venerdì, 20 febbraio 2009

Oltre l’orificio

L’avete notato anche voi? Da circa una settimana gli stupri sono aumentati esponenzialmente fino ad occupare tutto lo spazio rotocalcabile e a raggiungere la sorprendente frequenza di due stupri al secondo (lo stupratore viene messo in fuga da un uomo stuprato a sua volta, il mezzobusto annuncia un nuovo stupro oltre allo stupro che sta subendo adesso, lo stuprato stupra lo stupratore durante lo stupro, lo stupratore si stupra da solo). Che così è anche brutto, no? Cioè per come la vedo i giornali si giocano contro, neanche lo sanno, perché prima avevi il tempo di appassionarti alla storia, di identificarti con la vittima e di odiare con forza lo stupratore e di lasciarti cullare per un attimo dalla strumentalizzazione e dai dolci sogni di orrende ritorsioni tramite pene medievali sapientemente inferte, ma così, voglio dire, così non ci capisci più niente, cominci a mescolare le cose e finisce che le notizie e dunque i fatti non sembrano più notizie o fatti ma fredde stringhe scomponibili composte di elementi intercambiabili - il romeno coi baffi che ha violentato la ventenne a Padova nella biblioteca con il candelabro - ed è normale che ti desensibilizzi e ti deconcentri e perdi la reale dimensione dei singoli stupri.
Non voglio dire niente su questo fenomeno (che avrà di sicuro anche un nome) per il quale se c’è un caso di meningite, nel giro di un mese saltano fuori altri venti casi di meningite (casi di meningite in Italia mediamente in un anno: 811. 811 diviso 12? 67 e rotti. Ma scommetto che non è importante) e uno allora dice “bon, ci siamo: moriremo tutti di meningite” e giù a fare la fila per il vaccino e a sentirsi tutti i sintomi autoevocabili della meningite, compresa la confusione mentale (unico a non scomparire passato l’allarme), e a pensare che però, dai, è brutto morire così, di meningite, o almeno è quello che si pensa fino all’arrivo del primo sasso lanciato dal cavalcavia e allora, niente, a farsi fottere la meningite, patetica piaga senza thrilling, ecco un vero flagello come si deve, ecco qualcosa che ci fa paura e ci fa incazzare per bene, e subito, di nuovo, ecco una pioviggine di sassi, sette milioni di sassi lanciati dai cavalcavia di tutto il mondo nel giro di tre giorni e tutti a dire “visto che roba? non era la meningite, saranno i sassi” e tutti a prendere precauzioni per sopravvivere all’ondata di sassi, ma intanto, contro ogni possibile previsione, alcuni anziani in fila per il vaccino contro i sassi vengono stuprati dai soliti extracomunitari che non si capisce perché non fanno l’amore tra di loro, se gli piace tanto (ma cosa vuoi mai sentire durante uno stupro? Mica è quello, il punto. Non è il sesso: è lo stupro. Ecco perché io sono sempre dell’idea di lanciare lui e il suo pene, in due capsule separate, nello spazio, con l’interno della sua capsula rivestita di foto porno e quello della capsula del pene rivestita di foto di varicoceli. Perché non è la giustizia: è la cieca vendetta), e allora si è costretti ad andare avanti così, passando dai sassi agli stupri, e tutti subito convinti che tutte le donne moriranno di stupri e che noi uomini ci estingueremo perché non avremo più corpi da usare come comode incubatrici (la donna non deve essere anche viva, per meritare di essere conservata, no? Hanno mica detto così, pochi giorni fa? È l’ultimo ritrovato in fatto di cazzata bioetica: art.1. definiamo vive tutte quelle donne che possono ancora svolgere le loro normali funzioni di forno a legna), comode incubatrici per i nostri figli geneticamente modificati che serviranno allo scopo finale, scopo che tutti sappiamo bene ma ci guardiamo bene dal dire, cioè usarli come piccoli e graziosi armadietti rosa paffuti dove riporre temporaneamente la nostra personale riserva d’organi (ogni anno un bambino nuovo, così, dovesse servire, il nostro medico personale ci farà scegliere tra un fegato del 2004 e uno del 2007, descrivendoci l’annata e le caratteristiche e… ma no, che cosa sono quelle facce tristi?). Sono proprio un villano, uno che vuole capire male a tutti i costi. Mica si intendeva dire che le donne sono solo incubatrici sfornafigli, dai. Si voleva dire che, hai capito, no? Come li fai, i figli? E dai.
Comunque non è importante. Troppa notizia uguale desensibilizzazione.  Anche gli stupratori finisce che non sanno più cosa inventarsi, per distinguersi, e cominci già a sentire di gente che stupra persone o cose oggettivamente non stuprabili, come donne molto vecchie e malate, voglio dire, un po’ di rispetto, perché di questo passo il rischio è che gli stupratori si portino all’estremo e qual è l’estremo dello stupro? Beh, facile: il limite è l’orifizio, no? Puoi arrivare a stuprare di tutto, purché abbia l’orifizio, che è uno dei due elementi necessari perché lo stupro sia in atto, l’altro elemento è il corpo penetrante, se non ci sono corpo penetrante e orifizio non c’è lo stupro (ah, sì: il consenso, mi dimentico sempre del consenso. Che cosa terribilmente noiosa, la burocrazia) e quindi il limite sarà oltrepassato quando, dopo aver provato tutte le combinazioni possibili donna, uomo, razza, nazione, sesso, orifizio, corpo penetrante usato (vecchia italiana stupra gallina ripiena usando pene reciso badante marocchino albino), si passerà il limite e si andrà oltre l’orifizio e allora sì, belli miei, allora sì che saremo in pericolo, saremo davvero tutti in un grosso, serio pericolo senza vaccino.
Quando lanceranno un vecchio senza vagina da un cavalcavia contro un pollo malato di meningite e quello sarà l’equivalente di uno stupro, allora vedrai a che ti servono le ronde di rubicondi contadini analfabeti col fazzoletto verde e le ramazze. Quando l’evento sarà in una configurazione che è oltre le tue possibilità di comprensione, l’evento continuerà ad esistere e ad evolversi e invece tu verrai spazzato via come acqua sporca puzzolente. Mandami la foto delle facce degli uomini della tua ronda quando un frigorifero ripieno di genitali vi passerà sopra le teste mandando in diffusione Benigni che legge la Divina Commedia, per favore. Voglio proprio vedere.
chinaski77 alle ore 07:21 | link |
giovedì, 12 febbraio 2009

Come join us

Dovessi mai rendermi conto che mio figlio – dovessi mai avere un figlio – è uno sfigato, beh, cazzo, penso che la cosa giusta sarebbe andare da lui e dirglielo. Entrare nella sua cameretta (nota: mai chiamarla “cameretta”, davanti al ragazzo) e interromperlo in quello che sta facendo specie se quello che sta facendo è un’attività da sfigato conclamato e dirgli due parole su come in effetti la sua persona potrebbe essere percepita dal mondo senza che lui se ne accorga e prima che possa porre rimedio. Se entro e lui mi dice “fanculo, pa’, non adesso”, la cosa giusta da fare è puntargli le mani tipo pistolero e dire “così ti voglio!” (a meno che non lo trovi intento a cercare di avere rapporti sessuali con un peluche di quando era piccolo).
Naturalmente per me non è un problema che sia uno sfigato (vorrei poterglielo dire ma temo che vanificherei il senso della mia azione), essere uno sfigato va benissimo, tanto non c’entra niente con l’essere un coglione, sono due cose del tutto separate, ci sono molti non-sfigati che sono grossi coglioni e molti sfigati che sono davvero in gamba e poi molti, moltissimi sfigati che sono anche dei grossi coglioni, che è il peggio, va bene, ma tanto non servirebbe a niente andare da mio figlio - se mio figlio fosse un coglione, dico - e dirgli “ohi, guarda che sei un coglione, sfigato!”, perché in quanto coglione non capirebbe, in quanto coglione non ci crederebbe, in quanto coglione non mi ascolterebbe e in quanto coglione rimarrebbe un coglione anche se mi capisse/credesse/ascoltasse. Essere un coglione temo sia un problema irreversibile.
Da piccolo io ero piuttosto sfigato. Anche crescendo poi non è che le cose siano migliorate, e temo che anche adesso, e dopo, insomma, alla fine uno ci fa il callo, anzi ti ci affezioni persino, siccome credo di non essere un coglione, dico, ok, va bene, magari sono un tipo particolare, originale, ho solo un paio di scarpe, ad esempio, ma tanto ne posso mettere solo un paio alla volta (qui di solito ridi solo tu) e tendo a mettere quelle che preferisco, quindi che senso ha comprarne un altro? Per fare pendant (pendant, tsk, tsk) (e tsk, tsk, anche. Come zio Paperone, dico bene?) con i vestiti? Ma – ehm, amico  – io ho solo un tipo di vestiti, come Dylan Dog, hai presente?, uh, no, certo che non leggevo Dylan Dog. O forse sì? Come si piazza nel ranking/prontuario della sfiga, Dylan Dog? Oppure per le diverse occasioni, no? Vai a fare shopping (non faccio shopping) e metti le scarpe da ginnastica. Vai a un battesimo (non  vado ai battesimi) e metti quelle, non so, quelle dei battesimi. Vai in montagna a fare trekking (una volta le ho prese per grattare dei soldi, mai usate, vendute al Bortecca per qualcosa da bere o per altri soldi, non ricordo) o vai al mare e metti le pinne (no, ma esco poco, lasciamo stare le scarpe), ma lasciamo stare le scarpe, restiamo sul tipo originale, che andava bene. E poi non stavamo parlando di me, ma di mio figlio, dovessi mai averne uno (ricordarsi di cancellare il blog, nel caso).
Sono andato da Jisus e le ho detto “perché non mi hai detto che ero un bambino senza carisma, quand’ero bambino?”. Jisus non usa il termine “sfigato”. Lei mi ha guardato e mi ha detto “che cosa vuol dire senza carisma?”. Sfigato. Comunque le ho più o meno fatto capire cosa intendessi e ho capito che lei non capiva e che non capiva per lo stesso motivo per cui, quand’ero bambino, non è venuta da me a dirmi che ero un bambino sfigato (decisamente troppo originale, intendo): cioè lei non ha nella sua testa la categoria “sfigato”. Non ce l’ha. Per lei il problema “sfiga” non esiste, ero un bambino adorabilissimo, altroché, e nonostante le borchie e tutto. Ok, bambino adorabilissimo. Mi sta bene. Emarginato magari un pochino, forse deriso alle spalle, ma molto amato nel focolare domestico e, voglio dire, guardate qua che fior fiore di essere umano. Brava Jisus, ottimo lavoro.
Ma mio figlio. Vogliamo tornare a parlare di quel rottame pezzo di idiota di mio figlio? Non lo lascerei essere uno sfigato, potete scommetterci. Andrei da lui e gli direi:

 “Senti, Pompelmo, devo parlarti. Ora ti dirò una cosa che non so psicologicamente che ripercussione potrà avere sulla tua formazione e la tua felicità eccetera, però io avrei voluto che mio padre me la dicesse e siccome avevo un meccanismo di formazione della personalità per reazione, ecco, magari avrei puntato ancora di più nel mio essere eccentrico – nota questo termine, non ho detto “sfigato” – e quindi mio padre ha fatto bene a stare zitto oppure avrebbe dovuto venire da me e dirmi se non potevo essere un po’ più sfigato di com’ero, perciò ora dovrei chiedermi che tipo di modello stai usando per formare il tuo Io, se per reazione o emulazione, o se ce ne sono altri, non so, comunque a me non sembri molto simile al tuo vecchio, altrimenti non sarei qui a farti questo discorso, capisci?, quindi probabilmente, va beh, vengo al sodo.
Senti, Pompelmo… ma sarà mica che abbiamo sbagliato a chiamarti Pompelmo? Beh, ormai è fatta, se vuoi un altro nome, ok, te lo cambiamo, ningùn problema (dimentica questa espressione), comunque sono qui per dirti che, oh, stai accumulando uno scarto pericoloso tra come ti senti percepito e come ti percepisce il… quanti anni è che hai? La cosa dello scarto non la puoi capire. Mettiamola così: le ragazzine non ti vorranno baciare, Pompelmo. È questo il punto. Tu sei un figlio meraviglioso e intelligentissimo e io ti voglio bene, ma se continui a vestirti così e continui a giocare ai videogiochi e continui insomma a fare le cose che… ma perché non riprendi a giocare a pallone nella squadra del paese, eh? Sono esperienze formative. Magari senza mettere sotto la calzamaglia, stavolta, va bene che – virgolette – ma papà anche Del Piero la usa, però, dai… ma no, certo che sei più bravo di Del Piero, diciamo che quando farai duecentocinquan… beh, sai cosa? No, non sei più bravo. Fai cagare, Pompelmo.  È questo il problema con voi (noi) sfigati: non vi (ci) rendete (rendiamo) conto che siete (siamo) sfigati. Non ci rendiamo conto delle cose. Uh, dovevo pensarlo e invece questo l’ho detto. Sì, Pompy, anche tuo padre è del club. Perché piangi? Cazzo. Sai cosa? Resta così come sei. Fai schifo, ma chi se ne frega, ho voglia di andare di sotto a giocare a Grandprix 8. Dimentica quello che ho detto, sei un figlio meraviglioso, stai andando alla grande con la faccenda Mondo”.

Tornando indietro credo che sarei molto più sfigato, tenendo conto di come sono stato sfigato. Era un problema di consapevolezza, non di carisma. Se avessi un figlio sfigato, gli direi: “Lavora su questa sfiga che hai addosso, figliolo, rendila una sfiga unica al mondo, non scadere nel ridicolo, fatti meno seghe, leggi qualche libro, tira fuori la sfiga che hai dentro”. Penso che sia il massimo che si può chiedere a un padre, prima di un gran premio.
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