lunedì, 31 marzo 2008

Lepre in salmì

Prendete una lepre di piccole dimensioni e mettetela in una terrina con del vino rosso, del lauro, delle bacche di ginepro e lasciate marinare per due ore. Al vostro ritorno, seguite le tracce di vino sul pavimento e recuperate la lepre da sotto il divano. Rassicuratela, ditele che è stato tutto un tremendo malinteso e fatele scrivere le iniziali del nome sul colletto della pelliccia, per convincerla a rientrare nella terrina e per convincerla che ne uscirà viva, dopodiché prendete una chiave inglese e spappolate la lepre a randellate, aggiungete cipolla, sedano, carote e poi buttate tutto nel bidone della spazzatura.
Prendete dal frigorifero un’altra lepre e abbracciatela per qualche minuto, poi scuoiatela e incidete il ventre con un coltello e svuotatela del di dentro, togliete proprio tutto, visceri, organi interni e anche la pallina di carta che talvolta si annida sul fondo, quindi prendete una terza lepre e ripetete il procedimento, conservate però le interiora e usatele per riempire la lepre di prima. Questa terza lepre è invece libera di andarsene, perciò andate in giardino e posatela delicatamente a terra, lasciando che riprenda la sua vita selvatica. Tornate alla lepre ripiena, mettetela in forno a 50 gradi per un paio di settimane, poi non mi ricordo bene. Mangiate tutto molto rapidamente frantumando bene gli ossicini prima di inghiottirli.

chinaski77 alle ore 15:40 | link |
mercoledì, 19 marzo 2008

L’uomo che scambiò il suo blog per un ansiolitico

Ho dato una scorsa al manuale di psichiatria di Ema mentre Ema era in bagno e mi sono autodiagnosticato al volo una mezza dozzina di disturbi nemmeno molto preoccupanti. I più simpatici e comuni sono quelli lì: controllare la chiusura del rubinetto del gas prima di uscire di casa. Sei già pronto con la giacca, le scarpe, la porta di casa aperta. Hai spento tutto quello che poteva essere spento. Ma non solo. Hai spento il televisore e poi hai staccato la spina dalla presa di corrente. Perché sei completamente matto, ricordi? E infatti hai anche allontanato la spina staccata dalla presa nel muro e da qualsiasi materiale infiammabile, perché anche se non lo racconti a nessuno e non lo ammetti neppure di fronte a te stesso, sotto sotto pensi che la spina potrebbe aver conservato una scintilla di elettricità che farà contatto un istante dopo (perché dovrebbe? Perché gli oggetti ti odiano) che avrai girato i tacchi sul pianerottolo e farà incendiare il mobiletto di legno del soggiorno e tutto andrà a fuoco, andrà a fuoco e andrà perduto, mentre tu starai guardando il film al cinema, ignaro, e una catena di esplosioni distruggerà la casa e spazzerà via nugoli di vite innocenti e sarà tutta colpa tua, tutta colpa tua, tutta col… Così ti assicuri che il rubinetto sia ben chiuso. Ecco. E poi esci, e prima di uscire dai un’ultima occhiata generica e provi un senso di generale rilassatezza notando che è tutto tranquillo, tutto chiuso, tutto buio e in perfetto silenzio. No, nessuna scimmia impazzita sta sfilando i cavi elettrici dallo scaldabagno. Su, esci tranquillo. Finalmente te ne vai. Sali in macchina, metti in moto, arrivi al semaforo, attendi fischiettando e, quando viene il verde, parti, pensando alla serata, e una curva dopo stai facendo inversione in mezzo a un’aiuola spartitraffico per tornare indietro perché sei convinto di aver lasciato aperto lo sportello del frigorifero.
Stessa cosa per la macchina. Una volta la mia macchina si chiudeva da sola, non so perché, ma io pensavo comunque che fosse una grande conquista tecnologica, soprattutto per quei disgraziati come me che tornano sempre indietro a controllare se l’hanno chiusa (come fanno quelli con le cabrio a possedere una cabrio? Io ci diventerei matto. Avrei continuamente paura che qualcuno la usi come cacatoio pubblico a cielo aperto, ma quando passo vicino a una cabrio incustodita nessuno l’ha usata come cacatoio, e allora non capisco). Poi ha smesso, senza avvertire. Un giorno arrivo e la trovo aperta e fine della tecnologia ansiolitica.
Tralascio l’ipocondria, che, va beh, e tralascio le fobie sociali e gli evitamenti fobici, tutti bei nomi per disturbi molto comuni e attualmente non troppo interessanti. Io ed Ema abbiamo invece riflettuto negli ultimi giorni su quel problema con certe regole che l’individuo si autoimpone per starsene tranquillo o evitare che accadano determinate tragedie, ad esempio, non so, uno che scende dal letto sempre con lo stesso piede perché altrimenti gli viene un cancro. Il disturbo in sé è abbastanza comune, ma sono divertenti i dettagli, le piccole idiozie che ognuno si sceglie per vivere serenamente, e che lo fanno sentire speciale (da eccentrico a malato il passo è molto breve, ma siccome è meno breve del passo da normale a noioso, c’è il caso che uno voglia correre il rischio. Non che sia una scelta, ad ogni modo). Le piccole, irrinunciabili esigenze di una mente inquieta vengono fuori per caso, anche dopo molto tempo che si frequenta un soggetto. Il manuale sottolinea come spesso questi comportamenti siano tenuti nascosti perché provocano un senso di vergogna. Non è il mio caso, a dire il vero. Basti pensare al modo in cui Ema ha scoperto che ho un’idea tutta mia di come dovrebbero essere sistemati gli occhiali, nel momento in cui ha gentilmente chiesto di riporli:

Ema mette gli occhiali su un tavolino, come capita (mi vengono i brividi solo a sentirla, quest’espressione):

Chinaski: potresti raddrizzarli?
Ema: come, così?
Chinaski: no, girali.
Ema: così?
Chinaski: no, apri anche l’altra stanghetta.
Ema: ma…
Chinaski: ecco. Ora tirali un po’ su.
Ema: …
Chinaski:  ruotali.
Ema: per caso ti va di parlarne?

Non sono davvero convinto che mettere gli occhiali come capita possa avere una relazione con il cancro o con un qualsiasi altro evento drammatico. È solo che la voce finirebbe per... beh, non è proprio una voce distinta, è più una… ok. Per oggi basta così.

chinaski77 alle ore 15:01 | link |
giovedì, 13 marzo 2008

Felicità negativa

Dipende da come sei fatto, sicuramente, e io sono fatto che la vita è come una lista della spesa al contrario, ché, le cose, non devo ricordarmi di prenderle, ma devo trovare un modo di riporle, per arrivare ad avere il carrello vuoto e poi, chissà – visto che ancora non mi è riuscito –, rimetterlo insieme agli altri e riprendermi la monetina, credo. E allora le mie giornate sono un percorso fatto di problemi da eliminare, e così le settimane e i mesi e gli anni. Sono teso perché devo prendere l’autobus. Sono teso perché devo incontrare quel tizio. Perché ho un fischio all’orecchio, un dolore al fianco, perché devo fare qualcosa quando non vorrei fare niente o perché non ho niente da fare quando vorrei potermi distrarre, e sono teso perché, presto o tardi, sarò sul punto di essere morto. È il concetto di felicità negativa o il concetto negativo di felicità (deve esserci una differenza): il piacere come sottrazione di dolore. È tutto uno sforzo per tirare una riga su questa o su quella voce, cercando di alleggerirmi, cercando di tirarmi su il morale e cercando di arrivare a farmi un aperitivo in santa pace, o di riuscire a dormire.

chinaski77 alle ore 09:51 | link |
giovedì, 06 marzo 2008

Alcune cose stupide del mondo del calcio

Sì, ci sono cose stupide anche nel mondo del calcio. So che piace tanto tanto a tutti quanti, piace anche a me, ma bisogna farsene una ragione. In fondo, ci sono cose stupide praticamente in tutto, compreso questo blog (no, sul serio). Il fatto è che la stupidità è una parte essenziale dell’uomo. Prendi il genio più geniale della storia del genere umano, ad esempio, anche lui ha sicuramente fatto qualcosa di molto stupido, solo che, magari, non c’era nessuno a testimoniarlo, o c’era solo un parente stretto:

Pauline: stamani ho risistemato i tuoi cassetti, Albert.
Albert: uh-oh, davvero?
Pauline: c’è qualcosa che mi vuoi dire al riguardo?
Albert: ehm, veramente sono molto impegnato, adesso.
Pauline: hai nove anni, Albert, che impegni vuoi avere?
Albert: ah, ehm… sì, certo.
Pauline: ma perché conservarla, mi chiedo.
Albert: era solo, ecco… solo una… ricerca scolastica.
Pauline: è una cosa schifosa. Non farlo più, intesi? Mai più.
Albert: certo, ehm, certo, però ora devo proprio scappare.
Pauline: sì, ma torna per le otto.
Albert: ma vedi, il tempo…
Pauline: non rifilarmi le tue stronzate, Albert. Alle otto o ti faccio il culo nero.

La prima cosa stupida del calcio è la moviola, che esiste dal 1954, immutata. Decine di trasmissioni televisive che per il dieci percento trasmettono quello che ti interessa (i gol) e per il restante novanta percento rivedono settecento milioni di volte gli stessi quattro fotogrammi dello stesso giocatore che è caduto per terra. Avanti, indietro. Avanti, indietro. Così. Nove milioni di persone ipnotizzate che guardano i gol di Empoli-Livorno anche se tifano Juventus. Avanti, indietro. Tic, toc. Era rigore, no, ha preso la palla, no, era già in area, no, guarda la maglietta, guarda il movimento innaturale della gamba, il piede che striscia, non protesta nemmeno, protesta, il guardalinee era coperto, era fuorigioco, il fallo cominciava prima, cominciava fuori, ma è lui che si appoggia, non era fallo, aveva ragione l’arbitro, poteva cambiare tutto, se gli dava il rigore, se faceva gol, era un’altra partita, cambiava tutto, no, era lo stesso.
Eccitante, no? No. Tollerabile? Bah. Una domenica, due, tre. Un campionato. Due. Tre. Ma vent’anni… e poi trenta, una vita sempre lì a discutere della gamba strisciata e della maglietta che si allarga. Avanti e indietro con ‘sto cazzo di fotogramma. Avanti e indietro, tic toc, tic toc, movimento sostitutivo del coito. Alla fine non ne puoi più e preghi per il lunedì, ma il lunedì esci e ti rendi conto che non basta, che non è finita, perché poi girano per il mondo, tutti questi microtelevisorini antropomorfi, e continuano a parlare della stessa cosa, il piede che striscia, la maglietta, il fallo che cominciava prima, e litigano, s’incazzano, e alla fine concludono reciprocamente che non capiscono niente di calcio. Bon.
La seconda cosa stupida è il fair play e se sento dire anche solo un’altra volta che dovremmo prendere esempio dagli inglesi, che applaudono anche quando perdono, vomito. Che poi, dai, i tifosi inglesi sono un popolo notoriamente sportivo: hanno solo il maggior numero di tifosi morti calpestati e spiaccicati contro le reti di tutto l’universo. Che sarà mai? Per non parlare dell’abitudine di andare allo stadio con una concentrazione di quattro grammi di sangue per litro di alcol. E comunque chi se ne frega, cazzo: il fair play è roba da pervertiti. Che significa che dovrei applaudire se perdo? E se vinco cosa dovrei fare? Eiacularmi addosso? Quand’è che mi devo fermare nel mio gioire per essere stato il peggiore in campo? O non mi devo fermare proprio? Dovrei agognare la sconfitta? Da qui, come un menù a tendina che sgocciola miseria, viene tutta una deontologia della schiappa: buttare la palla fuori se l’avversario è a terra per consentire i soccorsi; restituire la palla; applaudire perché la palla è stata restituita; non fare gol se il portiere avversario non può parare (per forza che gli avversari ti vengono a stringere la mano, dopo, coglione); aspettare a fine partita gli avversari che mi hanno appena rifilato quattro pappine e fargli pure i complimenti. Oh, come siete stati bravi a farmi il culo davanti ai miei tifosi, perché ora non mi infilate una bandierina del calcio d’angolo nel sedere? Oh, sì, sì, così. Questa è mia moglie, vi piace? Perché non vi sbattete anche mia moglie?
Da non credere. Attenti, però, perché poi c’è una degenerazione naturale, in queste cose. Prima non segni perché il portiere è a terra. Poi non segni perché il portiere non era pronto, poi perché è scarso e perderebbe il posto. Poi non segni perché dare i calci al pallone è sbagliato, povero pallone. Poi ti siedi e smetti di respirare, perché respirando respireresti batteri e il tuo sistema immunitario poi dovrebbe ucciderli. Oh, sì, ma perché non promuovono il fair play del sistema immunitario, che applaude le malattie mentre le guarda mentre ti mangiano dal di dentro?
Ok.
La terza cosa stupida del calcio sono le interviste, ma questo è noto (le squadre sono tutte forti, tutte temibili, adesso dobbiamo giocare tre finali, cinque finali, trentotto finali, siamo tutti titolari, ci hanno messo in difficoltà, non parlo dei singoli e non parlo degli arbitri e non parlo del pallone e delle porte. Oggi vorrei parlarvi della mia povera nonna, invece. O di musica). Non so. Andrebbero comminate due giornate di squalifica a chi dice stronzate. Prima di Inter-Cagliari l’allenatore dell’Inter dice che bisogna tenere alta la concentrazione e che il Cagliari è una squadra temibile? Sarà anche vero, ma così, a noi telespettatori, ci cadono le palle. Due giornate. Perché non dice quello che pensa e la facciamo finita? Dovremmo dargli quattro pere, di regola. Ma mi sa che mi sono portato sfiga. Avrebbe senso ascoltarli, se non altro. Per risolvere questo problema basta togliere l’audio. Io tolgo sempre l’audio e dico quello che andrebbe detto, tipo ventriloquo, e poi rido molto ed è un peccato che io sia solo nel mio salotto.
Infine, il rifiuto di tenere un video a bordo campo per dare un’occhiata di due secondi alla palla, se era entrata o meno, o al piede, se era dentro o fuori, come sapientemente espresso nella famosa opera “Il mondo del calcio nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, di M. Mosca.

chinaski77 alle ore 15:10 | link |
mercoledì, 05 marzo 2008

Vanaglorie, vol. 6

Gesù era venuto a sconfiggerci.


chinaski77 alle ore 13:31 | link |

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