mercoledì, 19 aprile 2006

Holy Bobble

Se solo non fossi così come sono, diciamo “distratto”, adesso magari sarei laureato.
Non nel senso che avrei studiato di più, raggiungendo quindi il numero necessario di esami per conseguire la laurea, ma nel senso che, forse, il numero necessario di esami l’ho già raggiunto da un pezzo e mi sono dimenticato di dirmelo.
Comunque sia, ormai ho la necessaria competenza per esporre il miglior metodo di preparazione di un qualsiasi esame umanistico, tenendo a mente che l’unico obiettivo sensato per chi vuole laurearsi in cianfrusaglie intellettuali come “filosofia” o “letteratura italiana” è battere il record di Puzzle Bobble al bar dell’ateneo (783.500, ndC).

Preparativi

Il tempo necessario alla preparazione di un esame è di circa due mesi e mezzo, a prescindere dalla difficoltà, lunghezza o dal grado di sonnolenza indotta. Tale stima è stata fatta prendendo l’esame più difficile, lungo e noioso che possa capitare a un umanista (Etruscologia comparata) e facendolo studiare a mia madre.
Non commettete l’errore di credere che l’esame più facile (Pedagogia generale) possa essere preparato in un tempo più breve. Quando dico “tempo necessario” intendo che impiegherete sempre due mesi e mezzo. Precisi. E che arriverete sempre al giorno dell’esame con l’acqua alla gola. L’acqua alla gola è l’essenza del mio metodo, a dire il vero.

A due mesi e mezzo dall’appello, cominciate a procurarvi il materiale per non frequentanti, anche se avete frequentato (e comunque non frequentate, per l’amor del cielo). I primi quindici giorni se ne vanno così, tra una biblioteca e una copisteria (a volte se ne vanno tutti i due mesi e mezzo, tra una biblioteca e una copisteria, tanto che recuperare tutto il materiale diventa l’esame stesso, tipo la fatica burocratica di Asterix, ma senza pozione) Quando avete tutto il materiale potete cominciare a studiare.

Prima fase

La prima fase è caratterizzata dalla ripetizione ossessiva della frase “c’è tempo”, seguita da una scrollata di spalle cerebrale. Studiare durante questo periodo è assolutamente inutile, dal momento che dimenticherete tutto in tre settimane e che, dopo tre settimane, non vi fiderete più nemmeno delle vostre sottolineature. Nonostante questo, è una fase assolutamente necessaria in quanto serve a far crescere in voi il senso di colpa (vero motore dell’anima) e a far abituare il cervello all’idea della fatica. Prendete i libri e metteteli in bella vista, ma sempre a circa sei metri dai punti nevralgici della vostra vita. A sei metri dal computer. A sei metri dalle chiavi della macchina. A sei metri dal water. Se non avete una casa tanto spaziosa, rigirateli sotto sopra o seppelliteli sotto qualche giornale, in modo da non distinguerne la copertina. Ogni cinque-sei giorni provate a studiare per quasi un’ora, constatate la vostra incapacità effettiva a sacrificare una così bella giornata e tornate alla beata incoscienza.

Seconda fase

La seconda fase, a circa un mese dall’esame, è quella fondamentale. Dura tre settimane e il vostro compito sarà quello di sottolineare tutte le frasi che cominciano per “dunque”. Ignorate invece le date, i nomi degli autori e dei libri, le parole straniere e le note. Dovete snellire il più possibile, poiché lo studio non deve togliere troppo tempo alla campagna acquisti di Championship manager. Ricordate, mentre sottolineate, che durante il rush finale non avrete più tempo per leggervi le parti bianche. Ricordate anche che non viene mai detta più di una cosa interessante per pagina. Appena la trovate, quindi, passate oltre. E intendevo dire “interessante per il professore”.

Terza fase

Il rush finale. Manca una settimana e questa volta non si scappa. So che è difficile sacrificare un’intera settimana della vostra vita (si parla di tre o quattro ore di studio al giorno), e non so darvi nessuna motivazione che possa convincervi a farlo, perché in effetti non esiste. Ma lo stesso si può dire della messa domenicale, andare a votare, parlare del tempo con la signora Gamboni, l’arte. Fatelo e basta, insomma.
La prova sarà ancora più dura perché durante i giorni immediatamente precedenti all’esame verrà offerta la miglior programmazione televisiva di sempre (verranno sospese trasmissioni come Amici, i reality, le fiction e al loro posto andranno in onda:

lunedì: diretta televisiva dei risultati elettorati, con il più avvincente testa a testa dai tempi di Ponzio Pilato.
martedì: champion’s league, semifinale, Real Madrid- vostra squadra del cuore (3-5, con maxi-rissa tra i giocatori del Real e invasione di campo di Bobby Fischer, nudo)
mercoledì: champion’s league, Voghera- squadra del cuore di un vostro amico (1-0 al novantesimo con autogol di mano, maxi-rissa tra il vostro amico, in tribuna, e Bobby Fischer. Nudo)
giovedì: in anteprima la 5a serie di Scrubs. A seguire, messaggio del papa a reti unificate: “Gesù non è mai esistito, ho le prove!”).


L’esame

Infine, l’esame. Al termine della vostra preparazione avrete nella vostra testa circa 10 minuti di informazioni. Si tratta di informazioni sparse, spesso inutili, ma voi dovete infilarle ogni volta che ne avete occasione. Non limitatevi a rispondere alle domande, cercate di parlare sempre, perché le domande sono vostre nemiche. L’esame ideale sarebbe quello dove il professore vi chiede “che programma porta lei?” e voi partite a razzo parlando della Repubblica di Platone per un quarto d’ora di fila. Anche se il corso è su Aristotele (conosco un tizio che ha passato sei esami riconducendo tutto a Platone. Anche Aristotele).

Certo, se vi capita uno di quei professori che fanno mille piccolissime domande, aspettandosi persino le risposte, potreste venirvi a trovare in situazioni grottesche, dalle quali l’unica via di uscita è il vostro raziocinio privato:

Chinaski: dunque, Aristotele sosteneva che…
Professore: allora, cominciamo prima con qualche coordinata storica.
Chinaski: …
Professore: di che periodo è Aristotele?
Chinaski: beh… ecco…
Professore: …
Chinaski: sicuramente prima di Cristo.
Professore (disorientato): ehm… sì.
Chinaski: sicuramente dopo il VI secolo avanti Cristo.
Professore (disgustato): e sì!
Chinaski (come scegliendo un piatto al ristorante): quindi direi… II secolo avanti Cristo!
Professore (sobbalzando sulla sedia): ma siamo matti?
Chinaski (fraintendendo): dicevamo… Aristotele sosteneva che…
Professore: MA ALLORA!
Chinaski: cosa?
Professore: DI CHE PERIODO E’ ARISTOTELE?
Chinaski (confuso): ho sbagliato?
Professore: SI’!!!
Chinaski: lei ha detto ‘andiamo avanti’…
Professore: HO DETTO ‘ SIAMO MATTI!!! ‘SIAMO MATTI’, PER DIO!
Chinaski: ah. Mi scusi. Allora sarà del IV secolo.
Professore (lasciandosi cadere sullo schienale e sollevando dei fogli di carta in segno di stizza): e va beh, ormai…

 

 

chinaski77 alle ore 16:27 | link |
martedì, 04 aprile 2006

Il professore matto

In effetti, credo che farò l’insegnante.
Se consultate il mio precedente scritto Cento lavori che anche una scimmia saprebbe fare noterete che questa professione, a causa della sua risaputa interpretabilità, occupa una posizione intermedia in una qualsiasi scala arbitraria.
Tendenzialmente, tutti vorrebbero svolgerla come quel tale che in quel film saliva sui banchi e induceva gli studenti a suicidarsi: ovvero con passione, originalità e una solida retorica hollywoodiana all’insegna del “non pensare come ti dicono di pensare e non fare quello che ti dicono di fare” (il che, secondo Alfred Linz, è paradossale e porterebbe chi riceve il precetto a fare l’esatto contrario; egli proponeva dunque una modificazione della formula in “non pensare come ti dicono di pensare e non fare quello che ti dicono di fare, a cominciare da… ORA!”. Bruno Bettelheim derise le assurde idee di Linz e fece notare che, secondo una logica comune, il precetto si auto-annulla dopo il secondo ‘pensare’, vanificando qualsiasi ulteriore precisazione. Secondo lo psicologo tedesco l’unico modo per evitare il cortocircuito era intervenire all’inizio della frase e quindi propose “Non pensare, a meno che non venga pronunciata la parola Costantinopoli, come ti dicono di pensare”. Linz rispose sarcasticamente che le idee di Bettelheim spianerebbero la strada a un dittatore che voglia restaurare, per esempio, l’antico impero bizantino, per non parlare poi di tutti i tour-operator che cercano di venderti viaggi nel Bosforo. Bettelheim, paziente come al solito, acconsentì a un ritocco della sua formula, sostituendo l’inciso di Costantinopoli con una capriola. Ma quando Linz gli chiese di salire su un banco e provare a farne una, la discussione venne ufficialmente chiusa). Tuttavia, l’esperienza insegna che questo entusiasmo svanisce già durante il tirocinio, quando di botto ti ritorna alla mente che cosa significa avere sedici anni, andare al liceo ed essere convinti che il mondo non abbia mai conosciuto un cervello come il tuo (e, nel 95% dei casi, continuerà a farlo).

Ieri, ad esempio, mi sono imbattuto in una trasmissione televisiva dove un ragazzo si presentava ai suoi compagni di classe truccato da settantenne, in qualità di professore (Linz avrebbe notato che ‘starsene stravaccati sul divano con la bocca semiaperta e il telecomando infilato nella patta’ è tanto vicino al concetto di ‘imbattersi’ quanto ‘chiedere a una prostituta se bastano 10 euro’ lo è a quello di ‘curiosità’) e quelli lo deridevano a priori (anche se, lo devo ammettere, era effettivamente conciato da coglione), trovando il modo di sfotterlo anche durante un banale appello.
Questo mi ha fatto venire in mente che, nella mia classe al liceo, alcuni professori erano incapaci di mantenere l’ordine e di ottenere un minimo di rispetto, e che questo era direttamente associato al grado di preparazione che avevano (ma se davvero le cose stanno così, io sono fottuto).
Un’altra caratteristica che poteva determinare la sorte di un insegnante era la bontà del carattere. Essere malleabili, socievoli e disposti allo scherzo si traduce solitamente in un suicidio (altro che fottuto: mi mangiano vivo).
Ma forse non mi è consentito trarre conclusioni generali basandomi sulla mia esperienza diretta, perché noi eravamo sostanzialmente dei delinquenti (mai come i compagni del Peggiore, però, che andavano al bagno, cacavano in un foglio di carta e poi portavano in classe il maleodorante malloppo, nascondendolo in qualche zaino) e soltanto i professori totalitari potevano sperare di uscirne vivi.
Fatta eccezione, ovviamente, per il professor Biletti, il miglior insegnante di filosofia che io ricordi.

Biletti ci fece da supplente per un paio di mesi e da subito mostrò di avere una particolare dimestichezza con certe teorie psicologiche filo-nichiliste post-moderne.
Lo conobbi durante un intervallo, quando fece irruzione nei bagni del triennio e, di fronte a una decina di studenti avvolti da una coltre di fumo non proprio legalizzato, si accese un bel sigaro e rimase in silenzio per tutto il tempo. Potete immaginare la mia sorpresa quando me lo ritrovai, poco dopo, seduto alla cattedra con un dito nel naso.

 “Sono il vostro supplente di filosofia. Dove siete arrivati con il programma?”
“Stavamo studiando..."
“Non importa. Domani interrogo su Kant.”
“Ma non lo abbiamo ancora fatto, prof.”
“Presto, allora, vi resta soltanto un pomeriggio!"

L’indomani, con alcune inoppugnabili argomentazioni basate sulla moderna chirurgia ortopedica, convincemmo i tre migliori della classe a offrirsi volontari. Finita l’interrogazione, Biletti dimostrò una volta per tutte la sua incontrastabile superiorità, guadagnando l’imperitura stima dei peggiori elementi presenti in aula.

Professore: “Bene. Lei che voto si darebbe?”
Primo interrogato: “Eh?”
Professore: “Che voto si darebbe?”
Primo interrogato (confuso): “Ma… ecco… non saprei…”
Professore: “Su, su…”
Primo interrogato: “7?”
Professore: “Va bene. E lei?”
Secondo interrogato (meditabondo): “Uhm… 8?”
Professore: “Benissimo. Lei? Non mi dica 9, per favore.”
Terzo interrogato (incredulo): “8?”
Professore: “Ok. Andate al posto. Domani interroghiamo ancora. Studiate”

Nel giro di due settimane interrogò tutti, due volte, regalando una sfilza di 7 e 8. Non fece altro che interrogare e, soprattutto, durante le interrogazioni non fece mai neanche una sola domanda. Interrogato a scelta, argomento a scelta, voto a scelta.
Durante la sua ora non volava una mosca e l’unico che provò a lamentarsi per l’abolizione del regime meritocratico subì un agguato durante l’ora di ginnastica, finendo quasi affogato in un canale di acqua marcia.
Quando Biletti se ne andò, andai a stringergli la mano, commosso. Lui mi fece l’occhiolino e disse:

“Non importa cosa ci divide, noi guardiamo le medesime stelle.”
“Aristotele?”
“Tiziano Ferro.”

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