Scroto apotropaico
Esiste davvero una relazione tra l’ambulanza che passa e la mia morte?
Ovviamente sì, se sono a bordo. E sì anche nel caso che io, pur non essendo a bordo, la stia aspettando. Oppure nel caso che io non sia a bordo e non la stia aspettando ma che stia invece attraversando la strada, con gli auricolari e la musica molto alta, proprio nel momento in cui l’ambulanza sbuca dalla curva a centotrenta.
Ma esiste davvero una relazione tra l’ambulanza, la mia morte e il fatto che mi tocchi più o meno lo scroto?
Questo è il punto.
Siccome spesso elaboriamo un’immagine di noi stessi che ci piace e poi trascorriamo gran parte della vita nel disperato tentativo d’incarnarla, e visto che io desidero ardentemente essere un ateo materialista pur essendo profondamente convinto che Dio, in realtà, esista e che trascorra gran parte della sua giornata con un grosso fucile sparainconvenienti puntato sulla mia testa (non per autocommiserazione, ma per un discorso di responsabilità oggettiva), ho pensato bene di trovare un compromesso e di dare alla mia superstizione un fondamento naturale, ovvero psicologico.
A mio modo di vedere, dunque, pur non esistendo nessuna relazione immediata tra l’ambulanza, la mia morte e il fatto che mi tocchi lo scroto (a meno che io non stia guidando l’ambulanza), la mia mente potrebbe comunque farmi credere che una relazione esista, magari facendomi capitare - se non adempio il rito scaramantico - qualcosa di orrendo.
Ecco, dunque, la relazione indiretta:
Mente: ehi, un’ambulanza!
Chinaski: va beh.
Mente: una toccatina sola. Non si sa mai.
Chinaski: che idiozie.
Mente (stizzita): come vuoi.
Mente: tsk tsk… che imperdonabile distrazione.
Chinaski (in fin di vita): …
Mente: dai, su. Magari ti salvi.
Spaziale: quel maglione era sul sedile posteriore della macchina quando hai avuto un incidente automobilistico.
Esistenziale: quel maglione era nell’armadio quando hai avuto un incidente automobilistico
Una volta che si toglie il maglione dall’armadio, è difficile capire cosa farne. L’ideale sarebbe provare a metterlo in un cassetto e vedere se continua a portare sfortuna, ma chi ha voglia di fare tanti incidenti per una simile sciocchezza? E a che ti serve un maglione se non hai più le braccia? È molto più semplice dargli fuoco. Se dopo avergli dato fuoco hai un altro incidente automobilistico, forse avresti fatto meglio a tenerlo. Oppure dargli fuoco era il modo sbagliato di eliminarlo.
La degenerazione è inarrestabile e quando ti accorgi che non leggi un libro che hai pagato venti euro, soltanto perché il suo codice isbn corrisponde al numero di cellulare di quel tuo amico che ti ha regalato il maglione che indossavi il giorno in cui hai quasi avuto un incidente automobilistico, capisci che è il momento di intervenire.
I modi per combattere un meccanismo psicologico sono innumerevoli e falliscono tutti. Io ho provato ad assecondarlo, a scendere a patti, a resistere, a forzare. Poi, un giorno, dopo aver letto una battuta di spirito di Umberto Eco, ho capito.
Chinaski: embè?
Mente: dai, toccati.
Chinaski: no!
Mente: no? Come osi?!
Chinaski: mi spiace, ma la scaramanzia porta sfortuna.
Mente: …
Chinaski: …
Mente: direi che mi hai proprio fregato, stavolta.
Chinaski: beh…
Mente: una trovata molto astuta, complimenti.
Chinaski: grazie, grazie.
Zimbello dentro
Non sempre, però, riesco a non dare nell’occhio e a non farmi riconoscere praticamente subito. Basti considerare il fatto che sono maldestro e che lo sono sia perché, come ho detto tempo fa, ho una percezione distorta del mio corpo nello spazio, sia per un motivo prettamente psicologico, ovvero che il mio cervello rende benissimo fino al primo errore, ma se commette il primo errore cede di schianto e infila, per sconforto, una serie negativa di piccoli incidenti auto-mortificanti.
Per fare un esempio, tempo fa, al supermercato, è andato tutto bene fino al momento che sono arrivato in cassa, dove, per colpa di una donna ostile, si è svolta la seguente situazione:
Cassiera: umpf.
Chinaski: mi dai una borsa?
La cassiera borbotta qualcosa di incomprensibile. Chinaski capisce “una borsa?” e risponde di conseguenza.
Chinaski: sì, una.
La cassiera lo guarda come Chinaski guarderebbe la cassiera se non avesse bisogno di lei per uscire dal supermercato con la spesa.
Cassiera: ho detto se ha la nostra tessera.
Chinaski: ah. No.
La cassiera gli dà la borsa. A questo punto, il cervello di Chinaski si sente umiliato per quell’errore di comprensione. Comincia un fitto dialogo tra i due.
Cervello di Chinaski: è finita.
Chinaski (infilando la spesa nella borsa): ma dai! Per così poco…
Cervello: sono un fallito. Non capisco le parole.
Chinaski: ha parlato a bassa voce.
Cervello: un tempo l’avrei capito. Era facile.
Cassiera: sono 32 euro e 15 centesimi.
Cervello: occhio che devi pagare.
Chinaski (sempre impegnato con la spesa): sì, vado. Quanto ha detto?
Cervello: boh. Ventidue euro e qualcosa.
Chinaski porge una banconota da venti e una da cinque. Sorride.
Cervello: aspetta, forse era…
Cassiera: No. Sono trentadue e…
Chinaski: cosa?
Cervello: sono un fallimento.
Chinaski: non parlavo con te.
Cassiera: …quindici centesimi.
Cervello: dai quindici centesimi alla troia.
Chinaski, confuso, dà alla cassiera altri venti euro.
Cassiera: non ha quindici centesimi?
Cervello: non darglieli!
Chinaski: ehm. No.
Dal portafogli gli cade una manciata di monetine da cinque e dieci centesimi. La cassiera ne raccoglie un paio e scuote la testa come a dire, testualmente, che stronzo.
Cervello: sempre peggio. Ora ti odia.
Chinaski: andiamocene via.
Cervello: prendi lo scontrino, almeno.
Chinaski prende lo scontrino e abbandona la cassa. Si sente già meglio, arriva fino agli ascensori.
Cervello: l’hai presa tu, la spesa?
Chinaski: ma porca…
Cassiera (correndo verso Chinaski con la spesa): signore!!!
Cervello: oddio, che figura. Sento che sto per farmela addosso. Ti ha chiamato signore? Te l’avevo detto di farti la barba. Che giornata terrib…
Chinaski: per l’amor di Dio, zitto! Ehm, grazie, grazie.
La cassiera porge la spesa. Chinaski la prende e poi entra in ascensore, pestando un piede a una signora.
Le porte dell’ascensore si chiudono.
Questo sistema riesce a sedare il mio cervello, che ultimamente ha imparato a mantenere la calma in ogni momento. È possibile dunque rivedere la situazione precedente, come andrebbe oggi, tenendo conto che gli errori, per quanto esposti in sequenza, sono da considerarsi isolati.
Cassiera: umpf.
Chinaski: mi dai una borsa?
Cassiera (a bassa voce): ha la nostra tessera?
Chinaski: sì, una.
Cassiera: ho detto se ha la nostra tessera.
Chinaski: ho capito. Sì, ne ho una.
Cassiera: me la dà, allora?
Chinaski: no. Oggi ho deciso di non usarla.
Chinaski porge venticinque euro.
Cassiera: ho detto trentadue e…
Chinaski: sì, avevo capito. Ma ho soltanto questi.
Cassiera: allora deve lasciare qualcosa.
Chinaski: sì.
Chinaski lascia parte della spesa. Poi se ne va, sorridente.
Chinaski (impassibile): cosa?
Cassiera: pant… pant… la sua spesa. L’ha dimenticata.
Chinaski: ah, no. Non la voglio più.
Cassiera: ma l’ha pagata.
Chinaski: sono ricco. La regali ai clienti più bisognosi.
Signora: ahi!
Chinaski: così impari, puttana.