giovedì, 18 ottobre 2007

Accanimento biologico

Non ho mai capito per quale motivo in quella parabola dove il tizio, prima di partire per un viaggio, distribuisce un po’ di talenti ai suoi servi, il tizio debba poi arrabbiarsi con il servo che ha sepolto il talento e che, al suo ritorno, glielo restituisce identico. Anche perché, voglio dire, delle due l’una: o il talento me lo regali e allora diventa mio e se voglio mi ci posso anche pulire il sedere; oppure non me lo regali ma mi chiedi gentilmente di custodirtelo e io te lo custodisco, ok, però ho anche una mia vita, se permetti, e mentre tu sei a spasso non è che posso sgobbare al tuo posto (si chiama sfruttamento, tra l’altro).
Siccome nei testi sacri è tutto allegorico (il serpente sta per il diavolo, il padre per il figlio, il figlio per il vitello grasso e il vitello grasso per un canotto) e non si riesce mai a muovere una critica perché poi ti vengono a dire che hai preso una cosa per un’altra

Chinaski: vede, padre, nella parabola in cui Gesù dice al…
Prete: Gesù non rappresenta Gesù.
Chinaski: va beh. In cui quel tale dice alla prostituta che…
Prete: la prostituta non rappresenta una prostituta.
Chinaski: ok. In cui quel tale dice a quella tizia che…
Prete: dire non sta veramente per dire.
Chinaski: ma…
Prete: non sta per ma.

non sono del tutto sicuro che il talento in questione stia per la vita che ci è stata concessa, ma in fondo non importa.
L’assurdità di quel principio ha comunque molto a che fare con l’assurdità del principio per il quale la vita del singolo non sarebbe proprietà del singolo stesso, ma una specie di dono in prestito o, ancor peggio, un dono interessato:

Padre: e per il tuo compleanno ti regalo una bella macchina da scrivere!
Figlio: ah, grazie! Così posso scrivere un bel roman…
Padre (puntandogli un dito intimidatorio): scriverai solo sotto dettatura!
Figlio: …
Padre (tornato mansueto): come si dice?

A questo si aggiunge l’incomprensibile fissa dei cristiani per la sacralità della vita stessa, peraltro piuttosto in contrasto con l’idea – sulla quale tutta la religione cristiana si basa – che questa vita sia una specie di vita secondaria in attesa della stupefacente beatitudine eterna:

Cristiano: questa vita è imperfetta e ci riserva soltanto sofferenza. Se tu sapessi la felicità che ci attende nella vita successiva.
Pagano: davvero?
Cristiano: : ma certo. (fa un elenco delle meraviglie ultraterrene)
Pagano: mi hai convinto. Corro subito a suicidarmi!
Cristiano: : fermo!
Pagano: eh?
Cristiano: : prima finisci la sofferenza.
Pagano: ma…
Cristiano: : tutta!

Tutto questo non sarebbe affatto un problema se lo si potesse considerare una specie di regolamento interno di un club molto esclusivo. Un po’ come una scuola di specializzazione metafisica, diciamo. Vuoi raggiungere l’eternità? Allora devi accumulare i crediti necessari nelle seguenti discipline: Illogica (10 Cfu); Psicopatologia pratica, (10 Cfu); Superstiziologia, (10 Cfu); Fantastoria, (5 Cfu); Fantafisica, (7 Cfu); Estetica del brutto, (10 Cfu), eccetera.
Ma il fatto è che la sfera religiosa manifesta la sua natura parassitaria cercando di interferire da sempre con la sfera secolare, che è un po’ come se la Fifa mi volesse infliggere due turni di squalifica del soggiorno per aver insultato la madre dell’arbitro di Pro evolution soccer.
Queste interferenze sono molto evidenti e molto problematiche in situazioni ben note, come quando si vuole staccare la spina di un respiratore che tiene in vita la versione floreale di un essere umano. In simili situazioni, l’accanimento religioso per la salvaguardia della mera vita biologica a scapito di tutto quello che tale vita dovrebbe semplicemente alimentare (la vita biologica non è che corrente per l’elettrodomestico uomo) ha un che di sospetto, così come suonano sospette certe prese di posizione (dal vago sapore totalitario) che difendono un simile atteggiamento, i cui punti cardine sono l’opposizione a un pluralismo dei valori (c’è solo un valore cioè il mio), l’opposizione alla potestà indeterminata del singolo sulla propria esistenza (c’è solo una potestà cioè la mia) e l’opposizione a qualsiasi verità scientifica sgradita (pleonasmo).
Tornando dunque all’esempio dei talenti e supponendo che i talenti rappresentino la vita donata agli individui da un padrone esigente, si potrebbe dire che, visto il folle attaccamento alla vita che la religione moderna ci insegna, la parabola avrebbe dovuto finire in questa maniera:

Venne infine colui che aveva ricevuto un solo talento.

Padrone: allora, il mio talento?
Servo: è proprio qui, nella mia tasca.
Padrone: l’hai fatto fruttare?
Servo: ehm, no. Metti che lo perdevo…
Padrone: servo infingardo!
Servo: oggesù!
Padrone: eppure sapevi che mieto dove non ho seminato.
Servo: vantatene.
Padrone: posso riaverlo, almeno?
Servo: certo. (gli rende il talento)
Padrone: che tu sia maledetto!
Servo: eh? Cos’ho fatto, adesso?
Padrone: mi hai reso il talento quando te l’ho chiesto!
Servo: sei per caso caduto da cavallo mentre eri in viaggio?
Padrone: verrai gettato fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Servo: ma che novità.

chinaski77 alle ore 14:38 | link |
martedì, 16 ottobre 2007

La preziosa anima di Smeriglia

A me sembra giusto segnalare che domani notte, verso l’una, su La7 (il canale televisivo, non quel qualcos’altro che non esiste e che non c’entra niente a cui potreste stare pensando adesso e che potrebbe farvi perdere l’appuntamento) trasmettono il corto della Coma Film intitolato La preziosa anima di Fausto, al quale peraltro io, pur non partecipando pellicolarmente, ho comunque preziosamente collaborato gironzolando per il set e facendo ogni giorno forti pressioni per mollare tutto e andare a fare l’aperitivo.
Potete andare sul sito di La7 (qui, pagina 3) e vedere il corto e poi, se vi è piaciuto, votarlo. Potete votarlo anche se non vi è piaciuto, oppure non votarlo, sia che vi sia piaciuto, sia che non vi sia piaciuto, così come potete non guardarlo e votarlo o non votarlo (oppure entrambi). O guardarlo, trovarlo bello e votarne un altro. O fare una capriola in soggiorno. Per ovvie ragioni di spazio, non posso elencare tutte le possibili combinazioni che la vita vi offre. La più intelligente, secondo me, è andare sul sito, votarlo o non votarlo, e poi, domani notte, guardarlo. Credo di essere stato chiarissimo. Se, come il sottoscritto, non siete capaci di far funzionare il Mediaplayer in Firefox, potete scaricare il corto qui e… Ok. Avete capito.
Ci si vede domani notte all'una.



chinaski77 alle ore 16:55 | link |
martedì, 16 ottobre 2007

Campanilismo immanente

Una tra le cose più difficili in natura è riuscire a non generalizzare quando si fa una qualsiasi affermazione. Visto? Questo stesso post, tanto per fare un esempio, ne sarà sicuramente infarcito senza che io possa fare un bel niente per evitarlo. La tendenza alla generalizzazione, infatti, dipende innanzitutto da un problema intrinseco alla comunicazione stessa, la quale ha bisogno di essere veloce ed efficace. Piero arriva e mi chiede se in quella pizzeria si mangia bene, io rispondo che sì, si mangia bene, Piero se ne va soddisfatto e io ho perso pochissimo tempo (anche se Piero era l’apice della mia giornata). Mettiamo però il caso che io voglia eliminare ogni generalizzazione ed essere il più preciso possibile:

Piero: come si mangia lì?
Chinaski: giovedì scorso ho mangiato bene.
Piero: ah, grazie. Ciao!
Chinaski: : aspetta, Piero.
Piero: dimmi.
Chinaski: : due settimane fa ho mangiato così così.
Piero: ah, ok.
Chinaski: : mentre un mese fa ho mangiato bene.
Piero: va beh, allora si mang…
Chinaski: : al compleanno di Guglielmo ho mangiato terribilmente.
Piero: …
Chinaski: : ma le frittelle erano buone.

La generalizzazione rende il sapere maneggevole. Si pensi a quante diavolo di informazioni ci sono al mondo e che razza di impresa sarebbe raccoglierle tutte. E quanto poco tempo a disposizione! Persino Socrate sarebbe in difficoltà oggigiorno, anche se probabilmente sfrutterebbe qualche strumento tipicamente moderno:

Trasimaco: dimmi, Socrate, che cos’è dunque la giustizia?
Socrate: ti do il link.

La tendenza alla generalizzazione dipende però anche dal fatto che l’uomo in generale è una cosina molto piccola chiusa dentro una piccolissima scatolina cranica con attaccato sotto un mucchio di organi-parassita raccolti in un sacco di pelle morbida (tipo uno scroto). Questo per dire che è difficile andare oltre il proprio salotto e che, essendo difficile andare oltre il proprio salotto, l’uomo decide a un certo punto di difenderne ogni centimetro allo stremo. La già di per sé non intelligentissima tendenza alla generalizzazione si unisce dunque all’orgoglio, che impedisce di ammettere qualsiasi errore, pena l’autodistruzione dell’autocoscienza (alla quale ogni essere umano crede attaccato l’intero universo) e all’arroganza, che suggerisce che siccome noi passiamo tutto il tempo a sentire il nostro pensiero, è evidente che il nostro pensiero deve occupare una posizione gnoseologica privilegiata all’interno del cosmo.
Un esempio lampante di quanto appena detto è rappresentato dal campanilismo – che si fonda sulla generalizzazione a tutta birra - ovvero la svergognata celebrazione della sospetta fortuna che hanno avuto gli abitanti di una particolare zona a nascere proprio in quella e non in un’altra (tipo la zona lì a fianco, che però è notoriamente una fogna). Tale atteggiamento funziona anche microscopicamente, visto che all’interno della stessa zona quelli a nord ritengono più furbi quelli a nord (ma non a nord di se stessi) e tra quelli a nord i letterati si credono migliori degli scienziati e, tra i letterati, i pelati ritengono che i pelati siano sexy, e così via, fino a restringere sempre più il cerchio, fino a strozzarci un solo individuo (io sono migliore di te, mentre al mio interno sostanzialmente mi equivalgo).
I campanilisti si servono della generalizzazione sia per celebrare se stessi (noi siamo più solari), sia per denigrare gli altri (hanno troppo sole). Essi traggono le loro conclusioni sugli altri popoli basandosi su due tipi di esperienza: diretta (sono stato dieci giorni in un villaggio Alpitour in Marocco e adesso ti spiego l’Africa) e indiretta (lui è stato in un villaggio Alpitour e adesso ti spiego l’Africa).
Le generalizzazioni dei campanilisti sono così radicate che non è minimamente possibile neanche soltanto scalfirle. Parlo per esperienza personale, avendo proto-suoceri e proto-parenti del sud e parenti e amici del nord, cosa che mi fa essere una strana specie di anello debole della catena culturale, nel senso che, lungi dal non avere luoghi comuni che mi infarciscono il cervello, subisco contemporaneamente le influenze dei luoghi comuni di tutti. Se al nord, come si sa, l’atteggiamento è di malcelata superbia, al sud si prova più che altro compassione per i poveri settentrionali, costretti a vivere in mezzo al niente, alla nebbia e costretti a mangiare carne di nutria (cosa vera soltanto per la Lombardia, com’è noto).
Ma, insomma, dopo un po’ ci si abitua:

Uomo del sud: assaggia questa.
Chinaski: ah, una pesca.
Uomo del sud: la conosci? Sei già stato al sud, prima?
Chinaski: ehm, sì. No. Cioè: le abbiamo anche noi.
Uomo del sud: Salvatore, vagli a prendere dieci cassette di pesche, ché loro non le hanno.
Chinaski: no, no. Come le dicevo, le abbiamo.
Uomo del sud: assaggiala, senti com’è dolce.
Chinaski: ma le ho detto che già la…
Uomo del sud: si chiama pesca.
Chinaski: …
Uomo del sud: pe – sca.
chinaski77 alle ore 09:57 | link |
martedì, 09 ottobre 2007

Neomoticon pigmentato a forma di teschio

Nel 2000 sono andato a farmi controllare un neo che era diventato fosforescente. Tutti noi conosciamo i requisiti che un neo deve avere per essere buono:

- uniformità di colore (se somiglia alla griglia dei colori di Photoshop non è un bene)
- uniformità del bordo (se sembra il Nurburgring non è un bene)
- uniformità della superficie (se ha il naso e i baffi non è un bene)
- uniformità della forma (se lunedì è un cerchio, martedì un rombo e mercoledì un emoticon non è un bene. Già quando è un rombo, comunque)

per cui fosforescente non era certamente un bene. La dottoressa che mi ha visitato, però, non ha voluto neanche degnarlo di una lente d’ingrandimento. “Non è niente” – ha sospirato tirandomi la maglietta in faccia - ma prima che potessi rivestirmi ha puntato la lente su un altro neo, che neanche sapevo di avere (e che forse ha incollato lei stessa) e ha esclamato un questo non mi piace per niente che sapeva di morte.

Dottoressa: lo faccia togliere subito, ok? Non aspetti dei mesi.
Chinaski: per chi mi ha preso?

Il tizio che me l’ha tolto stamani - luminare assoluto, epicureo (parole sue) e benefattore del genere umano - mi ha dato una possibilità di sopravvivenza del 99 percento (cioè più di quante ne abbia prima di un aperitivo). L’intervento si è svolto in un clima rilassato e per quanto io avessi le palpitazioni, per quanto mi sentissi in volto la tipica espressione da carne da macello che allestisco in occasione di ogni contatto con personale medico intenzionato ad esercitare la professione sul mio corpo, mi sono permesso (con alterna fortuna) la sempiterna battuta del teschio:

Luminare: ecco fatto. Tolto.
Chinaski: sotto è a forma di teschio?

(infermiere ridono in sottofondo)

Luminare: come dice?
Chinaski: il neo, sotto, è a forma di teschio?
Luminare: ah. No.

Dopodiché, mentre inservienti sferragliavano sulla mia schiena sfruttando la mia insensibilità momentanea, Egli mi ha illuminato sulla situazione, pronunciando però con leggerezza una delle parole proibite:

Luminare: non dovrebbe essere niente.
Chinaski: meno male.
Luminare: quindi ho inciso solo in superficie.
Chinaski (rivestendosi): benissimo…
Luminare: se dall’esame istologico dovesse risultare che è un melanoma
Chinaski (cercando di fare il nodo della cravatta alla t-shirt): a-ah…
Luminare: comunque non dovrebbe essere niente. Stia tranquillo. Per quanto riguarda la medicazione…

Essendosi rivelati inutili i miei tentativi di fargli dire ciò che non era, ossia una qualsiasi delle seguenti:

- lei non ha niente
- lei non avrà mai niente
- lei è immortale
- ho detto melanoma? Oh, ma questo non è nemmeno un neo. È una morositas. Ahm!

mi sono ritrovato costretto ancora una volta a prendere in considerazione l’ipotesi di una mia morte imminente e devo ammettere che la cosa comincia a diventare seccante: non si poteva fare che la vita dura per tutti un tot di tempo e buona notte? Non si poteva fare che i nei cattivi emettono un segnale acustico? E non avrebbe avuto infinitamente più senso mettere gli occhi all’interno? Sono tutte domande che ho intenzione di rivolgere al creatore, appena lo vedo:

Chinaski: che so. Un segnale acustico o qualcosa di simile.
Creatore: non lo sentivi il fischio all’orecchio?
Chinaski: ma credevo fosse un acufene!
Creatore: non so come lo chiamate.
Chinaski: e che mi dici degli occhi che guardano fuori? È come tenere lo specchietto retrovisore nel baule.
Creatore: non ti sarebbe piaciuto avere gli occhi nel sedere, credimi.
Chinaski: ma dovevi proprio farmi venire un neo maligno al centro delle scapole? È l’unico punto dove non arrivavo con la crema solare.
Creatore: volevo essere sicuro.

 

chinaski77 alle ore 13:47 | link |
domenica, 07 ottobre 2007

Vanaglorie

Giusto per dire che il post sulla (sacro)santa evirazione dei preti è finito in edicola, qui.
chinaski77 alle ore 17:25 | link |

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Ristorantopoli su anobii
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