giovedì, 23 ottobre 2008

Questa macchina perfetta

Uno dovrebbe vederlo, come si riduce l’uomo. Non è una piccola percentuale, perché la piccola percentuale è chi riesce a rimanere grossomodo se stesso fino alla fine, chiude gli occhi e si spegne. Ma questa è l’eccezione. L’uomo diventa un corpo in cortocircuito che canta canzoni del 1960 convinto che sia il 1960, con un bozzo che gli pende dal collo, o un filo di bava dall’angolo della bocca, mentre altri uomini defecano nel corridoio e poi prendono le proprie feci con le mani e le spalmano dietro i termosifoni, ma non per fare uno scherzo, non si sa perché lo fanno, qualcosa gli dice di farlo, lo stesso qualcosa che per una vita gli diceva di non farlo, adesso gli dice di farlo, non so, gli è girata, forse la voce che uno ha dentro non è che si rompe, magari è solo che si stufa di dirti le cose che non servono a niente. Altri intanto si pisciano sulle gambe. Uno dei miei due cani ormai è vecchio e il cervello comincia ad andargli in pappa. Ho fatto il conto secondo la tabella di conversione uomo-cane e deve esserci qualcosa di sbagliato nella formula, perché viene fuori che avrebbe 127 anni e ha tutta l’aria di volerne campare altrettanti. Ma il cervello è in pappa. Fa pipì venti-venticinque volte al giorno, in sei o sette punti determinati, sempre gli stessi. Ho pensato che forse gli si è rotto il sistema di demarcazione del territorio, forse non riconosce più la sua pipì e non si ricorda di essere lui ad averla fatta, così tutte le volte che fa la ronda si ferma, annusa con sospetto e ripiscia. A volte defeca, anche lui come quegli altri, gli uomini. Loro fanno anche di peggio. Almeno il mio cane poi torna a dormire e torna un cane più o meno normale. Quegli altri si scopano le galline. Si scopano tra di loro, senza più capire le distinzioni, e se poi gli dai una gallina mica la mangiano, ma la scopano come se fosse Marilyn Monroe. Per loro è Marilyn Monroe e comunque non ci perdono più del tempo necessario a soffocare l’impulso. Poi tornano preda della ricerca di cibo e sigarette. Hanno le dita sporche di una merda nero-ambra che è una specie di crosta della merda e della piscia e di tutti i posti schifosi e le cose schifose che fanno con le dita.
Alcuni riescono a provare compassione e rispetto e si dedicano giorno e notte a pulire e ripulire, a stare attenti, a imboccare, a porre rimedio. A noi invece non facevano nessun effetto, se non l’effetto di voler essere il più presto possibile in un altro posto. A noi non veniva da pensare che lì dentro potesse esserci ancora qualcuno, ci sembravano oltre il rispetto, oltre l’etica, oltre la normale comprensione di quello che gli capita. Tu gli rimbocchi le coperte e due secondi dopo loro si stanno scopando il tuo cane. O tua madre. Gli dai le spalle e ti infilano una forchetta nell’orecchio. Sarebbero capaci di ammazzarti e poi pisciarti in faccia o scoparti mentre implori di chiamare un’ambulanza. Non ce la fai a provare qualcosa. Certi non ce la fanno.
Noi usavamo un pacchetto di sigarette per fargli fare il giro del cortile, come i cani alle corse che inseguono la lepre meccanica. Loro giravano e giravano e giravano, con le braccia tese e un’espressione di dolore, fino all’esaurimento delle forze. Ognuno aveva il suo e prendevamo il tempo sul giro con un orologio. Ci faceva ridere. Era un modo di passare il tempo, se non altro. Quando ti rimettevi il pacchetto di sigarette in tasca, loro sparivano, dimenticando tutto, e noi andavamo a pranzo.
chinaski77 alle ore 18:41 | link |
martedì, 21 ottobre 2008

Fool me fool me go on and fool me

Jisus entra con aria trionfante e la vita mi ha insegnato che quando Jisus ha l’aria trionfante qualcosa, da qualche parte, sta andando o è andato a catafascio, e infatti mi ragguaglia entusiasticamente sul modo in cui avrebbe fregato le potenti compagnie telefoniche, sì, ancora loro, che continuano a chiamare e a cercare di fotterci nonostante gli abbia intimato di toglierci dalle loro liste di allocchi, ma niente da fare, trovano sempre un modo di infilarti una grossa offerta nel sedere:

- pronto?
- (con accento indiano) bongiorno. Parlo con signore Giusepe… verde?
- quella è la via, imbecille.
- click.

- sì, pronto.
- buongiorno, parlo con il signor acca ci chinaski settantasette?
- sì.
- buongiorno.
- buongiorno.
- la chiamo perché abbiamo ricevuto una richiesta da parte vostra per cambiare il contratto con…
- nessuna richiesta.
- come? Ma qui dice che in data…
- no, nessuna richiesta, nessuna richiesta del cazzo.
- click.

- sì.
- (con accento indiano) bongiorno. Parlo con signore…
- sì.
- posso rubare cinque minuti di suo tempo, signore acca ci chinas…
- sì.
- abbiamo studiato nuovo modo per fottere suoi soldi, signore.
- sentiamo.
- è molto facile. Noi ora mandiamo a tua casa finto tecnico con finto contratto, tu lascia tua madre o tua nonna incustodita così che noi possiamo fottere lei per bene puntando su sua ingenuità di donna di una volta, poi tu ti ritrova con debito presso nostra banca da saldare in comode rate mensile.
- mia nonna è morta.
- tuo nonno, forse?
- morto.
- qualche altro famigliare o parente che noi possiamo fottere?
- no, siamo tutti morti.
- click.

- sì, pronto.
- signor hc chinaski settantasette?
- sì, mi dica.
- sono della ****, la chiamo per…
- ah, è della ****?
- sì, certo.
- avete risolto il mio problema con l’adsl?
- …
- allora? Vi ho chiamato stamattina.
- no, ma io chiamo per una nuova offerta che…
- non le sembra di cattivo gusto chiamarmi per offrirmi una nuova offerta mentre io sto tirando giù i santi a bestemmie per la vostra adsl che non funziona?
- click.
- figlio di puttana!

Allora, le dico, sentiamo, quale grande successo hai ottenuto questa volta, Jisus.
Jisus mi espone nel dettaglio come, cercando di cambiare compagnia telefonica, la compagnia telefonica che stava per essere scaricata le abbia telefonato offrendole una nuova vantaggiosissima offerta.

- hai accettato.
- sì!
- non hai neanche fatto due conti, hai accettato subito.
- sì! è un’offerta bellissima. Ora io pago praticamente solo 6 centesimi al minut…
- cioè, fammi capire. Nonostante tutte le mie raccomandazioni, tu volevi cambiare compagnia telefonica, questi ti hanno chiamato e tu hai sottoscritto un nuovo contratto con loro.
- ehm, no.
- no.
- due contratti.
- due.
- sì, uno anche per tuo padre.
- ok. Due contratti.
- sì, ma è molto conveniente.
- sì, lo so, ci hanno fatto quel servizio delle…
- delle Iene, esatto! Me lo ha detto anche lei.
- quella della compagnia telefonica ti ha convinto a tornare con loro citandoti il servizio delle Iene su come fottere le compagnie telefoniche quando ti vogliono convincere a tornare con loro?
- …
- …
- mi sono fatta fregare di nuovo.
- sì, Jisus.
chinaski77 alle ore 08:22 | link |
venerdì, 17 ottobre 2008

È tutto inutile

Oggi puoi seguire il tuo pacco in tempo reale. Basta inserire il codice della spedizione e il codice cliente e puoi vedere dov’è il tuo pacco in qualsiasi momento. È una cosa così bella e così soddisfacente che è un peccato si possa fare soltanto per una stupida cosa come un pacco postale e non, per dire, con le persone. Comunque tu controlli anche dieci volte al giorno. È l’idea del controllo, che ti piace. Una specie di voyeurismo spedizionistico o non so come chiamarlo. Il tuo ordine è confermato, il tuo pacco spedito. E tu controlli già dopo due secondi. Dove vuoi che sia? Sarà al punto di partenza. Ma tu controlli. Controlli. Controlli. Gli stai addosso per ogni centimetro del percorso, come se potesse capitargli chissà quale imprevisto

Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Milano.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Trezzano sul naviglio.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Bologna.
Il tuo pacco è in lavorazione presso il centro postale di Roma.
Il tuo pacco è in lavorazione presso la stazione Termini.
Il tuo pacco è sceso dal treno. Fischietta.
Il tuo pacco affretta il passo.
Ora corre. Che facciamo? Prego inserire codice istruzione. Presto.
Inseguire pacco? Distruggere pacco? Lo pedino?
Il tuo pacco ci sta facendo il gesto dell’ombrello.
E… niente. Il tuo pacco se n’è andato.


Gli dedichi così tanti pensieri e così tante attenzioni che poi, alla fine, quasi rimani deluso quando arriva e lo apri e invece di esserci dentro qualcosa di vitale e utilissimo, non so, qualcosa come un cervello nuovo o un secondo pene montabile da applicarti in fronte, c’è invece proprio quello che avevi ordinato, cioè il libro che volevi più un libro che avresti voluto ma che non avresti mai preso se non fosse stato in sconto più un libro che non avresti voluto ma che, volendolo, ti avrebbe fatto raggiungere la cifra necessaria (289 euro. Di libri) per risparmiare le spese della spedizione e per avere un libro omaggio da scegliere tra dieci libri che non avresti mai e poi mai voluto, nemmeno se te li avessero regalati, ti dicevi, ma che ora vuoi perché te li stanno effettivamente regalando e a te sembra stupido o ti sembra uno spreco dire di no, coi tempi che corrono, con tutto che, a voler fare due conti, se fossi uscito e con le tue gambe del cazzo fossi andato a prenderti il primo libro e il primo libro soltanto, avresti speso appena 15 euro invece di 84 e ora la tua lista dei libri che non avrai mai la voglia barra forza barra coraggio di leggere si è allungata di altri tre inutili elementi.
Non è solo il meccanismo degli sconti e delle offerte e la possibilità di farti spedire la roba e di poterla seguire con un personalissimo e segretissimo codice di controllo, a flipparti completamente il cervello. C’è anche la goduria di un meccanismo che funziona a meraviglia in un mondo dove non funziona mai niente e la goduria del commercio elettronico, dove tutto è virtuale tranne il pacco. Il carrello non esiste, i soldi non esistono, i commessi non esistono e dunque puoi startene tutto il pomeriggio a prendere e a riporre il benedetto libro da 19 euro e mezzo (lo prendi perché è da dieci anni che vuoi leggerlo, lo riponi perché non te la senti di spendere così tanto, lo riprendi perché in fondo poi esci e spendi 19 euro in aperitivi, lo riponi perché un soldo risparmiato è un soldo guadagnato, lo riprendi perché ma che cazzo, lo riponi perché sai che non ti serve davvero, e allora finalmente chiudi firefox, spegni il computer, chiudi il coperchio, metti il cappotto, esci, poi però ti senti vuoto e pidocchioso e dici a te stesso che il glioblastoma è un attimo e allora in un impulso isterico ti connetti col cellulare (3 euro solo per digitare il nome dell’autore col t9) e ne prendi due (2) copie una per te e una per la tua ragazza più la serie del dottor house in suomi e quattrocento quaderni a quadretti) ma alla fine la merce arriva davvero, e, dopo che l’hai comprata, la dimentichi da qualche parte su un divano e intanto pensi a quali altri oggetti che vendono su siti che accettano la tua carta di credito ti servono.
chinaski77 alle ore 15:53 | link |
sabato, 11 ottobre 2008

L’invisibile agonia della specie

Trovo molto triste e degno di biasimo interessarsi a qualcosa solo perché chi l’ha prodotta è appena morto, e in teoria dovrebbe essere il contrario, cioè non si dovrebbe avere più alcuna fretta perché non c’è più il rischio che le opere della salma si accumulino l’una sull’altra, invece no, a certi viene questa smania, a me viene questa smania, come se uno, morendo, potesse sprofondare nella terra portandosi dietro tutto quello che ha fatto, anche se in realtà sappiamo tutti come sia ancora e per sempre una squallida faccenda di egocentrismo paranoide, dove si interpreta la morte dell’altro o come un disperato tentativo di attirare la Nostra attenzione, in caso di suicidio, o come un evento che ha comunque reso l’opera del morto finalmente degna di avere la Nostra attenzione, in caso di morte naturale, e il tutto viene poi sepolto sotto qualche balla autoriabilitativa, come nel caso del recente e perfettamente riuscito tentativo di suicidio di D.F. Wallace, per il quale, non so gli altri, ma io mi son detto che “ora è giusto leggere Infinite Jest perché potrebbe contenere la risposta alla domanda”.
Così, sono andato in libreria con Smeriglia e la ragazza di Smeriglia con il preciso intento di prendere il libro, ma il libro era finito in tutte le (due) librerie nelle quali l’ho cercato e poi, proprio quando stavo per andarmene:

- eccolo là!
- dove?
- proprio là! Sotto quella mano grassoccia.
- …
- evviva!

Proprio così. L’ultima copia dell’ultima libreria (nella quale avessi voglia di cercare) era finita nelle mani di un bieco individuo, un tizio basso e flaccido con il doppio mento e il naso aguzzo, vestito come un giovane professore universitario americano pur essendo chiaramente un banalissimo e mica più tanto giovane studente fuoricorso italiano, il quale – roba da non credere – stava cercando di usare la morte del povero Wallace e la mia ultima copia di Infinite jest per farsi bello davanti agli occhi di una ragazza, al fine di raggiungerne più rapidamente la vagina.
A parte la dubbia efficacia del metodo (quale sarebbe il messaggio capace di eccitare la ragazza? “Wallace è il più grande scrittore di tutti i tempi e tu faresti sesso con lui se lui fosse qui, vivo, però lui qui non c’è, c’è solo il suo libro, che però non ha il pene ma ha me che come vedi gli sono indubbiamente attaccato e che lo sto comprando e che prometto anche di leggerlo, anzi, no, l’ho già letto e mi è piaciuto così tanto che voglio rileggerlo, infatti questa è la mia copia e io non giro mai senza, in più si dà il caso che io abbia anche un pene, da qualche parte, perciò, tecnicamente, io sono la cosa col pene più vicina a David Foster Wallace che tu abbia attualmente a disposizione, dunque che ne dici di scopare”?), c'è da dire che la ragazza sembrava poco interessata e infatti si limitava ad annuire mentre lui la seppelliva sotto una quintalata di stronzate adolescenziali che io e gli Smerigli abbiamo potuto captare solo in parte, cose davvero pietose e di cattivo gusto come soppesare il libro e sospirare un “morto suicida, capisci?!” o un “ah, ora leggiamo la bibbia”.
Di fronte a una simile scena, ciascuno di noi tre ha partorito un piano per impossessarsi del libro, in accordo con la propria natura. La ragazza di Smeriglia ha proposto di andare dal tizio ed esporgli con la massima onestà la situazione, dirgli qualcosa come “ciao, scusa. Io vorrei tanto ma proprio tanto la copia di Infinte jest che hai tra le mani paffute. So che l’hai vista prima tu e che la stai usando per avere un rapporto sessuale con la tua ragazza, ma io sono sicuro che tu possa raggiungere il tuo scopo altrettanto bene anche con Oblio - ne ho giusto qui una copia per te - lasciandomi invece Infinte jest, che, per inciso, io vorrei leggere. Per favore, davvero. Oppure, non so (rivolto alla ragazza), non potresti fargli un pompino veloce veloce nel cesso della libreria, in modo da fargli perdere completamente la voglia di far finta di volerlo leggere? Che ne dite, eh? Me lo fate questo piacere?”, soluzione che, però, a mio avviso aveva il difetto di esaltare ancora di più l’importanza del libro, convincendo ancora di più il ciccione a tenerselo e, forse, la ragazza a cominciare a pensare di farci sesso, un giorno.
Smeriglia ha invece proposto di rubarlo - “in fondo non è ancora suo, non l’ha ancora pagato. Quindi basta prenderglielo e poi, su, che farà mai? Ti picchia? Andiamo lì e se lo posa anche solo un secondo, se stacca anche solo per un secondo le dita dalla copertina, tu ci metti su la mano e gli dici che il libro è tuo e a quel punto è fatta” – che era anche un'idea buona, ma, cercate di capire, non me la sono proprio sentita.
La mia soluzione, invece, è stata quella di rimanercene impalati al centro della sala, fissando intensamente il tizio e cercando di staccare il libro dalle sue mani con la sola imposizione del disprezzo, ma non ha funzionato.
In cassa, allora, ci siamo silenziosamente accodati, cosa che mi ha permesso di osservarlo da vicino e di disprezzarlo meglio, mentre lui passava alla fase due del suo piano, ovvero quella di raccolta del seminato, cominciando ad annusare i capelli della ragazza, sussurrandole all’orecchio parole afrodisiache che posso benissimo immaginare (“sei bella”, “mi piaci”, “hai mai fatto l’amore con un fan di uno scrittore morto suicida?”) e dandole dei buffetti sulla spalla, cosa necessaria, quest’ultima, perché la ragazza intanto aveva lo sguardo fisso nel vuoto e probabilmente stava pensando a come dargli il lancio.
Noi, invece, ce ne siamo andati, e pochi giorni dopo mi sono comodamente comprato il libro di Wallace in una libreria più fornita.


Nota: metto anch’io quella cosa, eh. È bella, è di Wallace, a qualcuno magari è sfuggita e potrebbe fargli piacere leggerla. Comunque a me fa piacere metterla.


“La persona che ha una così detta depressione psicotica e cerca di uccidersi, non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.”
chinaski77 alle ore 12:20 | link |

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