La transizione irrappresentabile
Per dire.
Hannah Arendt detestava il principio della rappresentanza politica. Sapevo anche perché, ma temo di averlo dimenticato per fare spazio a un’informazione più importante, tipo che avete un parlamentare transessuale. Il che mi sembra giusto, visto che nel vostro paese avete una (oligarchia mascherata da) democrazia rappresentativa. Ora potrei dire qualcosa di tremendamente scorretto, ad esempio che, secondo lo stesso principio, in parlamento dovrebbe esserci anche un coprofago. È illegale mangiare la cacca? Non credo. È una malattia? Ah, discriminazione! È un modo di essere? Può darsi.
Comunque uno che mangia la cacca percepisce se stesso come uno che mangia la cacca (ma in fondo nessuno voleva negare il dato di fatto. Il punto era capire se mangiare la cacca ha diritto di rappresentanza in parlamento), ma questo non significa che gli si debba concedere un bagno tutto suo (ho sbagliato esempio) o che possa andare al ristorante e mangiare la cacca mentre tutti gli altri stanno mangiando insalata (questo è l’esempio giusto). Per non parlare del fatto che, per un coprofago, andare al bagno e andare al ristorante potrebbero essere la stessa cosa.
Sto cercando di insinuare l’idea che la transessualità, pur non avendo quasi niente a che fare con la cacca, è un fatto sostanzialmente privato. Mi spiego meglio: tutti sanno che io ho il pene, ma non vengo eletto per il fatto di averlo. E se anche venissi eletto per altri motivi (le mie idee, diciamo), non mi sognerei mai di approfittarne per condurre una lotta a favore dei diritti di tutti quelli che, come me, hanno il pene.
Ora, supponiamo che un parlamentare transessuale debba usare il bagno. Esteriormente esso (ella) è un uomo, ma psichicamente è una donna. Che bagno deve usare? Prima di rispondere, prendiamo l’esempio di un minorato mentale. Egli, esteriormente, è un uomo. Ma psichicamente è un disabile e, magari, si crede un cavallo. Che bagno deve usare? I disabili non lo vogliono perché, salta all’occhio, è un uomo normale. Ma gli uomini normali non lo vogliono perché fa la pipì nel lavandino. E non ci sono bagni per cavalli.
L’idea, tornando alla transessuale, sarebbe di farle usare il bagno delle donne e di spostare le donne in un bagno per non-transessuali, lasciando gli uomini dove stanno. Questo accontenterebbe tutti, credo, a patto che non ci siano minorati psichici o parlamentari coprofagi (in questo caso servirebbero altri bagni).
Eppure, se esteriormente essa è un uomo, e siccome la cacca è un fatto sostanzialmente esteriore, dovrebbe usare il bagno degli uomini. La pipì, poi, implica l’uso dell’organo genitale, quindi non ci sono dubbi. Ma se il transessuale volesse incipriarsi il naso, allora dovrebbe usare il bagno delle donne.
Ma non è ancora finita. Supponiamo che io vada in un locale pubblico e che desideri entrare nel bagno delle donne affermando di sentirmi una donna nonostante il pene. Basta la mia autocertificazione? Ma allora che succederebbe se io sostenessi di sentirmi, interiormente, un cane?
Certamente non possiamo chiedere al transessuale di mostrare una perizia psichiatrica e nemmeno possiamo pensare che basti mettersi un tailleur per dimostrare di essere una donna. L’ideale sarebbe attenersi all’aspetto fisico e chiedere, a questo punto, di mostrare i genitali a tutti quelli che entrano in bagno (che non sarebbe un brutto lavoro, tra l’altro).
A carnevale molti ragazzi amano vestirsi da donna, ma i transessuali potrebbero volersi vestire da uomo e questo non farebbe ridere ma li porterebbe a un’ulteriore discriminazione in quanto verrebbero considerati burberi asociali che non vogliono vestirsi affatto. Inoltre, il giorno dopo, il telegiornale riporterebbe la notizia di un transessuale (travestito da uomo) al quale è stato negato l’accesso a una festa in maschera.
L’ultimo aspetto che prendo in considerazione è quello della situazione storica. Il transessuale deve combattere per difendere i propri diritti di transessuale e, lo sappiamo, potrebbe impiegare una vita. Una volta raggiunto questo obiettivo, dovrebbe ricominciare a lottare per vedersi garantiti i diritti concessi a una qualsiasi altra donna e, da lì, lottare per ottenere la parità, ovvero per essere considerata alla stregua di un uomo. Il che, se ho fatto bene i conti, porterebbe i transessuali, tra un paio di secoli, a desiderare di poter usufruire del bagno dei maschi, cosa che gli è attualmente concessa e che, dunque, consiste precisamente nella più elegante soluzione del problema.
Automedicazione di un acufene
Quello che mi interessa, in ogni caso, non è soltanto lasciare una prova scritta che suggerisca la responsabilità di una mia eventuale (certa) ed inspiegabile (Pooka) morte improvvisa, ma fare alcune considerazioni di carattere generale su questo disturbo e, se possibile, aiutare chi ne soffre a capire se ne soffre davvero o se, come spesso accade, basterebbe aggiustare il compressore del freezer.
Tizio con acufene oggettivo: aspetta!
Tizio: cosa?
Acufene: lo senti anche tu?
Tizio: intendi il sibilo? Certo.
Acufene: Oh, grazie a Dio! Mi stavo preoccupando. Dicevi?
Tizio: dicevo che…
Acufene si accascia. Morto.)
Lasciamo stare per un momento la pallina di sangue che ho nella testa. Potrebbe anche rotolare più giù, non è vero? Non è questo che fanno le palline? Rotolano. Quindi c’è sempre la possibilità che un giorno me la ritrovi in un piede, oppure, se fossi proprio fortunato, potrei ritrovarmela nell’intestino e da lì, sapete, non c’è ritorno (sarebbe comunque socialmente deleterio avere un acufene oggettivo nel retto). In ogni caso, però, il problema è che l’acufene riduce sensibilmente la qualità della vita e viene considerato un disturbo abbastanza invalidante perché può causare depressione e generare forte ansia, stati d’animo che possono peggiorare il disturbo stesso, facendo così precipitare il soggetto in una sorta di circolo vizioso. É quindi necessario per chi ne soffre andare a farsi vedere da uno specialista il più presto possibile (yawn).
Io, però, funziono in modo un po’ diverso. Innanzitutto ho pensato che se l’acufene è un sintomo, non posso pensare di cavarmela andando dal medico e dicendogli “ho un acufene, me lo togli?”. Cioè, non funziona così. Funziona che il medico cerca di scoprire perché ho l’acufene e, per quanto ne so, alla fine lo scopre. E un sintomo non è mai peggiore del malanno che lo provoca e siccome non stiamo propriamente parlando di un ginocchio o di un piede e molti siti usano il termine chirurgia, ecco, per me il tutto si traduce nella concreta possibilità che qualcuno, prima o poi, proponga di aprirmi la testa, il che ha pochissime probabilità di essere una cosa buona.
In secondo luogo, non sono il tipo che si deprime o che si fa prendere dall’ansia. Sono più il tipo che cerca di ignorare il problema a oltranza.
Chinaski: ah, bene.
Medico: aspetti a dirlo. Per caso sente un ronzio o un fischio all’orecchio?
Chinaski: bah, sì, forse…
Medico: non so come dirglielo, signor Chinaski.
Chinaski: ha visto la partita, ieri sera?
Medico: lei ha una pallina nel cranio.
Chinaski: ora siamo a tre punti dalla… una pallina, ha detto?
Medico: sì.
Chinaski: sembra una cosa simpatica.
Medico: è un tumore, signor Chinaski.
Chinaski: benigno? (si sporge e alza il braccio come per battere il cinque)
Medico (senza battere il cinque): no.
Chinaski (tornando a sedere): va beh.
Medico: mi dispiace.
Chinaski (con rinnovato entusiasmo): vedrà che troveremo un modo!
Medico: è incurabile.
Chinaski: ma venderemo cara la pelle, giusto?
Medico: non direi. Le rimangono più o meno (guarda l’orologio)…
Chinaski: allora sfrutterò al meglio questi ultimi mesi. Voglio fare tutte le cose che non ho mai…
Medico: …venti secondi.
Chinaski: …
Medico: …
Chinaski: posso bestemmiare?
Medico: presto!