venerdì, 19 maggio 2006

Atti idonei a provocare la morte di un paziente

È sempre un piacere andare dal mio medico, per due motivi molto precisi:

a) prima di tutto, è un medico gentile.
Come saprete, i medici si suddividono in due grandi Tipi: gentili e insofferenti. I medici gentili sono anche premurosi, ti fanno parlare e prendono in considerazione l’ipotesi che tu conosca meglio di qualsiasi gelido stetoscopio il disagio che hai dentro; i medici insofferenti, invece, pensano sostanzialmente che tu sia un cretino e ti vedono soltanto come la struttura deambulatoria di un potenziale virus.

b) è un medico ottimista, e i medici ottimisti non stanno mai lì a pensare che tu possa realmente, che so, morire. Perché si preoccupino sul serio devi mostrargli un neo a forma di teschio sul prepuzio oppure presentarti con un organo interno in un sacchetto di plastica, poggiarlo sulla scrivania e dirgli “mi è caduto”. I medici ottimisti, poi, hanno un rigido sistema difensivo che li preserva dal benché minimo cruccio, un sistema consistente in tre prove durissime che il paziente deve affrontare e superare con agio, se vuole raggiungere l’ultimo livello e incontrare il mostro finale, ovvero il medico ottimista preoccupato.
La prima consiste nel rispondere correttamente a una serie di circa 10 domande. In caso di errore, il medico minimizza e prescrive una confezione di mollica di pane.

Es.1

Chinaski: dottore, mi fa male il fianco destro.
Dottore: tanto?
Chinaski: beh…

Tentennamento. Prova fallita.

Es.2

Chinaski: dottore, mi fa male il fianco destro.
Dottore: tanto?
Chinaski: sì.
Dottore: da quanto tempo?
Chinaski: qualche giorno.

Risposta insufficiente. Prova fallita.

Es.3

Chinaski: dottore, mi fa male il fianco destro.
Dottore: tanto?
Chinaski: sì.
Dottore: da quanto tempo?
Chinaski: otto mesi.
Dottore: tossisci?
Chinaski: sangue.
Dottore: il male cessa se cambi posizione?
Chinaski: aumenta.
Dottore: quando dormi, lo senti?
Chinaski: io non dormo, dottore. Svengo.
Dottore: hai qualche altro sintomo?
Chinaski: le mie feci profumano d’incenso.

Musichetta, livello successivo.

La seconda prova consiste in una vera e propria visita medica. Il medico ottimista, tuttavia, non ti fa spogliare: si limita a sollevarti lembi di vestiario e a punzecchiarti con un dito freddo.

Es.1

Dottore: fa male qui?
Chinaski: provi anche di là, così capisco la differenza.
Dottore: sei guarito.

Es.2

Dottore: fa male se tocco qui?
Chinaski: sì.
Dottore: ah ah… era un altro punto! Vai a casa, su.

Es.3

Dottore: fa male qui?
Chinaski: dove?
Dottore: qui.
Chinaski: non sento.
Dottore (tirando un cazzotto nel costato che produce rumore di Cipster): E QUI???
Chinaski: sente anche lei questa puzza di zolfo?

Musichetta, terzo livello.

Dottore: forse devo farti fare decine di esami dove ti infileranno dolorosi grossi tubi in piccoli fori irritabili e aghi infetti bucheranno le tue carni sensibili aspirando più litri di sangue di quanti tu possa recuperarne e dandoti, probabilmente, pessime notizie. Ti sta bene o preferisci la mollica di pane?

Rullo di tamburi

Chinaski: beh, forse…

Eliminato!


Nessuno raggiunge mai il medico ottimista preoccupato. Nessuno che possa raccontarlo, almeno.
Tuttavia, tranne quando la tua vita è alle strette, l’atteggiamento del medico ottimista ti aiuta a vivere gli acciacchi in maniera rilassata.

Il medico insofferente, invece, è alla costante ricerca di un morbo che possa prendere il suo nome o quello della sua fidanzata e giudica ogni piccolo malanno con scrupolo, nella speranza che sia la punta di un iceberg-noma. Un simile atteggiamento, come potete immaginare, può risultare, per certi soggetti, vagamente ansiogeno.

Chinaski: salve, dottore. Ho una forte tonsillite.
Dottore: ah, bene: anche lei è medico.
Chinaski: beh, no… però so riconoscere una…
Dottore: mi faccia uno schema chimico del tessuto linfoide, per favore.
Chinaski: ok. Giusto. Mi visita, per favore?

Il medico studia approfonditamente la gola di Chinaski. Ogni tanto dice “questo non mi piace neanche un po’”, va alla scrivania e annota qualcosa. Infine torna a sedersi, corrucciato.

Chinaski: dunque?
Dottore:  sembra una comune tonsillite.
Chinaski (sollevato): ah, molto bene.
Dottore (irritato): però…
Chinaski: cosa?
Dottore: non vorrei illuder… ehm… preoccuparmi, signor Chinaski, però abbiam… c’è una possibilità che si tratti della sindrome HDMW.
Chinaski: ovvero?
Dottore: è un acronimo… dunque… un acronimo è quando…
Chinaski: dottore, la prego.
Dottore: Sindrome di Horribledeadmanwalking.
Chinaski: mai sentita.
Dottore: non esiste ancora, infatti. È un mio progetto. Le piace il nome?
Chinaski: molto.
Dottore: ora le faccio questo tampone. Torni tra una settimana. Se la pelle è arrossata, bene. Se invece è normale…
Chinaski: ho la HDMW?
Dottore: no, è una comune tonsillite.


chinaski77 alle ore 14:40 | link |
lunedì, 15 maggio 2006

Campionato Tim

Mail di Smeriglia (juventino) al sottoscritto (juventino)

Oggetto: non resisto

(da cantare) serie bi, serie bi, serie biii. serie bi, serie bi, serie 
biii-hi. serie bi, serie bi, seri biii. serie bi-hiii, se-rie-bi!

Ieri la Juve ha vinto il suo 27° scudetto, conquistando così anche la qualificazione diretta per la Mitropa Cup, vincendo per 2-0 una partita giocata in un clima surreale (gli avversari avrebbero potuto vincere).
Dubbi sono stati comunque avanzati sul portiere della Reggina, reo di aver cercato di fermare le conclusioni dei giocatori bianconeri servendosi esclusivamente della telecinesi. Sembra che un suo difensore, dopo che l’imbarazzante tiro di Del Piero (così lento che, a parte essere il primo caso di perdita di tempo mediante gioco offensivo attivo, durante il suo tragitto ha causato i malumori e i fischi del pubblico) aveva esalato l’ultimo respiro in fondo alla rete, gli abbia detto “uè, guarda che mo’ ti puoi buttare”, sentendosi però rispondere “ho fatto un’opera d’arte”. Insomma, il “sistema” è talmente ben collaudato che funziona anche da solo, quando non c’è più nessuno a trarne beneficio (a parte la Juventus, ovviamente, che è in testa al campionato dal 1994).

Molti sostengono che il calcio sia degenerato nel momento in cui le società sono entrate in borsa, anche se nessuno ha mai capito quale relazione vi fosse tra gli eventi sportivi e i movimenti dei titoli (se una squadra perdeva, il titolo segnava un rialzo dello 0.8%. Se vinceva, rialzo dello 0.4%. Se vinceva 3-1, ribasso dello 0.5%. Se il presidente si dimetteva, prima ribasso ma poi rialzo, o viceversa in caso di cielo coperto. I giocatori erano perciò terrorizzati dall’idea di commettere il benché minimo errore: quando Cannavaro ha parcheggiato per distrazione nel posto-macchina di Emerson, il titolo è crollato di 4 punti. Quando Cannavaro si è accorto dello sbaglio e ha inserito la retromarcia per spostarsi, il titolo è precipitato di altri 6. Sembra che il giocatore sia rimasto fisso in quella posizione per giorni interi, onde evitare guai peggiori, mentre Moggi gli riempiva il bagaglio di ketchup ripetendo ossessivamente “non siamo interessati a Ronaldinho”). Comunque sia, gli interessi economici sono il vero ago della bilancia che determina la moralità degli esseri umani e delle loro azioni. A meno che non si voglia credere che soltanto Stranamore e il Wrestiling sono truccati a tavolino, mentre il resto del mondo si autoregola rispettando una solida morale interiore in vista di un Bene più grande, per sapere quanto un ambiente è a rischio di imbrogli e manipolazioni basta fare due conti. Da questi conti (che ometto per ovvie ragioni che ometto per non dilungarmi), e considerando che persino i vecchi dei bar si fanno i segni quando si giocano un bianco a briscola chiamata, l’unica possibilità di praticare uno sport pulito è fermare all’improvviso uno sconosciuto e chiedergli se ha voglia di farsi una mano a morra cinese.

Tornando però al caso particolare, sembra proprio che la Juventus verrà retrocessa in Serie B, o D, probabilmente con 10 punti di penalizzazione, squalifica del campo per 6 giornate e almeno un rigore contro per ogni partita, da battersi nel sottopassaggio, tra il primo e il secondo tempo (l’autore di questo blog, cioè io, fa (faccio) pubblica ammenda per il post del 16 febbraio, nel quale scriveva (egli) ironicamente (farabutto!): “E si potrebbe andare avanti all’infinito: in ogni partita dei torinesi ci sono diversi errori arbitrali abbastanza sospetti, tanto che, stilando una classifica purificata da certe manomissioni, la Juventus domenica prossima dovrebbe affrontare il Cervia, fuori casa.”).

La Juventus, tuttavia, non è l’unica squadra coinvolta. Anche Lazio e Fiorentina rischiano pesanti sanzioni: per equità, se la Juve venisse retrocessa all’ultimo posto, la Fiorentina dovrebbe finire addirittura al posto -4 (ovvero 4a in serie B, ovvero promossa in A. Quindi non rischia nulla). Non molto diversa la posizione della Lazio: in caso di illecito sportivo dovrebbe rinunciare alla qualificazione in Coppa Uefa e giocare uno spareggio con il Piacenza per andare in serie A (in caso di vittoria) o rimanere in serie A (in caso di sconfitta).

Nonostante, poi, il presidente non si sa più di cosa pretenda l’assegnazione di due Scudetti al Milan (questa volta la magistratura non sta sbagliando e la colpevolezza degli imputati è cristallina, si vede), anche il Milan si è fatto beccare con le mani nel sacco. I legali della società rossonera, però, hanno impostato la propria difesa sostenendo che loro hanno chiesto soltanto un paio di guardalinee (un po’ come quel gerarca nazista che si difese a Norimberga dicendo “ma io ho ammazzato solo un paio di persone!”). In poche parole, il discorso è questo: oltre al campionato regolare, vinto dalla Juve, c’era un campionato truccato. Siccome la Juve ha vinto pure questo, è evidente che tutti gli altri andrebbero assolti e soltanto i bianconeri puniti, perché:

a) aver perso il campionato (truccato) è già una punizione sufficiente e non è bello infierire;
b) se cerchi di commettere un reato e ti va male, sei innocente;
c) se invece di punire 6 squadre con 10 punti di penalizzazione ciascuna, ne punite una sola con 60, ci saranno più persone felici e meno persone infelici, anche se più infelici di quanto sarebbero state

A chi, inoltre, richiedeva le dimissioni del presidente di Lega Galliani, lo stesso Galliani ha risposto che, in tutta questa vicenda, lui parla soltanto da presidente del Milan, quindi non avrebbe nessun senso dimettersi.

Infine, ieri Luciano Moggi ha rilasciato una struggente dichiarazione che si concludeva con “mi difenderò dalle cose cattive dette e fatte”. Poco dopo, un portavoce della Juventus lo ha informato che è stato lui, secondo l’accusa, a dire e fare quelle cose. Per tutta risposta Moggi si è chiuso con il portavoce in uno stanzino e ha ingoiato la chiave.

P.S. aveva ragione mio padre, mi duole ammetterlo: è tutto organizzato, tutto controllato, tutto finto. Non solo il calcio, ho scoperto. Da un’intercettazione telefonica tra Moggi e il mio relatore, risulta che:

Intercettazione 1

Relatore: sì?
Moggi: ciao, sono Luciano.
Relatore: uè, ciao Luciano!
Moggi: ciao. Ascolta, mercoledì viene da te un certo Chinaski per farsi dare la tesi.
Relatore: sì. Chinaski, ce l’ho segnato qui.
Moggi: ecco… io mi sono fatto una tabella…
Relatore: vediamo se corrisponde con la mia…
Moggi: allora… a questo Chinaski gli dai una tesi su Heidegger.
Relatore: veramente io avevo messo Hegel.
Moggi: no, no… Hegel lo dai venerdì a una ragazza amica mia.
Relatore: ma poi tu ti ricordi di me?
Moggi: mi ricordo, mi ricordo…

Intercettazione 2

Moggi: pronto? Libreria universitaria?
Libreria: sì?
Moggi: sono Luciano.
Libreria: ah, ciao!
Moggi: senti, mi serve un dizionario di filosofia.
Libreria: va bene.
Moggi: rilegato, edizione 2006.
Libreria: va bene.

Intercettazione 3

Relatore: ciao, Piera.
Piera: ciao.
Relatore: allora, la settimana prossima mi arriva il dizionario.
Piera: ah, Madonna!
Relatore: eh eh…
Piera: che pidocchio.

Relatore: già.

chinaski77 alle ore 10:37 | link |
giovedì, 04 maggio 2006

Quando si dice analizzare

Secondo lo psicanalista-scacchista Reuben Fine i pedoni, tra i pezzi della scacchiera, simboleggiano i bambini, il re rappresenterebbe il padre e la torre il pene (Ernest Jones, dopo aver letto in anteprima il libro di Fine, commentò in una lettera: “mi chiedo, signore, se abbia mai preso in considerazione l’ipotesi che il cavallo rappresenti, che so, un cavallo”). Tutto il gioco sarebbe una messa in scena del complesso edipico dove si dà la caccia al padre-re per ucciderlo, liberando la madre, ovvero la regina.
Ovviamente gli errori marchiani di questa interpretazione non sfuggirono al giovane psicotico-scacchista Max Harley, il quale fece notare innanzitutto che la “madre” sarebbe in realtà un uomo, visto che, al momento dell’invenzione dei pezzi, quella che noi conosciamo come “regina” era in realtà il Gran Visir, cioè, per citare le parole di Harvey , “un negro con mezzo metro di uccello e la barba incolta”. In secondo luogo, non si capiva per quale motivo ciascun giocatore avrebbe dovuto difendere il proprio re, cioè il padre dell’altro, e non la propria regina-madre o il proprio cavallo-cane.
Un’altra interessante teoria di Fine consiste nell’idea che, durante la fase di calcolo, i propri pezzi rappresentino il pene e per questo non si può toccarli se non per fare la mossa, e se li si tocca senza volerli muovere bisogna dire “acconcio”. Questo sarebbe un chiaro riferimento alla masturbazione e al tipico incubo adolescenziale di essere sorpresi dalla propria madre o dal proprio padre (ma non necessariamente dalla propria sorella) intenti a trastullarsi l’arnese, nel qual caso l’unica via di uscita è avere la scusa pronta.
Anche in riferimento a tale ipotesi Jones fece un commento preciso, dicendo “prima di tutto i pezzi non possono rappresentare sia il pene che un bambino. Lo dico per la sua incolumità, mi creda. Inoltre, anche la teoria della “scusa pronta” non mi convince granché: un adolescente che viene sorpreso dal proprio genitore durante certe pratiche autoerotiche non se la cava dicendo semplicemente “acconcio”. Ha idea di come ci si masturba, signor Fine? Ma forse lei soffre di un’eiaculazione incredibilmente veloce.
Infine, mi scusi la pedanteria, ma se tutti i pezzi per lei rappresentano il pene e se il giocatore di scacchi, come si dice nel suo libro, è sostanzialmente omosessuale, la prossima volta che vengo a casa sua a giocare, se non le spiace, gradirei usare il mio set personale”.

Il riferimento di Jones alla sostanziale omosessualità del giocatore di scacchi sostenuta da Fine non è affatto campato in aria. Secondo lo psicanalista statunitense, infatti, la partita di scacchi potrebbe stare per una vicendevole masturbazione tra omosessuali psicotici (quest’ultima espressione sembrerà pleonastica a un omofobico, ndC):

“Il profuso simbolismo fallico degli scacchi offre una certa gratificazione a livello fantastico del desiderio omosessuale (in particolare di masturbazione reciproca), un desiderio totalmente represso, com’è ovvio.” (La Psicologia del giocatore di scacchi, R.Fine, Adelphi, pag. 46)

Questo, ne sono sicuro, darà una nuova luce alle partite tra il sottoscritto e il Peggiore, tra le altre cose (io e lui siamo due veri omofobici: quando ci siamo ritrovati soli per quattro giorni in una baita a 2000 metri di altezza, ci siamo ripromessi che, in caso di rapporti omosessuali, lui si sarebbe impiccato allo scaldabagno. Non ci fu nessun rapporto, credo, ma mi ritrovarono chiuso in un armadio con una telecamera e un coltello).
La teoria della repressione, comunque, è il nocciolo dello studio di Fine: gli scacchi permettono di sfogare in un campo fantastico la propria aggressività, la propria omosessualità, il proprio complesso edipico, garantendoci poi il controllo di questi impulsi nella vita di tutti i giorni con il massimo agio (fatta eccezione, ovviamente, per Buinov Borjchnik, il Maestro russo che uccise il proprio padre sodomizzandolo).

Tuttavia, ancora una volta le teorie di Fine non convincono. Lo stile di gioco di uno scacchista non può essere ridotto al binomio aggressivo-passivo, così come ciò che si può dire di un uomo non è soltanto se sia alto o basso. Differenze di personalità dovrebbero quindi tradursi in strategie del tutto eterogenee: si prenda il caso, ad esempio, di Richard Barry, Maestro Internazionale degli anni ’30, il cui padre si rovinò giocando tutti i risparmi alle corse di cavalli, per poi suicidarsi in una camera d’albergo di Los Angeles. Richard non superò mai il trauma e perse gran parte delle sue partite poiché sacrificava entrambi i cavalli prima della fine dell’apertura. Il suo ultimo incontro, prima del forzato ritiro, passò alla storia come uno dei più bizzarri mai visti: Barry fece 54 mosse consecutive di cavallo tra la decima e la sessantacinquesima, poi, arrivato nel finale di partita con soltanto un suo pedone e i due re sulla scacchiera, dovendo promuovere, alla domanda dell’arbitro “quale pezzo desidera, Mr. Barry?” rispose “penso che prenderò un cavallo, se non le dispiace”, terminando così l’incontro con una patta per materiale insufficiente.
Casi del genere, ad ogni modo, sono assolutamente rari e devono essere senz’altro trascurati: le applicazioni psicanalitiche al gioco degli scacchi andrebbero effettuate con grande prudenza, come ben dimostra il dialogo che avvenne tra il Maestro americano D. Keene e il suo analista, durante una partita giocata nello studio di quest’ultimo.

Alla dodicesima mossa, Keene può già guadagnare un pezzo

Keene: dottore, vuole rifare? Così perde il cavallo.
Analista: eh? Quello? Io ti sconsiglio di prenderlo, David, perché considerando il problema di tuo padre con le scommesse, rischieresti di…

Keene mangia il cavallo

Analista: ah, bene. Come preferisci, eh.
Keene: stia attento a quel pedone, adesso.
Analista: il pedone, certo. Credo che muoverò questo alfiere, piuttosto.
Keene: scusi, però mi sembra un errore grossolano.
Analista: grossolano? Dove vuoi arrivare, birichino?
Keene: non capisco cosa intende, mi scusi. Allora non vuole rifare neanche questa mossa?
Analista: niente affatto. Il tuo complesso edipico ti impedirà di prendere un pedone innocente e proprio con la regina che rappresenta la…

Keene mangia il pedone

Analista (trafelato): bene, bene… eh… che impazienza!

L’analista muove un cavallo, Keene fa una smorfia.

Analista: oh, lo so a cosa pensi. Ma tu hai un carattere aggressivo e sono sicuro che ora comincerai a difendere quella torre scoperta, David.

Keene mangia anche l’altro cavallo e commenta, senza distogliere lo sguardo dalla scacchiera:

Keene: la torre è tenuta dal mio alfiere, dottore…

L’analista guarda meglio e deglutisce rumorosamente. Poi si lascia andare a una risatina isterica.

Keene: mi sembra che abbia perso, dottore. Matto alla prossima.
Analista (irritato): stai sfogando tutta la tua omosessualità repressa, eh, David?
Keene (annoiato): non è quello che mi ha detto sua figlia, ieri sera, dottore.
Analista: Ah, sì? Sai che ti dico, il tuo rapporto nevrotico con la figura paterna si scarica in mosse interlocutorie che ti impediscono di organizzare un…
Keene: matto.
Analista (furibondo): TU SEI MATTO!
Keene: ok. Basta così. Ci vediamo la settimana prossima, dottore.

Keene lascia lo studio. Il medico lo rincorre e gli tira un pezzo degli scacchi. Keene si volta, minaccioso, il dottore finge di sistemare un quadro. Poi, una volta solo, va al computer e gioca contro Chessmaster. Il programma vince in 13 mosse e l’analista, accecato dalla rabbia, prende il monitor e lo scaglia a terra gridando:

Analista: “Stupido computer omosessuale!”


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