Holy Bobble
Non nel senso che avrei studiato di più, raggiungendo quindi il numero necessario di esami per conseguire la laurea, ma nel senso che, forse, il numero necessario di esami l’ho già raggiunto da un pezzo e mi sono dimenticato di dirmelo.
Comunque sia, ormai ho la necessaria competenza per esporre il miglior metodo di preparazione di un qualsiasi esame umanistico, tenendo a mente che l’unico obiettivo sensato per chi vuole laurearsi in cianfrusaglie intellettuali come “filosofia” o “letteratura italiana” è battere il record di Puzzle Bobble al bar dell’ateneo (783.500, ndC).
Non commettete l’errore di credere che l’esame più facile (Pedagogia generale) possa essere preparato in un tempo più breve. Quando dico “tempo necessario” intendo che impiegherete sempre due mesi e mezzo. Precisi. E che arriverete sempre al giorno dell’esame con l’acqua alla gola. L’acqua alla gola è l’essenza del mio metodo, a dire il vero.
La prova sarà ancora più dura perché durante i giorni immediatamente precedenti all’esame verrà offerta la miglior programmazione televisiva di sempre (verranno sospese trasmissioni come Amici, i reality, le fiction e al loro posto andranno in onda:
martedì: champion’s league, semifinale, Real Madrid- vostra squadra del cuore (3-5, con maxi-rissa tra i giocatori del Real e invasione di campo di Bobby Fischer, nudo)
mercoledì: champion’s league, Voghera- squadra del cuore di un vostro amico (1-0 al novantesimo con autogol di mano, maxi-rissa tra il vostro amico, in tribuna, e Bobby Fischer. Nudo)
giovedì: in anteprima la 5a serie di Scrubs. A seguire, messaggio del papa a reti unificate: “Gesù non è mai esistito, ho le prove!”).
L’esame
Certo, se vi capita uno di quei professori che fanno mille piccolissime domande, aspettandosi persino le risposte, potreste venirvi a trovare in situazioni grottesche, dalle quali l’unica via di uscita è il vostro raziocinio privato:
Professore: allora, cominciamo prima con qualche coordinata storica.
Chinaski: …
Professore: di che periodo è Aristotele?
Chinaski: beh… ecco…
Professore: …
Chinaski: sicuramente prima di Cristo.
Professore (disorientato): ehm… sì.
Chinaski: sicuramente dopo il VI secolo avanti Cristo.
Professore (disgustato): e sì!
Chinaski (come scegliendo un piatto al ristorante): quindi direi… II secolo avanti Cristo!
Professore (sobbalzando sulla sedia): ma siamo matti?
Chinaski (fraintendendo): dicevamo… Aristotele sosteneva che…
Professore: MA ALLORA!
Chinaski: cosa?
Professore: DI CHE PERIODO E’ ARISTOTELE?
Chinaski (confuso): ho sbagliato?
Professore: SI’!!!
Chinaski: lei ha detto ‘andiamo avanti’…
Professore: HO DETTO ‘ SIAMO MATTI!!! ‘SIAMO MATTI’, PER DIO!
Chinaski: ah. Mi scusi. Allora sarà del IV secolo.
Professore (lasciandosi cadere sullo schienale e sollevando dei fogli di carta in segno di stizza): e va beh, ormai…

Il professore matto
Se consultate il mio precedente scritto Cento lavori che anche una scimmia saprebbe fare noterete che questa professione, a causa della sua risaputa interpretabilità, occupa una posizione intermedia in una qualsiasi scala arbitraria.
Tendenzialmente, tutti vorrebbero svolgerla come quel tale che in quel film saliva sui banchi e induceva gli studenti a suicidarsi: ovvero con passione, originalità e una solida retorica hollywoodiana all’insegna del “non pensare come ti dicono di pensare e non fare quello che ti dicono di fare” (il che, secondo Alfred Linz, è paradossale e porterebbe chi riceve il precetto a fare l’esatto contrario; egli proponeva dunque una modificazione della formula in “non pensare come ti dicono di pensare e non fare quello che ti dicono di fare, a cominciare da… ORA!”. Bruno Bettelheim derise le assurde idee di Linz e fece notare che, secondo una logica comune, il precetto si auto-annulla dopo il secondo ‘pensare’, vanificando qualsiasi ulteriore precisazione. Secondo lo psicologo tedesco l’unico modo per evitare il cortocircuito era intervenire all’inizio della frase e quindi propose “Non pensare, a meno che non venga pronunciata la parola Costantinopoli, come ti dicono di pensare”. Linz rispose sarcasticamente che le idee di Bettelheim spianerebbero la strada a un dittatore che voglia restaurare, per esempio, l’antico impero bizantino, per non parlare poi di tutti i tour-operator che cercano di venderti viaggi nel Bosforo. Bettelheim, paziente come al solito, acconsentì a un ritocco della sua formula, sostituendo l’inciso di Costantinopoli con una capriola. Ma quando Linz gli chiese di salire su un banco e provare a farne una, la discussione venne ufficialmente chiusa). Tuttavia, l’esperienza insegna che questo entusiasmo svanisce già durante il tirocinio, quando di botto ti ritorna alla mente che cosa significa avere sedici anni, andare al liceo ed essere convinti che il mondo non abbia mai conosciuto un cervello come il tuo (e, nel 95% dei casi, continuerà a farlo).
Ieri, ad esempio, mi sono imbattuto in una trasmissione televisiva dove un ragazzo si presentava ai suoi compagni di classe truccato da settantenne, in qualità di professore (Linz avrebbe notato che ‘starsene stravaccati sul divano con la bocca semiaperta e il telecomando infilato nella patta’ è tanto vicino al concetto di ‘imbattersi’ quanto ‘chiedere a una prostituta se bastano 10 euro’ lo è a quello di ‘curiosità’) e quelli lo deridevano a priori (anche se, lo devo ammettere, era effettivamente conciato da coglione), trovando il modo di sfotterlo anche durante un banale appello.
Questo mi ha fatto venire in mente che, nella mia classe al liceo, alcuni professori erano incapaci di mantenere l’ordine e di ottenere un minimo di rispetto, e che questo era direttamente associato al grado di preparazione che avevano (ma se davvero le cose stanno così, io sono fottuto).
Un’altra caratteristica che poteva determinare la sorte di un insegnante era la bontà del carattere. Essere malleabili, socievoli e disposti allo scherzo si traduce solitamente in un suicidio (altro che fottuto: mi mangiano vivo).
Ma forse non mi è consentito trarre conclusioni generali basandomi sulla mia esperienza diretta, perché noi eravamo sostanzialmente dei delinquenti (mai come i compagni del Peggiore, però, che andavano al bagno, cacavano in un foglio di carta e poi portavano in classe il maleodorante malloppo, nascondendolo in qualche zaino) e soltanto i professori totalitari potevano sperare di uscirne vivi.
Fatta eccezione, ovviamente, per il professor Biletti, il miglior insegnante di filosofia che io ricordi.
Biletti ci fece da supplente per un paio di mesi e da subito mostrò di avere una particolare dimestichezza con certe teorie psicologiche filo-nichiliste post-moderne.
Lo conobbi durante un intervallo, quando fece irruzione nei bagni del triennio e, di fronte a una decina di studenti avvolti da una coltre di fumo non proprio legalizzato, si accese un bel sigaro e rimase in silenzio per tutto il tempo. Potete immaginare la mia sorpresa quando me lo ritrovai, poco dopo, seduto alla cattedra con un dito nel naso.
“Stavamo studiando..."
“Non importa. Domani interrogo su Kant.”
“Ma non lo abbiamo ancora fatto, prof.”
“Presto, allora, vi resta soltanto un pomeriggio!"
Primo interrogato: “Eh?”
Professore: “Che voto si darebbe?”
Primo interrogato (confuso): “Ma… ecco… non saprei…”
Professore: “Su, su…”
Primo interrogato: “7?”
Professore: “Va bene. E lei?”
Secondo interrogato (meditabondo): “Uhm… 8?”
Professore: “Benissimo. Lei? Non mi dica 9, per favore.”
Terzo interrogato (incredulo): “8?”
Professore: “Ok. Andate al posto. Domani interroghiamo ancora. Studiate”
Durante la sua ora non volava una mosca e l’unico che provò a lamentarsi per l’abolizione del regime meritocratico subì un agguato durante l’ora di ginnastica, finendo quasi affogato in un canale di acqua marcia.
Quando Biletti se ne andò, andai a stringergli la mano, commosso. Lui mi fece l’occhiolino e disse: