tuo presidente, ma lì c’è un paziente lavoro di anni), di tutte le cose che hai detto, di tutte le persone che hai preso per il culo e di tutti i nemici che ti sei fatto. Quindi è il minimo.

“Ma a me non interessa.”

Oh, sì che ti interessa. Anzi a dire il vero è l’unica cosa che ti interessa: perché è la tua personale sfida con i non-Mourinho di tutto il mondo. E ora soffri immaginando gli stupidi, inutili, poveri e non-speciali non-Mourinho che sghignazzano.

“Io ho vinto: la squadra non ha più paura.”

E ora che è fuori dalla Champions le servirà moltissimo. Ma poi, che vuol dire “io ho vinto”, dopo che tu hai perso? È una cosa tipo essere il vincitore morale o più una cosa come “secondo i parametri di voi comuni mortali sembra che io abbia perso ma secondo i miei parametri in realtà ho vinto”? È così, Mou? A casa hai un quadernetto dove tieni una speciale classifica della Paura dove l’Inter adesso è prima e Milhouse secondo e il mio cane terzo? Deve essere faticoso alzarsi tutte le mattine e lasciare il Mou-mondo per entrare nel mondo vero.

“Non sono arrabbiato, ma triste.”

No, anzi, non triste, ma malinconico, malinconico nostalgico, soprappensiero, diciamo, sono meditabondo, non arrabbiato. Ti sembro arrabbiato? Non sono arrabbiato, guarda: rido. Vedi come rido, hi hi hi, guarda qui, proprio qui all’angolo della bocca, è un sorriso, no? Sono contento, dai, non sono arrabbiato. Sono felice, era proprio quello che volevo, non sono Mourinho, sono Alex Ferguson.

“Prima di toccare la mia squadra, dovranno ammazzare me.”

Nessuno vuole ammazzarti, Mou. È solo uno sport. Ti prenderanno un po’ giro, arriverà qualche critica. Tutto qui. Non essere così Charlton Heston.

“Non abbiamo avuto la fortuna che serve per vincere queste grandi partite”.

Per “fortuna” intendi i rigori inventati o il Genoa che tira quindici volte in porta e non segna e l’Inter che tira una e mezzo e ne segna due fantasma?”

“Mi dispiace per chi questa coppa non l’ha mai vinta e voleva farlo.”

Povero Mou. Quindi ti spiace anche per me. A una mente poco lucida questa potrebbe sembrare una frase compassionevole, e invece lui sta solo ricordando nel momento della sconfitta che lui, la Champions League, l’ha vinta. Nel momento in cui gli eventi storici (la sconfitta) potrebbero suggerire a qualcuno che è un perdente (ha perso), lui vuole suggerire che invece è un vincente (perché una volta ha vinto anche se adesso ha perso). Se invece di essere molto ma molto intelligente fosse stato intelligentissimo, sarebbe rimasto zitto.

“Ho visto grande personalità.”

Non so se hai visto le due pere che hai preso.

“Oggi ho la grandissima sicurezza che lo scudetto sarà nostro.”

Ah ah… ma lo scudetto è vostro da un mese, Mou! Peccato tu non abbia parlato della Coppa Italia (lo sai che se perdi lo scudetto devi lasciare il paese nascosto nel cassone di un camion?).

“Abbiamo bisogno di qualcosa in più per vincere questa competizione.”

Vi è mancato Quaresma.

“Capisco che tutta l'Italia sarà felice perché Mourinho è stato eliminato ma non è un mio problema, io dico che non siamo andati avanti solo per sfortuna. Con il Porto ho vinto facendo ancora meno.”

Qui non si risponde nulla. È un momento troppo bello e i non-Mourinho se lo stanno godendo tutto (vedo Mourinho, nel 2019, che ancora ricorda di quando ha vinto la sua unica Champions con il Porto, mentre parla ai suoi ragazzi della Legnarese).

“Quella palla di Adriano l’ho vista dentro.”

No, era fuori.
A proposito, è per questo che a un certo punto hanno pensato di mettere i pali, per evitare che la gente andasse in giro con speciali classifiche immaginarie basate su come sarebbero andate le partite se le palle fossero o non fossero entrate, su chi ha tirato più volte, su chi ha tirato le punizioni più belle, su chi ha corso nel modo più elegante. Qualche cuore di pietra è arrivato e ha pensato di mettere i pali alle porte, perché così è più semplice: la palla entra, gol. La palla non entra, non gol. Chi fa un gol in più ha vinto, chi non lo fa ha perso. Se ci fosse un palo sullo spigolo del calcio d’angolo, ad ogni partita saremmo qui a sospirare per quei cinque o sei quasi gol di Adriano.

“Fosse stato gol la partita sarebbe cambiata.”

Sei proprio speciale, Mou.
chinaski77 alle ore 08:43 | link |
mercoledì, 11 marzo 2009

Come diventare il mio cane – Concorso vol.2

Questa sera l’Inter passerà il turno di Champions League e dunque non ci saranno vincitori del concorso (clicca qui per una visione più chiara della cosa). Grazie comunque per aver partecipato a centinaia (di migliaia) e per aver testimoniato un così grande affetto e/o interesse nei confronti del Cane e/o dell’autografo di Jisus. Il concorso verrà probabilmente ripetuto per i quarti di finale, magari cercando di azzeccare il modo in cui l’Inter passerà il turno, questa volta.
Per correttezza, comunque, ecco i partecipanti che hanno azzeccato lo zero a zero dell’andata e che dunque sono ancora in gioco fino a che Ibrahimovich non depositerà in rete il pallone decisivo, stasera all’Old Trafford (tra parentesi il relativo pronostico di ciascuno per il ritorno):

Ingenorton (3-1)
Picchu (1-0)
Luigino (0-0)
Pornorambo (2-0)
Luis (1-0)
Scuoladiladri (2-0)
Stefania (2-1)
Gallanza (1-0)
Francesca Cosmogirlgroup (2-0)
Kanosutra (1-0)
Mildareveno (2-0)
Enrico da Modena (3-0)
Deliz (3-0)
Marco (3-1)
Presoblu (0-0)

Nel frattempo, come da tradizione e da pronostico, la Juventus è uscita. È brutto non capire niente di calcio perché tu guardi una partita e dopo che la partita è finita sei deluso e pensi che sia stata una partita sciatta, che la tua squadra sia una squadra di smidollati e che Del Piero ha evidentemente usato tutta la carica agonistica per dire in conferenza stampa quanto sarebbe stata importante la carica agonistica (per poi passare la partita a ciondolare per il campo nell’ossessiva ricerca di stucchevoli auto-tunnel), e dall’alto del tuo non capire niente di calcio ti aspetti che nel dopopartita tutti riconoscano perlomeno che sciattume di partita è stata e si facciano così veicolo della tua stessa rabbia, e invece no, macché, anzi, tutti soddisfatti, tutti a dirsi “abbiamo fatto il possibile”, “uscire con il Chelsea ci sta”, “concentriamoci sulla Coppa Italia”. Concentriamoci sulla Coppa Italia è un campanello d’allarme, per uno che di calcio non capisce niente. Quello che mi chiedo tutte le volte è: che c’è di bello nel perdere? Da dove arriva questa serenità nella sconfitta? La preoccupazione è tutta lì, cioè se ci sta uscire come sei uscito, se sei stato un perdente dignitoso, se hai fatto il possibile, se ti sei impegnato. Nessuno che si preoccupi dei fatti in sé, cioè che: 1) sei uscito e che 2) il tuo possibile non è abbastanza, evidentemente. Dare il massimo e perdere è un altro campanello d’allarme, a mio modo di vedere.
E così ho la stessa sgradevole sensazione che avevo con la Ferrari, quando perdeva senza opporre resistenza mentre Alonso vinceva guidando una friggitrice elettrica e a tutti era chiaro quello che andava fatto ma nessuno lo faceva e così per il prossimo anno, siccome non mi hanno comperato Alonso, tiferò direttamente Alonso e, se devo essere sincero, ho già cominciato a simpatizzare per Hamilton, che almeno se provi a passarlo ti dà una ruotata in faccia perché si vede che è ancora in grado di capire la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
Per la Juventus non c’è una soluzione così semplice, penso che dovrebbero assumermi e permettermi di lavorare con serenità per qualche mese lasciandomi mettere a frutto l’esperienza maturata negli anni a Championship Manager, ma di sicuro bisogna cominciare a sostituire tutta quella gente che pensa che possa esistere una dimensione nella quale una qualche forma di sconfitta è tutto sommato accettabile, mentre da un punto di vista tattico c’è molto da fare, ma intanto è ovvio che Molinaro non può correre avanti e indietro lungo la fascia, non avendo il dono dei piedi, ma da destra a sinistra all’altezza della linea dell’area di rigore o a metà campo, in modo da spazzare ciecamente il fronte del gioco. Stessa cosa per Grygera, mentre Tiago va benissimo ma è un po’ lento, quindi forse potremmo caricare Tiago sulle spalle di Molinaro e piegare Molinaro così che Tiago possa colpire il pallone, oppure mettere Sissoko e Poulsen intorno a Tiago, con il compito di proteggerlo in modo che possa avere quei cinque-dieci minuti per riflettere tutte le volte su dove si trova, su che cosa è quella cosa rotonda, su che cosa tutta quella gente si aspetta che lui faccia. Sì, lo so, così si crea il problema di avere in campo Poulsen, ma potremmo mettere Marchisio a marcare Poulsen e questo dovrebbe sistemare il centrocampo. La difesa va benissimo così, a patto di non fare mai più cose sciocche come sostituire Chiellini o Legrottaglie, quando si infortunano, con Mellberg, perché è controproducente. Quando Chiellini o Legrottaglie si infortunano, si gioca con Legrottaglie o Chiellini soltanto, e se si infortunano entrambi basta aggiungere Manninger a Buffon e dovremmo essere a posto. Adesso ho perso il conto di quanti ne abbiamo in campo, ma tutti gli altri andrebbero ammonticchiati là davanti: Amauri, Trezeguet, Giovinco, Iaquinta, Del Piero. Mourinho quando sta perdendo mette cinque attaccanti e segna sempre, quindi finalmente è sfatata la diceria che “più attaccanti non significa fare più gol”. Cazzate. Più attaccanti, più gol. Un 2-3/4-5 andrà benissimo.

chinaski77 alle ore 11:01 | link | commenti (62)
domenica, 08 marzo 2009

Oh sob (a fumetti)

Il testo è l'immortale Oh sob, i fumetti sono di Luca Genovese (selfcomics.com).
Cliccando sulle immagini esse diventano più grandi.

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OhSob2c OhSob3cOhSob4c OhSob5c
chinaski77 alle ore 09:16 | link | commenti (48)
venerdì, 06 marzo 2009

Ciò che dai è tuo per sempre

Jisus non tollera che qualcuno sia infelice da qualche parte nel mondo. Gliel’ho spiegato, che è una questione di bilanciamento della felicità globale, così come le ho spiegato che non è possibile piacere a tutti, mettere d’accordo tutti, accontentare tutti. Che una legge dell’essere umano da imparare in fretta è che ci sono persone che: non importa quanto è ragionevole, non ragioneranno; non importa quanto è evidente, non lo ammetteranno; non importa quanto è bello, non gli piace; non gli importa quanto è importante, non gliene importa niente. Ci sono, c’è poco da fare. Ci sono come c’è la diarrea. Non ti arrabbi perché nel mondo c’è la diarrea (e comunque meglio la diarrea).
In secondo luogo, lei pensa di conquistarsi così l’affetto del prossimo. Perciò: il piccolo figlio di amico figlio di buona donna piange perché la sua mamma non gli sta facendo il solletico sulla pancia e sta invece parlando con i grandi o ancora peggio sta facendo il solletico a un altro bambino più piccolo che le risulta dunque temporaneamente più bello? Nessun problema, ecco che interviene Jisus con un meraviglioso regalo preso da una stupida e polverosa scatola in cantina ma chissà di chi era. Povero me. Ogni volta era una lotteria della memoria che dava in premio a un perfetto sconosciuto un pezzo della mia vita, un prezioso ricordo d’infanzia.
Da notare che – ora, non sono uno psicologo e non ho sfere di cristallo, però – i bambini piccoli dei parenti non amavano di più Jisus per questo. O forse sì – non sono uno psicologo e non ho sfere di cristallo, per l’appunto -, però sono sicuro che quei giochi finivano quasi subito in un armadio o in un cassetto e buona notte, perché prima di tutto non erano stati regalati al bambino dalla sua mamma e quindi non si inserivano nel patetico e morboso ed eterno gioco di amore e odio che lega una madre al proprio figlio, e poi perché, se il bambino avesse dimostrato di apprezzare il regalo, la madre non l’avrebbe accettato e non l’avrebbe permesso e sarebbe intervenuta e avrebbe cercato di sostituirlo con un gioco migliore o più bello che avesse la particolarità di essere un regalo suo. D’altronde uno non può pensare di inserirsi nel patetico e morboso ed eterno gioco di amore e odio che lega una madre al proprio figlio.
Da notare che anch’io ho questo gene. Un po’. Ma chi non ce l’ha?
Perciò una volta, da adolescente o poco più, ho voluto togliermi il dubbio e provare l’ebbrezza di essere generoso (ah, sì, perché non sono molto generoso, quando si tratta delle mie proprietà, sono più il tipo che non riesce a separarsi dalle cose, non riesce proprio a buttarle e preferisce invece tenerle in una stupida e polverosa scatola in cantina fino alla morte e poi, se possibile, anche dopo, farcisi seppellire, come gli Egizi, ma senza nessuna accurata scelta degli oggetti preziosi o cari o più rappresentativi, no, io gradirei farmi seppellire con tutti quanti i miei oggetti, tutti gli oggetti della mia vita, compresi - magari in un loculo adiacente - gli oggetti che mi sono fatto prestare e che non ho mai avuto la forza o il coraggio di restituire), e in particolare ho voluto togliermi il dubbio e provare ad essere generoso con uno di quei piccoli, pidocchiosi, rumorosi, stupidi, accessori e ingrati figli di puttana dei figli di puttana degli amici dei miei, uno tra i più antipatici, peraltro, e questo perché più l’oggetto della mia generosità era immeritevole e antipatico e più io sarei risultato generoso, più il mio gesto grande e magnanimo, più apprezzabile e commovente il mio sacrificio, così, un giorno che erano in visita, invece di rinchiudermi a chiave nella mia cripta facendo finta come al solito di essere momentaneamente morto, ho preso il mio cd originale di un mio videogioco per il mio computer e sono sceso al cospetto di tutta la parentela del piccolo bastardo e sorridendo con un sorriso che detesto e che mi rende antipatico a me stesso anche solo a ricordarlo, sono passato davanti alla mamma, al papà, alla nonna e al nonno del piccolo bastardo e, sapendo di stare correndo il rischio di vedere per l’ultima volta il mio videogioco, gliene ho fatto dono.
Che cosa orrendamente stupida che ho fatto. Ora io ripenso a quell’azione di quando avevo diciassette o diciotto anni e sento quanto sia stata non solo profondamente e orrendamente stupida e sbagliata, ma anche del tutto diversa dalla scelta giusta secondo il reale accordo tra le mie azioni e la mia anima. Sono impulsi del momento dettati dalla confusione di non sapere che cosa fare della propria vita e che cosa si è realmente. Ora rimarrei chiuso nella cripta e mi terrei il videogioco e vaffanculo. La domanda è: che cosa saprò tra quattordici anni che oggi non so? Quali scelte orrendamente stupide e sbagliate sto facendo adesso, ogni giorno?
Un anno o un paio d’anni dopo sono tornati. Senza il mio videogioco.
Ricordo di non essere uscito dalla cripta e di aver usato il citofono interno alla casa per chiamare Jisus e farmi passare il piccolo bastardo che nel frattempo era cresciuto abbastanza da sopportare un predicozzo. Come tutti quelli che non sono i genitori diretti o indiretti di piccoli figli di puttana turbolenti, credevo che il problema fosse la mancanza di disciplina. Evidentemente sua madre era troppo tenera e suo padre troppo materno. Evidentemente il piccolo ribelle non aveva avuto la sua giusta dose di calci nel culo, mi dicevo. Ma ci avrei pensato io, giusto? Al citofono ho ricordato con la massima fermezza a quella miniatura di figlio di puttana che la volta successiva avrebbe dovuto riportarmi il mio videogioco altrimenti lui sapeva cosa, e infatti lui ha detto . Visto com’è facile? Disciplina.
Ma non ho mai più rivisto il mio videogioco. La volta successiva non me l’ha portato e io non ho mai più pensato, nemmeno quella volta stessa, al mio videogioco, che non è mai stato il vero centro di tutta quella faccenda, il centro era come al solito il principio, farsi valere, l’orgoglio, ammazzare il tempo. Le solite cose con cui gli esseri umani si trastullano. Ora chissà dov’è. Forse è per quello che sono passato dall’essere uno integerrimo che restituisce sempre le cose, a uno integerrimo che può anche non restituirle. E comunque gli avevo dato il videogioco più brutto che avevo.
chinaski77 alle ore 16:17 | link |

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