domenica, 27 gennaio 2008

Diritto di recesso

Non sono d’accordo sul modo in cui Dio ha deciso di assemblare l’essere umano. Se l’essere umano fosse un articolo che ho comprato su E-bay, sarei molto insoddisfatto e lascerei a Dio un feedback negativo. Quando ho comprato un computer di una certa marca e mi sono reso conto che la ventola rimaneva sempre accesa, che rimaneva accesa anche quando chiudevo tutte le applicazioni, anche quando lo mettevo in stand by e persino per qualche ora dopo lo spegnimento, mi sono lamentato molto, oltre ad accusare un persistente fischio all’orecchio che è rimasto anche dopo aver spostato l’intero computer nel cestino di Windows. Quando poi sono andato a comprare un computer nuovo e me ne è stato proposto uno della stessa marca, “col cazzo”, ho declinato. Mi sembra che tutto questo sia molto civile e tutto questo è successo perché io so che gli esseri umani sono fallibili. Posso arrabbiarmi per i loro errori ma, alla fine, e sapendo che sono fallibili, ho decretato di essere stato vittima non tanto della fallibilità umana, quanto della sfortuna. E questo va bene.
Ma Dio ci ha detto di essere infallibile.
Ora, non è affatto vero che tutto nel mondo è la dimostrazione di tutto e del contrario di tutto. Ad esempio, nel mondo io vedo soltanto dimostrazioni della non esistenza di Dio, e non il contrario. Non mi importa se c’è la bibbia (scritta da uomini) o Gesù (la cui esistenza è documentata da libri scritti da uomini) e un vecchio uomo (fatto da uomini) vestito in modo buffo che abbaiando da un terrazzo riesce a convincere centinaia di milioni di persone a non usare i propri organi genitali. Non mi importa la mancanza di senso e la paura della morte o che altro. Tutto nel mondo mi dice che Dio non può esistere. O, se non altro, che c’è stato un difetto di comunicazione.
Brevemente: immaginate un Dio perfetto. La mia domanda differisce leggermente da quella classica, ovvero come può la perfezione generare imperfezione? La mia domanda (a dire il vero me l’ha suggerita Ema) è: perché la perfezione dovrebbe farlo?
L’idea di generare imperfezione a ufo si accorda con un altro attributo di Dio, mi pare, ovvero l’onnipotenza. Se Dio è onnipotente, mi dico, può fare anche l’imperfezione e può anche desiderare l’imperfezione, ma, visto che è perfetto, dovrebbe rendersi conto che sarebbe stupido, per cui, pur potendo farlo, non lo fa. Questo mi aspettavo da Dio, non l’uomo.
Se decidessi dunque di esercitare il mio diritto di recesso rispetto all’uomo, lo farei senz’altro. Ma Dio è stato furbo (questo è un attributo più credibile) e ha messo l’uomo dentro all’uomo, ovvero il consumatore dentro al prodotto. Come vivere in un tostapane difettoso.
Perciò. L’uomo si ammala: va bene l'imperfezione, va bene la frustrazione, va bene anche la morte, ma c'era proprio bisogno di tutte quelle malattie? Così la vita è come attraversare un campo minato con le mine che aumentano di metro in metro e tu che faticosamente cerchi di evitarle e di andare avanti e di trascinarti fino in fondo e poi, anche se arrivi in fondo, trovi un cecchino. L’uomo è di cristallo: basta uno sbalzo di temperatura di mezzo grado centigrado e si può passare da un perfetto stato di forma al divano con la coperta. Mezzo grado centigrado. Persino la birra è più resistente. L’uomo soffre, e su questo sorvolo. L’uomo muore: è vero che tutto ha una durata e una scadenza, ma è proprio perché tutto ha una durata e una scadenza che hanno dovuto attribuire a Dio anche i sassi e le zanzare. A me non sembra ragionevole che Dio si sia messo lì a creare le zanzare, ma il guaio era che non si poteva distinguere: o tutto o niente. E allora, siccome l’uomo ha deciso di essere stato creato da un Dio perfetto che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (un pensiero modesto, diciamo), e siccome l’uomo sa di non essere troppo differente da una scimmia, Dio doveva aver creato anche la scimmia, che però a sua volta non è troppo differente da un babbuino e così sempre più giù nella scala evolutiva, fino al gatto o, per l’appunto, alla zanzara. Perché Dio dovrebbe aver smesso di creare a metà della creazione? E, soprattutto, perché ha impiegato così tanto tempo? Non l’ha inventato lui, il tempo? Non poteva prima creare il mondo e poi creare il tempo? Fregarsi da soli non mi sembra tanto perfetto. È come costruirsi un bagno e mettere il water in soggiorno. Ma il problema, credo, è la mancanza di concorrenza (non c’è un altro Dio più sveglio).
Se tutte queste argomentazioni non sembrano convincenti, allora basti pensare al fatto che Dio ha creato me, e se Dio ha creato me perché ha creato un po’ di tutto, il bene e il male, non capisco perché Dio non abbia creato anche un uomo con la testa di cavallo, o un Pro Evolution Soccer dove scorra il tempo.
Io l’avrei fatto, ad esempio.


Postilla

Ma sì, lo so. La pagherò amaramente.

Assistente: Signore, ha letto il blog di Chinaski77 oggi?
Dio: che domande.
Assistente: gli mando una malattia mortale?
Dio: ma che, sei matto? E poi cosa leggo? Piuttosto, quel tale vestito in modo buffo. Quello che si spaccia per un mio intermediario.
Assistente: il vecchio citrullo?
Dio: sì.
Assistente: ebbene?
Dio: chiudiamogli la bocca.
Assistente: ma, Signore, non sa che “morto un Papa, se ne fa un altro”?
Dio: vediamo chi si stanca prima.

chinaski77 alle ore 21:57 | link |
venerdì, 25 gennaio 2008

Piaghe del nostro tempo

Parlargli ti fa sentire come un antropologo che deve adattarsi agli usi di una tribù antica, isolata da sempre dalla civiltà moderna. Le sue opinioni sono insetti neri cotti sulla fiamma viva. Te le porge con un sorriso, come se fosse normale. Tu sorridi a tua volta, per nascondere l’imbarazzo, e rigirandole tra le mani cerchi una parte almeno in apparenza commestibile. Inutile dire che, proprio come gli insetti, sono opinioni morte, dal sapore vagamente sgradevole, ma tutto sommato inoffensive. A differenza di un antropologo, però, non c’è nessuno scambio. Le tue parole e le tue idee non sono utensili per migliorare la qualità della sua vita. Sono più simili a diavolerie elettroniche inservibili, come se gli avessi regalato un computer o un televisore, dimenticando, però, che lui non ha prese di corrente. Anche se è un’immagine sbagliata, alla fine, perché lui il televisore ce l’ha eccome: è proprio il televisore a dirgli che cosa è giusto e cosa è sbagliato. Trasmette codici morali e indica a quelli come lui i nuovi nemici; inoltre, e cosa ben più importante, il televisore viene incontro al suo naturale desiderio di conoscenza, ma senza fargliene sentire il peso. È una scorciatoia che salta direttamente alle conclusioni e lui la ama per quell’altrettanto naturale desiderio di poter maneggiare verità semplici e comprensibili. Ovvio che, in questo modo, non ha la minima idea di che cosa siano il senso critico e il ragionamento. Ogni cognizione deve essere compressa nel minuscolo spazio di un giudizio apodittico, e i concetti diventano monoliti senza più sfumature o irregolarità di superficie. Parlare con lui è sfiancante e il silenzio sembra da subito la scelta migliore. Talvolta, però, cerchi di forzare le sue certezze, di metterlo alle corde, di fargli capire che le cose, non importa quali, potrebbero stare diversamente. Allora lui ti guarda e tu vedi, nel fondo dei suoi occhi, che potrebbe capire. Vedi il desiderio di una verità diversa.  E poi, subito dopo, vedi il timore di abbandonare le tavole che il suo Dio gli ha donato, un giorno, nella poltrona del suo salotto. La luce nel suo sguardo si spegne l’istante successivo e tutto torna, improvvisamente, bianco o nero.

chinaski77 alle ore 11:01 | link |
lunedì, 21 gennaio 2008

Indovina chi viene a cena in ciabatte (primo tempo)

Illuminazione

Lunedì mi sveglio e comunico via e-mail a Smeriglia l’esistenza della concreta possibilità di andarlo a trovare e trasferirmi a casa sua per qualche giorno. Siccome non mi metto mai in viaggio senza avere organizzato tutto il necessario, gli chiedo se in casa sua c’è abbastanza alcol per fare l’aperitivo. Dopo qualche tempo, lui scrive per dire di portarmi le ciabatte, a meno che io non voglia usare le ciabatte degli ospiti, indossate da decine di stirpi di ospiti maleodoranti: in casa di Smeriglia non si possono usare le scarpe perché il pavimento costa più di Smeriglia stesso. Non mi chiedo se non sia stupido avere un pavimento così bello che è un peccato usarlo e non dico niente a Smeriglia perché è suscettibile e perché so che in casa sua esistono dalle sei alle settecentomila regole non necessarie. Quindi mi segno mentalmente di mettere un paio di ciabatte in valigia.

In viaggio

Il viaggio scorre via liscio. Il treno è carico di strane persone con strani vestiti (a tutte penzola una lingua di stoffa dal collo della camicia) con strane valigette vicino ai piedi. Hanno il viso ingolfato in un’espressione perpetuamente perplessa, come se stessero facendo la cosa più complicata del mondo anche se si stanno scaccolando, e fanno lunghe telefonate dove dicono almeno dieci volte la parola “stornare”. I due che ho davanti parlano in codice per la prima mezz’ora e danno la netta impressione di stare andando a riparare uno shuttle al centro di comando aerospaziale di Houston, ma dopo un po’ viene fuori che fanno impaginazioni per elenchi telefonici per conto di una ditta di Casalpusterlengo. A un certo punto uno dei due comincia a snocciolare fatturazioni per impressionarmi, ma io sorrido tra me e me perché gli vedo le cascate di numerini verdi.
Arrivo nella città di Smeriglia in perfetto orario. Tempo: le peggiori condizioni climatiche possibili (freddo gelido, vento gelido, pioggia orizzontale gelida, merda di cane di cui ignoro la temperatura sulla pavimentazione stradale). Mi lascio trascinare dal trolley per un chilometro, ricordandomi di svoltare a destra dopo l’odore di fritto. Trovo il campanello, suono, salgo.
Ricordo di aver dimenticato le ciabatte.

Smeriglia’s dungeon

Smeriglia mi accoglie chiedendomi gentilmente di togliermi le scarpe e infilarmi le ciabatte che non mi sono portato. Mi viene offerta la possibilità di scegliere tra un vasto campionario di vecchie ciabatte di almeno cinque numeri più piccoli e io pretendo di sapere il nome di tutti quelli che le hanno indossate per trovare il piede d’atleta più compatibile. Scelgo due minuscole ciabattine sottili, ma dopo un paio d’ore ho il raffreddore e mi lamento con il padrone di casa:

Chinaski: queste ciabatte non tengono caldo.
Smeriglia: no, quelli sono i termosifoni.

Dopodiché mi dà le due babbucce a forma di testa di Homer Simpson usate nel famoso corto San Luca e signora, che tengono caldo ma mi fanno perdere il rispetto che ho per me stesso e non mi fanno arrivare il sangue al cervello.
Prima di uscire per andare a cena, vado a farmi una doccia. Smeriglia sorride come uno che sapeva che quel momento sarebbe arrivato e infatti mi snocciola tutte le regole di utilizzo del suo bagno, tra le quali spicca “non masturbarti sotto la doccia”, che è la tipica cosa che diresti a un ospite quando viene a passare qualche giorno a casa tua. Naturalmente gli rispondo che non sono un animale e non appena esco dal bagno gli chiedo “dove – di grazia - posso buttare lo sperma?”.

Living la vida loca

Le uscite in città prevedono importanti tappe alla ricerca della miglior carne alla griglia. Capisco rapidamente che, dove vivo io, i bovini devono cibarsi di una mistura di fibre di cartone e spadrillas, ammesso che siano bovini, intendo (i loro o i nostri). Comunque non sembra lo stesso animale.
Ci guadagniamo rapidamente il rispetto dei camerieri di tutte le trattorie della città con la solita trasformazione dell’acqua in niente:

Cameriere: acqua naturale o frizzante?
Chinaski: magari l’acqua la bypassiamo.

Purtroppo il mio navigatore sembra avere talvolta qualche perplessità: me ne accorgo quando, una sera, mi fa camminare per venti minuti puntando un ristorante che, quando arriviamo, è una ferramenta (chiusa, vista l’ora). Senza perdersi d’animo, mi fa camminare per altri venti, puntando un ristorante che, a sentire lui, è sempre in fondo alla via successiva alla via che stiamo percorrendo. A un certo punto desisto e gli dico che mi va bene la trattoria deserta che abbiamo trovato per strada, perché gli aperitivi hanno ormai forato lo stomaco e stanno colando nella retrocavità degli epiploon.
Smeriglia ha ribattezzato la trattoria “lo zozzone”. Non mi chiedo perché.
Il cuoco è un Cercaffetto di novant’anni con le orecchie a batuffolo. Ti viene voglia di andare da lui, togliergli il grembiule, prenderlo per mano e dirgli “è finita, vieni, andiamo a casa”. Ma sai che, lontano dai fornelli, morirebbe immediatamente. Alla fine, però, il cibo non è male, a giudicare dall’aspetto delle feci dell’indomani.


Intervallo: alcuni dialoghi rappresentativi


#1

Chinaski: hai qualche bel film?
Smeriglia: ho Solaris.
Chinaski: quello russo?
Smeriglia: sì.
Chinaski: ma non è un po’ un mattoncino?
Smeriglia: beh, tu che hai una mente semplice potresti trovarlo un mattoncino.

#2

Chinaski: è incredibile che un sito cool come quello della Garzanti sia gratis.
Smeriglia: perché?
Chinaski: eh, cazzo: ventiseimila sinonimi, etimologie, definizioni dettagliate.
Smeriglia: il fatto che tu definisca cool un dizionario online dà molto bene l’idea della persona che sei.

#3

Smeriglia: mi serve un titolo sull’aborto.
Chinaski: non c’è aborto senza il morto.
Smeriglia: bello, grazie. Un altro?
Chinaski: bimbo a borto.
Smeriglia: ottimo.
Chinaski (imitando il pappagallo di Enzo Tortora): abooorto bello.
Smeriglia: ah ah… ma come faccio a rendere l’effetto?
Chinaski: metti un file audio.
Smeriglia: e benvenuto a borto?
Chinaski: molto meglio.



chinaski77 alle ore 11:10 | link |
sabato, 19 gennaio 2008

La carogna

Io sono davvero troppo buono e lo sono diventato nel tempo, più o meno dopo l’adolescenza, quando ho finalmente capito che il mio problema nel rapporto con gli altri era la mia insofferenza nei loro confronti.
Durante tutto il periodo del liceo ho cercato di capire per quale motivo io non andassi d’accordo con i miei compagni e non riuscissi a guadagnarmi la loro stima e il loro affetto. All’inizio credevo che fosse per il fatto che io e loro eravamo semplicemente diversi, dove per diversi intendo che io ero superiore. Forse questo li indisponeva, certo, ma ho sempre avuto il sospetto che il vero motivo non fosse il mio considerarmi superiore a loro, ma la mia superiorità in sé. Basta pensarci un attimo, in fondo: una persona nasce e comprende abbastanza in fretta di essere condannata a vivere tutta la vita dentro quella persona: mi sembra naturale che cerchi di averne la migliore opinione possibile e che non ami troppo condividere uno spazio con qualcuno che le è così evidentemente superiore. Ma poi ho capito che il problema era un altro e cioè che non ero buono. Non che la bontà ti faccia smettere di essere superiore, ma almeno ti suggerisce di non darlo a vedere. I miei compagni, comunque, non hanno mai cominciato ad amarmi, nonostante la mia nuova bontà, e questo, suppongo, per il fatto che nessuno può, da un giorno all’altro, smettere di essere cattivo e diventare buono. Soltanto molto dopo mi è venuto da pensare che, forse, i miei compagni non erano buoni a loro volta, perché una caratteristica del buono è perdonare, mi hanno detto, e loro avrebbero dovuto perdonarmi il fatto di averli trattati male e derisi e insultati così a lungo. Questa spiegazione, anche se rassicurante, non poteva esserlo quanto la successiva, ovvero che puoi perdonare a qualcuno il fatto di averti trattato male, ma non gli potrai mai perdonare il fatto di essere o di sentirsi superiore. E io avevo entrambi questi difetti, si vede.

chinaski77 alle ore 10:29 | link |
martedì, 15 gennaio 2008

Involucri di circostanza

Non ho proprio un bel niente contro la cosiddetta bellezza del mondo o contro la bellezza della vita in generale. Ho solo qualche perplessità – diciamo - riguardo la bellezza della gente, e intendo dire la maggior parte della gente. Inoltre - e, per quanto banale, non è certo un argomento trascurabile – questa maggior parte di gente mi ha insegnato coi fatti come sia inutile perdonare e sorridere, ovvero quel precetto-fregatura tanto in voga tra la marmaglia cristiana.
Cioè, per sorridere, sorrido. Eccome: direi che mi sono addirittura specializzato, in sorrisi, ne ho un intero campionario, da quelli rapidi e indolore del tipo ti ho visto ma non mi posso fermare a chiederti come stai, dove vai e che tempo faceva oggi, ovunque accidenti fossi, a quelli più complicati, di resistenza, cioè quando qualcuno ritiene che quello che mi serve siano proprio due o tre milioni di parole di lezione di vita. Ah, quanto mi piacciono le lezioni di vita! Io vivo nella speranza che qualche bigotto venga finalmente a spiegarmi come funzionano le cose su questo pianeta, e i bigotti non se lo sono fatto dire due volte, questo è certo: nella mia vita ho ricevuto lezioni di vita da qualsiasi persona abbia pensato di avermi inquadrato soltanto perché io non potevo fare a meno di mostrare un involucro, ma pochi si sono mai fermati a riflettere su quanto l’involucro fosse attendibile. Eh, già: sono un incompreso. Ma io mi sono mai fermato a riflettere sugli involucri della gente? Certo che sì. Io sono tormentato dagli involucri della gente. Sapere che io non sono per forza quello che superficialmente sembro mi dà la dritta niente male che anche per gli altri potrebbe valere il medesimo discorso, e così passo tutto il tempo a cercare di dare un’occhiata attraverso le crepe negli involucri, quando ci sono, senza badare troppo agli involucri stessi. Il che non significa che io non sia superficiale, eh. Non significa niente.
Che poi, il punto è proprio che non tutti hanno dentro qualcosa di più profondo o di diverso. Tantissima gente, per come la vedo, nasconde nell’involucro soltanto un altro involucro. È una scoperta sorprendente, in effetti. Sono stereotipi con dentro altri stereotipi, gusci dentro gusci. E cosa nasconde il secondo guscio? Niente. Sono gusci vuoti dentro gusci ripieni di gusci vuoti. Oppure sono tutto guscio, come una cipolla che è solo cipolla, solo che loro sono soltanto buccia. Ce ne sono milioni, di persone così, e sono esattamente le stesse persone che io non voglio incontrare, che non mi interessa conoscere approfonditamente e con le quali non amo interagire. Anche in questo caso mi viene da chiedermi se sia davvero una nevrosi, questa misantropia strisciante, ma rimane il fatto, nevrotico o meno, che non mi piace (non mi è mai piaciuta e mai mi piacerà) la gente. Niente di personale, ci mancherebbe, anche se è buffo dirlo, visto che si tratta di persone.

chinaski77 alle ore 09:55 | link |
domenica, 13 gennaio 2008

A spasso con Jisus

Per chi non avesse letto qualche post precedente, Jisus è l’affettuoso nomignolo che ho affibbiato a mia madre. Tutto quello che viene pubblicato su di lei ha ottenuto dall’interessata il permesso di essere scritto esattamente com’è scritto. Il che equivale a dire che nessun Jisus è stato maltrattato durante la stesura di questo post.

Ad esempio quella volta quando in televisione davano Mio cugino Vincenzo e [attenzione, sto per svelare il finale di un film del 1992] io mi sono ritrovato da solo con Jisus e il padre di Chinaski proprio alla scena finale, quando Vincenzo vince il processo facendo testimoniare la sua ragazza, la quale testimonia che la macchina dei due imputati – difesi da Vincenzo – non può assolutamente essere la macchina dei due assassini. Bastava quello, no? No. Vincenzo chiama un secondo teste, uno sceriffo, il quale dice che, da qualche parte in America, sono appena stati arrestati due tizi alla guida di una macchina praticamente identica a quella dei due imputati. Bon. Tutto chiaro? No. Si aggiunge che nella macchina di questi due tizi è stata trovata una pistola con il calibro identico a quello del proiettile che ha ucciso la cassiera. Ecco. Processo finito e tutti festeggiano, al che mi viene una battuta e mi ritrovo a dover decidere se dirla o se ridere tra me e me e basta. Mi guardo intorno e noto l’assenza di un pubblico in grado di apprezzare la battuta stessa: Smeriglia e la sua ragazza sono a un pranzo chissà dove, Ema è a lezione, io sono dentro il mio corpo. Dovrei lasciar perdere ma poi mi dico “che cazzo, se la dico con calma, forse ridono”. Perciò la dico con calma.

Chinaski: e come ultimo teste ora Vincenzo chiama lo sceneggiatore, il quale confermerà che i due imputati non sono gli assassini ma che gli assassini sono quegli altri.

Jisus mi studia per qualche istante. Io rimango serio.

Jisus: vuoi dire che sono colpevoli?
Chinaski: no. Voglio dire che siccome sta aggiungendo prove su prove, la prova definitiva sarebbe chiamare a testimoniare lo sceneggiatore e fargli dire che i due non sono colpevoli.

Passa un minuto di borborigmo cerebrale. Poi Jisus, con l’indifferenza di un cameriere che torna a chiederti se hai veramente ordinato la tua ordinazione, mi fa:

Jisus: dicevi: nel film.
Chinaski: sì.
Jisus: ah, ok.

Jisus torna a guardare la televisione, ma sembra turbata. Passano due intensi minuti di silenzio meditabondo, poi mi guarda con gli occhi furbetti e mi fa:

Jisus: senti.
Chinaski: dimmi.
Jisus: era ironico, vero?.
Chinaski: sì, Jisus. Era ironico.
Jisus: ah, ecco.
Chinaski: posso scrivere tutto questo sul blog?
Jisus: sì.

chinaski77 alle ore 20:52 | link |
giovedì, 10 gennaio 2008

Palladicì

Ottenere un libro alla biblioteca di filosofia di Magottam City non era per niente facile. Anzi, rettifico: era facile ma sgradevole. Nel corso dei miei lustri universitari ho cercato di affinare sempre di più il mio metodo di sdrucciolamento sul genere umano – capitoli: bibliotecari, compagni di corso, docenti - ma senza grandi risultati. Beh, a parte i compagni di corso che, voglio dire, mai visti.
Il primo posto nella classifica delle biblioteche di Magottam City dove ottenere un libro è difficile e oltremodo sgradevole era però occupato dalla biblioteca di ***, e questo grazie alla presenza della bibliotecaria più [aggettivo insultante] che abbia mai rubato stipendio, ossigeno e involucro organico a questo mondo, ovvero quel rottame di sesso femminile detto anche Palladicì. Siccome in servizio alla succitata biblioteca c’erano diverse addette all’ignoramento della vita degli altri, preciso che Palladicì – se è ancora viva e se non l’hanno licenziata - è quella alta quanto un bidone dell’immondizia, con la faccia tesa e paonazza come un supertele e le scarpettine da ginnastica perpetuamente sfrigolanti nello sforzo di non portarti mai i libri. Quella che, quando entri, ti dice “allora?” come se nessuno l’avesse mai pagata per non fare un cazzo dalla mattina alla sera. Quella lì, insomma.
Ok.
Si dà il caso che Palladicì avesse già dato prova di avere le tarme nel trigono-temporo-parieto-occipitale quando tra la mia richiesta di avere un libro e la sua decisione di non andare mai a prendermelo era passato un quarto d’ora buono, impiegato a parlare di come si accende un condizionatore atmosferico con le colleghe di non fare mai un cazzo. Dopodiché, completamente dimentica di tutto, mi aveva candidamente offerto un nuovo modulo bianco per chiederle di nuovo il libro che le avevo già chiesto o un altro a mio o a suo piacimento. Giustamente, io avevo incassato con il consueto aplomb che contraddistingue le persone che la prendono sempre nel deretano senza battere ciglio, ma Palladicì, avendo una soglia di ironia molto bassa, non si era comunque accorta del mio silenzio di rimprovero. E l’avrebbe passata anche liscia, devo dire, se non fosse che un giorno ha veramente esagerato.
Entrato in biblioteca, ero andato da lei e le avevo persino sorriso, poi avevo preso due fogli per la richiesta di libri e avevo appoggiato un misterioso oggetto cartaceo sul bancone. Palladicì si era messa a fissarlo con lo stesso sguardo interrogativo che avrei potuto produrre se sul bancone avessi posato una sfera di cristallo nella quale si vedeva Palladicì nell’atto di fare il suo lavoro. Lo guardava come se non fosse veramente lei ma una sorella gemella non si sa come più stupida. Come reazione automatica di fronte all’ignoto, si era incazzata:

PdC: allora!
Chinaski: devo riconsegnare questo libro e prenderne altri tre.
PdC: c’è un limite di due.
Chinaski: pensavo fosse quattro, per i laureandi.
PdC: sì, ma deve portare la malleveria, per averli.

Ora.
Primo: io avevo passato gli ultimi mesi cercando di scrivere una roba di cui non mi fregava niente, su un argomento di cui non mi fregava niente (l’obiezione classica dovevi sceglierne un altro veniva facilmente neutralizzata da non me ne fregava niente di nessuno compreso questo) per persone di cui non mi fregava niente e alle quali non fregava niente di me, di quello che scrivevo e del fatto che mi fregasse o non mi fregasse di quello che scrivevo e delle persone per cui scrivevo quello scrivevo. Considerando poi che non ero più un adolescente ribelle.
Secondo: durante quei mesi ero venuto a contatto con le parole più strane e con i ragionamenti più astrusi e complicati sulle argomentazioni più inutili e speciose (per dirne una).
Terzo: faceva molto caldo.
In base a questi argomenti, dunque, c’era il caso che in tutta la mia vita non mi fossi mai imbattuto nella parola malleveria.

Chinaski: come dice?
PdC: deve portare la malleveria, per averli.

Nota: Pdc non ha detto esattamente ‘deve portare la malleveria’, ma ‘deve portarelamalleveriaperaverli’, abbassando il volume verso il centro della frase.

Chinaski: non ho capito, scusi.
PdC: deve portare la malleveria.
Chinaski: ok. Che cos’è la malleveria?
PdC (sgrillettandosela per la gioia di avermi preso in castagna): la malleveria!
Chinaski: non fa prima a dirmi che cos’è la malleveria?
PdC: verrebbe troppo lunga. Vada dal suo relatore e lui lo sa.
Chinaski: o prendo un dizionario.

Non mi ricordo più cosa volevo dire. Comunque il fatto è che, nella vita, sul momento non ti viene mai – mai, mai e poi mai– la risposta giusta, per quanto la cosa del dizionario avesse un suo senso (ma difettava di ludibrio), e in ogni caso la risposta giusta era il mio relatore non ha il cavalcario.

 

chinaski77 alle ore 10:05 | link |
mercoledì, 09 gennaio 2008

Sigh


chinaski77 alle ore 22:44 | link |

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