lunedì, 30 giugno 2008

Ma salvate me

Ho sempre considerato l’ambientalismo una grave forma di depravazione mentale, e non intendo dire che sia bello respirare la merda di scarico delle automobili o che mi piaccia il sapore delle mele coi pesticidi, non intendo dire che sia giusto ammazzare le foche a randellate per ricavarne tappeti per i cessi (o quello che ci fanno) e nemmeno che non potrei vivere senza il commercio di carne di balene (ammesso che le mangino). Dico soltanto che essere preoccupati per quello che succederà al pianeta tra cinquantamila anni è a mio avviso un evidente segno di una grave e irrimediabile perdita di contatto con il mondo fenomenico. E anche un ragionamento assai limitato, dopotutto, visto che se tra cinquantamila anni la la razza umana non sarà estinta, è lecito pensare che avrà trovato un altro pianeta abitabile a una distanza ragionevole e comunque percorribile con un mezzo di locomozione attualmente inimmaginabile che funzionerà a fossili di gomme da masticare o bottiglie di plastica vuote. Senza contare che sarò estinto io, comunque.
Un altro ragionamento che trovo disgustoso è “se i tuoi nonni avessero ragionato così” o “è così che hanno ragionato i tuoi nonni”, a seconda dei giorni. Come se avessi detto che la plastica è biodegradabile o come se il mio ascoltatore avesse un nido di foche nelle orecchie. Non starò qui a snocciolare tutti i paradossi involontari del tipico cervello ambientalista (tipo il forte desiderio di uccidere l’uomo che desidera uccidere il delfino) e la mia opinione definitiva sul senso di una simile filosofia di vita è più o meno il solito, ossia che ogni individuo ha la necessità di tenersi occupato in qualche modo e di trovare il proprio personale interruttore segreto per spegnere il senso di panico, in modo da planare dolcemente nel nulla eterno.
Ho invece un forte senso ambientalistico per l’immediato, com’è ovvio, e cioè biodegraderei all’istante chi sporca la strade in cui io cammino, eccetera, ma questo non interessa a nessuno.
Sta di fatto che la settimana scorsa mi ha scritto una signorina di una nota associazione che dedica il proprio tempo (e intendo dire tutto) alla lotta per la salvaguardia dell’ambiente. Nella mail mi si spiegava come il commercio dell’olio di palma usato per gli scopi più sgangherati stia causando la morte della foresta del Borneo (?) per un’area pari a cinquanta campi di calcio e degli oranghi del Borneo che ci vivono, animali a quanto pare molto teneri di cui peraltro ignoravo l’esistenza, pur continuando a condurre una vita regolarissima. Dopo qualche complimento generico sul mio contatore di Shinystat, mi si esortava a dare un qualche tipo di contributo emotivo per non so bene quale scopo (era una mail molto lunga).
Comunque. Dubito che la signorina legga il mio blog e dubito che ripasserà mai di qua, ma se dovesse capitare, ho pensato di spiegare la mia scelta di non risponderle, scelta fatta sulla base di alcuni motivi abbastanza solidi, che sono:

- non riesco a provare compassione per gli animali perché ne provo troppa per me, ed è sciocco sostenere che io non sia in pericolo, mentre gli oranghi sì. Io non sono in pericolo immediato, forse, ma gradirei un’associazione che monitori e salvaguardi la mia esistenza, purché sia discreta e autosostenuta.
- la signorina non mi aveva mai scritto prima e tutti sanno quanto io sia freddo con chi vuole fare amicizia e chiedermi un favore al tempo stesso (ma dopo non è che la cosa migliori molto).
- dopo una breve verifica mi sono reso conto che aveva già scritto la stessa identica mail almeno a un’altra persona e così ho immaginato che in realtà l’avesse già scritta a molte altre persone, tipo mille o forse più, e allora non mi sono più sentito speciale e se non mi sento speciale mi passa istantaneamente la voglia di parlare, scrivere o fare le cose.
- sono pigro, materialista e avido e credo fortemente nelle scale di priorità, dove gli oranghi del Borneo occuperebbero un posto molto basso, se ci fossero.
- il mio limite minimo di indignazione è di cinquantuno campi da calcio, perciò non ce l’abbiamo fatta per uno soltanto.

Detto questo, non sono rimasto completamente con le mani in mano (ho un cuore anch’io) e ho preso il telefono e ho dato il mio contributo, nel mio piccolo:

- sì?
- buonasera, Aurelio, sono Chinaski77.
- ah, signor Chinaski, mi dica.
- senta, volevo disdire la prenotazione per domani.
- oh, ma come mai…
- lasciamo stare.
- ma c’era la tagliata di orango del Borneo che le piace tanto, signor Chinaski…
- eh, lo so. Ma ora mi andrebbe di traverso. Sarà per un’altra volta, su.
- peccato. E allora che ne faccio?
- mah, non so. La dia al cane.

chinaski77 alle ore 14:43 | link |
lunedì, 23 giugno 2008

Un lato positivo dell’essere uomo

Le donne trovano il calcio profondamente noioso, si sa, e questo per alcuni motivi che non sono in discussione:

Uno. Hanno una soglia di eccitazione troppo alta a causa di ore e ore di trasmissioni di Maria de Filippi e Centovetrine e Un posto al sole, ovvero irrazionali iper-concentrati di imprevedibili montagne russe di emozioni lancinanti sparate direttamente nel sistema nervoso centrale.

Giorgio: Claudia, devo confessarti  una cosa terribile.
Claudia: sono incinta.
Giorgio: di mio padre.
Claudia: ma tuo padre è morto dodici anni fa.
Giorgio: lo ha ucciso il figlio che porti in grembo.
Claudia: in realtà io sono Giorgio.
Giorgio: allora hai il cancro.

Due. Non riescono mai a immedesimarsi perché loro farebbero tutto diversamente.

a)

Ronaldo: arbitro, comincia a piovere!
Arbitro: uh, diamine.
Ballack: sono andato dal parrucchiere proprio stamattina…
Arbitro: uh, uh! Sospesa, sospesa!

b)

Gattuso: io non la metto quella maglietta.
Magazziniere: ma che cazz…
Gattuso: con quelle orribili strisciacce nere.
Donadoni: che succede?
Magazziniere: dice che non gli piace la maglietta.
Donadoni: hai le tue cose, stella?

Gattuso annuisce singhiozzando.

Donadoni (porgendogli un kleenex): dai, oggi facciamo giocare Ambrosini.

Ambrosini: io non ci gioco su quel campo con tutti gli sputi!

Tre. Non tifano oppure tifano secondo criteri astrusi ed evanescenti, tipo la presenza di un giocatore bello o il fatto che quella sia la squadra del cuore di un tizio con cui vorrebbero andare a letto.

Quattro. Il calcio è effettivamente noioso:

Basinas passa a Nikopolidis... Nikopolidis avanza... passa indietro a Basinas... lancio lungo… Fuori. Riprende il gioco la Svezia con una rimessa laterale… ecco un tentativo sulla fascia… ma c’è un fallo. Batte Torosidis… allarga sulla destra per Kyrgiakos… ancora a Torosidis… prova a lanciare un compagno, ma Hansonn intercetta. Ritmi un po’ blandi, le squadre sono ancora in fase di studio… ecco un traversone… esce il portiere senza problemi…

così per novanta minuti, salvo tre o quattro occasioni in cui uno tira in porta e a volte – ma non necessariamente – fa gol.

Ma per essere proprio sicuro, ho voluto fare alcune domande piuttosto generiche al primo esponente del sesso femminile che passava dalle mie parti (Jisus), tanto per vedere se non vi fosse qualche altro tipo di spiegazione, magari più convincente.
Beh. Non c’è.
Però il risultato dell’indagine è comunque interessante e rivela uno slittamento percettivo rispetto al concetto del gioco, per non parlare di una irriducibile difficoltà ad impararne le regole, il che deve renderlo, oltreché noioso, anche piuttosto stupido:

Per cominciare, quanti giocatori ci sono per squadra, Jisus?
Undici e undici.
Ah, lo sai.
Più il portiere.

Poi quattro con le bandierine e un arbitro.
Ok. Senti: conosci la regola del fuorigioco?
Sì, certo: se uno calcia il pallone senza avere uno dell’altra squadra davanti, è fuorigioco.
E il rigore?
C'è l’area del rigore. Se uno sta per andare a fare gol e l’avversario lo ferma, lo strattona, lo spinge o impedisce non con i piedi che faccia gol, è rigore.
Ottimo.
Sto rispondendo male?
Non ci pensare. Come funziona la rimessa laterale?
Chi è più vicino la prende.
Sì, ma come si decide a che squadra assegnarla?
Beh, la si dà a chi aveva la palla per ultimo.
Mi sembra giusto. Mettiamo il caso che Del Piero stia attaccando, tiri e la palla finisca fuori, dietro la porta, senza che nessuno la tocchi. Sapresti spiegarmi come si riprende il gioco?
Prima quello del pubblico la deve restituire.
Sì.
Poi la palla viene buttata in alto e rimessa in gioco in mezzo.
Ok. E se Del Piero tira e la palla finisce fuori dopo aver toccato un avversario?
Uguale.
E il calcio d’angolo, allora?
Se uno fa fallo vicino all’angolo, è calcio d’angolo.
Sapresti dirmi la formazione dell’Italia?
Sì. Buffon, Del Piero, Cassano, Toni, Grosso, che è la sorpresa del mondiale, Carmoranesi e quell’altro, come si chiama, Pulcini…
Pulcini?
Ma sì. Pulcini, Puccini…

Pinucci.
Panucci.
Panucci!
Poi?
Non ne so più. Come sono andata?
Benissimo. Come ultima cosa vorrei che mi disegnassi un campo da calcio.
Ma sì, facile:



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