Chiusura natalizia
abbiamo vinto i mondiali di calcio. Nel 1986 avevo nove anni e speravo che l’Italia venisse eliminata, così i miei amici potevano staccarsi dal televisore e venire a giocare. Nel 1990 ho capito di non essere il protagonista di questa vita. Nel 1994 tifavo contro. Nel 1998 ero già abituato a perdere e mi è sembrato tutto molto ovvio, del 2002 non parlo, fino al momento in cui è successo quello che è successo. È stato bello, forse perché ubriaco.
Dopo otto anni di ore trascorse sul divano con il libro aperto sulla pancia e la matita nella mano destra e gli occhi puntati sulle parole stampate aspettando invano che avvenisse il miracolo della memorizzazione; dopo un’interruzione di un anno per il servizio civile per l’incapacità di tollerare contemporaneamente troppe inutili brutture; dopo insulti di vario genere (sei una merda, sei una testa di merda, sei una stupida testa di merda) da parte di genitori disgustati e sempre più confusi (quanti esami ti mancano, adesso? Cinque. Ma non erano cinque due esami fa? E mezzo); dopo esser diventato l’emblema della procrastinazione e dell’irrealizzabilità di qualsiasi cosa. Ecco. Ho finito gli esami. Magari mi laureo persino.
È morta la ragazza della siepe, Dio buono. Negli ultimi due anni non le ho scritto nemmeno un sms perché pensavo c’è tempo. Sapevo che sarebbe morta nel modo più assurdo possibile, e lo ha fatto. Al suo funerale ho bevuto due negroni e mi sono detto quello che si dicono tutti, qualsiasi cosa facciano, ovvero che lei avrebbe voluto così. Manipolare la volontà di un morto fa parte del rito sacro, suppongo, ma, a scanso di equivoci, al mio funerale io voglio che cinque o sei camerieri girino per la chiesa servendo da bere. E voglio che la gente pianga. E voglio che la mia salma non sia nella bara ma fuori, seduta in prima fila, a godersi la festa.
Alcune persone sono uscite dalla mia vita con una rapidità imprevista, mi sono stati tutti intorno, quelli rimasti, con imprevedibile affetto, in particolare il Peggiore, che mi ha dato una pacca sulla spalla, e Scopa, che mi ha prestato la sua playstation e mi ha rimpinzato di alcol e cibo. Dovrei citare anche il grande Pooka, credo, perché mi ha picchiato un po’ meno del previsto. Non citerò il Bortecca, in ogni caso.
Infine, ed è la cosa più importante, Emanuela. Per quanto questo sia il mio blog-diario dove parlo esclusivamente di me stesso anche quando sembra che stia parlando d’altro, sono un po’ restio a divulgare con precisione gli affari significativi della mia vita privata. Ma visto che si chiude per il santo Natale e visto che mi dispiacerebbe molto non lasciare un segno qui, per quando sarò vecchio, vi basti questo, cioè quello che ho già scritto.
Il resto, se non muoio, è il nostro futuro.
Il Cruci-Verbo
Prima di festeggiare il Natale, pensateci bene.
Misantropologia
Ma per l’uomo comune e mortale è differente, a meno che il senso del cristianesimo sia proprio questo, e cioè che siamo tutti dei minuscoli Gesù Cristo messi al mondo al fine di sacrificarci l’uno per l’altro, anche se, a rigor di logica, in questo caso non mi riesce di capire chi sarebbe il Genere umano, che poi era quello da salvare, se non sbaglio, quello per cui Gesù Cristo è morto.
L’unicità di Gesù, poi, dovrebbe farci venire un sospetto: l’eroe, per definizione, è un individuo. L’eroe non è mai un popolo e non è mai una specie, quindi non capisco per quale motivo dovremmo considerarci i protagonisti di questa storia. Immaginiamo, piuttosto, che ci sia un mondo, un aldilà, fatto di un intero popolo di Gesù Cristo tutti più o meno uguali, tutti più o meno con la barba lunga e gli stessi superpoteri, e che un Gesù Cristo in particolare – l’eroe – si sia distinto attraversando una foresta o un deserto per venire nel mondo dei barbari carnivori (saremmo noi) per sconfiggerci (come in ogni aldilà che si rispetti, anche in questo aldilà tutto funziona un po’ al contrario, per cui l’odio è amore, e viceversa, e inferire un colpo significa porgere l’altra guancia. Vince il primo che perde, ovvero che le prende e muore. Tanto poi risorge sempre).
Dio, in tutto questo, non c’entra nulla. Dio sembra essere anche questa volta la spiegazione più facile per ogni spiegazione che manca. È una specie di collante filosofico, se vogliamo. Che cosa c’era prima dell’uovo cosmico? Dio. Abbiamo scoperto che prima dell’uovo cosmico c’era un triangolo (cosmico). Ah, sì? Allora è quello Dio. Uhm, guarda. Prima del triangolo c’era un pulsante con scritto “da qui comincia tutto”. E sempre sia lodato.
A parte la sempiterna antinomia onniscienza divina/responsabilità umana (Dio crea il genere umano sapendo che dovrà cacciarlo dal paradiso, che dovrà mandare suo figlio a redimerlo, che il figlio verrà torturato e ucciso. Lo crea, lo manda, lo uccidono. Si arrabbia), quello che veramente mi sembra di notare è una certa indifferenza. Dio non si è arrabbiato e non è contento: semplicemente, non ha battuto ciglio, che è esattamente il tipo di reazione che mi aspetterei da un concetto.
E così, mentre nel paese dei Cristi l’eroico Gesù faceva baldoria raccontando le sue gesta, noi siamo rimasti soli, come già eravamo, ma con la consapevolezza di esserlo (è quello Dio!).
Il problema sta nel nostro egocentrismo, la cui naturale scaturigine è il pensiero. Un divano, probabilmente, non si tiene in particolare considerazione, e non ha un Dio-divano che ha mandato un Gesù-divano per salvare tutti i divani del mondo: sta lì e basta, godendosi beatamente il suo essere materia. Lo stesso vale soprattutto per gli animali, che si mordono a vicenda senza farsi troppi problemi (la suprema legge di Natura). L’uomo, invece, con tutte queste arie metafisiche che si dà, si ritrova ad essere meno libero di un animale ma più infelice di un divano.
Infine bisogna considerare che la portata rivoluzionaria di ama il prossimo tuo come te stesso risiede, sostanzialmente, nella sua irrealizzabilità: se Gesù avesse detto ammetti di esserti sbagliato, di tanto in tanto (o baciati il gomito), l’effetto sarebbe stato il medesimo, ed è un peccato che non ci abbia dato alcun esempio del genere, perché sarebbe stato grandemente efficace:
13:13 Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono.
13:14 Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.
13:15 Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.
13:16 In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato.
13:17 Se capirete ques… no, aspettate. Cos’ho detto?”
13:18 E allora Paolo: “Che il servo non è maggiore del suo signore”.
13:19 E Gesù: “No, questo va bene. Dopo.”
13:20 “Ehm… che il messaggero non è maggiore di colui…”, disse Paolo.
13:21 Allora Gesù: “ah, ecco! No, questo è sbagliato. Il messaggero è maggiore, volevo dire”:
13:22 Gli apostoli si guardarono l’un altro, perplessi e in forte imbarazzo. Gesù, allora, grattandosi la nuca disse: “Va beh, dai. Non mi posso ricordare tutto”, ma visto che nessuno parlava più e alcuni scuotevano il capo, disse: “Ehi, guardate qui! Lo sapete fare questo?”.
13:23 E si baciò il gomito.