La mia paura non è che i ponti possano crollare, ma che io possa finire con la mia automobile nell’acqua, magari dando un improvviso e immotivato colpo di sterzo. L’obiezione che non avrebbe senso dare un colpo di sterzo e finire volontariamente di sotto funziona poco.
Di solito, per capire la plausibilità di un evento, mi chiedo come starebbe sul giornale. Cerco di immaginarmi l’articolo del giornale e, se fila, considero l’evento plausibile. In fondo capita molto spesso di leggere la notizia di un’automobile che, improvvisamente, ha sbandato ed è finita fuori strada. Improvvisamente è la prima parola che cattura la mia attenzione. Somiglia molto a inspiegabilmente, no? La seconda parola… cioè: la seconda espressione che cattura la mia attenzione è senza segni di frenata. Allora si passa alle motivazioni. Colpo di sonno, malore, suicidio. Siccome io escludo il suicidio, rimangono il colpo di sonno e il malore, cose che effettivamente temo mentro guido attraverso un ponte. Ma temo anche quell’improvvisamente. Potrebbe non esserci nessuna spiegazione razionale. Ha sterzato verso il dirupo anche se non voleva farlo. Eppure lo ha fatto. Era pazzo. Lo abbiamo scoperto adesso.
Questo metodo del giornale ha il suo rovescio, perché ogni titolo che leggo può dare adito a nuove paure e le paure, si sa, sono paralizzanti. Ad esempio, quando ho letto di un ragazzo che è morto strangolato da un filo di mozzarella della pizza, mi sono ritrovato – per la prima volta nella mia vita -a pensare alla mozzarella come a qualcosa di pericoloso e questo ha cambiato il mio modo di rapportarmi ad essa. Lo stesso vale per quel signore che è stato morso da un cane e che è morto dopo tre giorni. Hanno preso il cane e gli hanno fatto tutti i possibili esami per vedere che malattia avesse, ma è risultato che il cane era soltanto un cane (beato animale), con tutte le caratteristiche fisiche e psicologiche espresse dal concetto universale di cane. L’uomo era morto (perché è morto?) per un suo difetto, per l’incapacità del suo corpo di reagire a una cosa stupida come il morso di un cane perfettamente cane. Questo non dovrebbe generare paura, no? E invece lo fa, perché io non ho mai fatto nessun esame per sapere come reagirebbe il mio corpo al morso di un cane. Con tutte le malattie di questo mondo e gli incidenti che ti possono capitare e le faccende da sbrigare, ecco, mica puoi andare dal medico e chiedergli di prescriverti un esame per vedere se puoi essere morso da un cane:
“Perché diavolo vuoi farti mordere da un cane?”
“Non voglio farmi mordere. Voglio solo sapere se potrei farmi mordere.”
Non capirebbe. Così come nessuno capirebbe la decisione di non prendere mai più un ponte.
Il nero muove e si fa il segno della croce
Ora, di solito gli scacchi servono agli sceneggiatori per inviare rapidamente all’uomo medio il messaggio fondamentale che il protagonista è un genio assoluto e che l’antagonista suo avversario è un genio assoluto anche lui, però del male, perciò nessuno si prende la briga di recuperare qualche informazione di base sul gioco e così vengono fuori scene di questo genere:
Antagonista genio: giammai! Che ne dici di una partita a scacchi?
Protagonista (estraendo una scacchiera dalle mutande): vai.
Antagonista (fregandosi le mani) alé!
Protagonista (comincia a giocare con re e regina invertiti. Muove un pedone): ti fermerò.
Antagonista (ha tre cavalli sulla scacchiera e muove un pedone): la vedremo.
Protagonista (prova il barbiere): e tutti quegli innocenti?
Antagonista (non sa come difendersi dal barbiere e rimane a riflettere per sei minuti): boh.
Protagonista (muovendo due volte): matto imparabile in sedici mosse (!)
Antagonista (muovendo un pezzo su una scacchiera completamente diversa): ma io ti do matto in diciotto.
Protagonista : sei un osso duro. Patta?
Antagonista : giammai.
Protagonista : scacco matto.
Detto questo, vorrei quindi precisare le seguenti cose (lo sceneggiatore del dottor House mi può rispondere in separata sede, se vuole):
Se non ha ancora pigiato l’orologio, lo faccio parlare della sua bellissima combinazione, di come è stato bravo ad elaborarla e me la faccio spiegare per filo e per segno altre venti volte, poi fingo di non riuscire a capire che il cavallo muove a elle, poi gli chiedo di parlarmi di sua madre, di sua nonna, del suo gatto e della sua malattia mortale, e quando gli rimangono sei secondi per fare le sue settecento mosse, sorrido, indico l’orologio e gli dico: “col tuo tempo”.
Se ha già pigiato l’orologio, invece, faccio la mia mossa e sto zitto. Poi se la veda lui. Quando mi renderò conto che non ho altre possibilità, mi ritirerò, ma se mi sta molto sulle palle posso anche far finta di ricevere una telefonata e lasciarlo lì a marcire. Nel caso specifico, comunque, trattandosi di avversario malato terminale, avrei comunque usato tutto il tempo a mia disposizione, confidando nel suo decesso o qualcosa del genere. Oppure l’avrei lasciato vincere e poi gli avrei detto “è un peccato che io sia più stupido di te, a meno che tu non abbia capito da solo come curarti la malattia”.

Scemo chi legge
Naturalmente, sapere che i cittadini di questo paese sono perlopiù degli ignoranti non desta la più piccola sensazione, considerando che, secondo un altro studio dell’Istat, venti milioni di italiani non leggono affatto. La cifra è inoltre schizzata a trentacinque milioni pochi istanti più tardi, ovvero quando l’intervistatore ha precisato che Harry Potter, Il Signore degli anelli e Il codice Da Vinci non valgono ai fini della stima (secondo lo studio Usi e costumi dei barbari postmoderni, di Manfredi-Aiardi , certi libri sono i tipici libri per chi non legge mai libri).
Tra le motivazioni addotte per giustificare il proprio analfabetismo spicca “la noia”. Secondo gran parte degli intervistati i libri non sarebbero sufficientemente divertenti e produrrebbero anzi un fastidioso formicolio alla testa, “come quando penso”, hanno detto. Il difetto principale della narrativa consisterebbe inoltre nel presentare personaggi antropomorfi che parlano, pensano e agiscono come uomini, ma senza poter diventare invisibili e senza incontrare mai degli gnomi. Per ovviare a questi problemi, quindi, le casi editrici hanno pensato di rendere i libri meno noiosi togliendo quasi tutte le parole (la vera causa, secondo un recente studio dell’Istat, della noia legata alla lettura) e inserendo all’interno dei libri, invece che libri veri e propri, altre cose, come ad esempio le caramelle, le canzoni pop o nuovi libri di Harry Potter.
Ma le idee non finiscono qui: per il 2008 troveremo sul mercato libri con la copertina trasparente piena di sabbia colorata, libri che quando li capovolgi fanno il rumore della mucca e libri che grazie a un microchip si leggono da soli ad alta voce (ancora in fase sperimentale, a dire il vero, perché durante i test si è notato che, dopo qualche pagina, la voce elettronica sbadiglia). Tra tutte, quella più interessante riguarderebbe un libro trasformabile, capace di diventare in pochi istanti un altro oggetto, come una mensola o una racchetta da ping-pong, ma la più geniale è quella del libro stampato su fogli di carta igienica e con inchiostro antibatterico al profumo - ma anche al sapore, dai - di lavanda (il 78% di quelli che hanno dichiarato di trovare la lettura noiosa ha anche dichiarato di leggere quasi esclusivamente durante la defecazione. Si tratta in realtà di un sottile trucco della psiche, conosciuto come “transfert edonistico” – secondo lo studio Omosessuali latenti di Laurence-Stevenson - e per questo motivo alcune case editrici stanno pensando di allegare ai propri libri grossi cetrioli di gomma da infilarsi nel sedere, in modo da permettere a questi lettori di leggere anche lontano dal bagno o in momenti di particolare costipazione).
Le altre motivazioni addotte dai non lettori (o diversamente intelligenti, come ha già detto qualcuno molto prima del sottoscritto) sono - cito fedelmente – “la mancanza di tempo libero” (non puoi lavorare, star dietro alla famiglia, guardare Empoli-Juve, leggere
E ancora.
“La complessità del linguaggio contenuto nei testi” (si chiama italiano); “il non avere un posto tranquillo dove mettersi a leggere” (cetriolo); “l’assenza di librerie o edicole vicino a casa” (edicole? E poi, in ogni caso, bisognerebbe spiegare a questa gente che le è permesso pagare una piccola penale per portarsi il libro a casa e leggerlo con calma. La piccola penale è scritta sul retro del libro e le permette anche di non riportarlo mai indietro). Infine, sia lodato Gesù Cristo, “il non saper leggere o il leggere male”.
Tutta questa sorprendente mole di scuse dimostrerebbe in fondo un forte senso di colpa da parte del non lettore, il quale, nonostante gli sia stato inculcato sin da piccolo il valore della lettura, non riesce proprio a trovare la lettura piacevole, e ne ha ben donde, visto che leggere, diciamocelo, è una gran rottura di palle, oltre ad essere un passatempo malsano buono solo per gli emarginati sociali (rinuncio a vivere la vita vera per immergermi in un mondo immaginario che simuli la vita vera al punto da darmi le emozioni che vivrei nella vita vera se non fossi immerso in un mondo immaginario).
Quello che voglio dire è che leggere aiuta senz’altro a risolvere il problema dell’analfabetismo, ma, volendo effettivamente risolvere il problema dell’analfabetismo, forse sarebbe meglio qualcosa di più rapido ed efficace, come, ad esempio, una grammatica, altrimenti si rischia di arrivare a parlare un italiano corretto a ottant’anni quando tutti i tuoi amici sono già morti.