venerdì, 30 settembre 2005

Evoluzione di un misantropo

Fase 1: l’inganno

A prima vista (letteralmente. La prima volta che li vedi, insomma, quando sei piccolino, anche se abbastanza grande da non fare più confusione tra zio Umberto e il cucchiaio) gli esseri umani sembrano tutti paffuti e giocherelloni. Batuffoli di carne rosa, insomma.
E, in effetti, per quel primo periodo sono tutti tendenzialmente buoni e sorridenti, mentre l’unico vero stronzo sei tu, o almeno è ciò che ti hanno raccontato.
Se questa situazione idilliaca persistesse anche dopo, ora io non starei scrivendo, voi non stareste leggendo e il signor Splinder starebbe lavorando.
Ma non persiste.

Fase 2: il primo cazzotto

La mia trasmissione preferita è Paperissima Sprint. Non c’è niente che mi faccia ridere come quei deliziosi home video dove le persone si fanno male in maniere bizzarre, dove c’è sempre un palo che non t’aspetti o uno spigolo magnetico che attira un cranio come fosse metallo. Sdeng! E poi la telecamera viene abbandonata per tamponare l’emorragia. Ah ah ah: impagabile. Vi ricordate Real Tv? A ogni filmato catastrofico seguiva una rassicurante e moralistica voce didascalica: “fortunatamente non si è procurato lesioni gravi”, “è poi uscito miracolosamente illeso”, “la ragazza se l’è cavata con un brutto spavento”. Patetici.
A Paperissima Sprint non lo dicono mai.
Sapete perché?
Perché muoiono tutti.

Fase 3: Il primo cazzotto

Ehm.
A Paperissima viene spesso mostrato come finisce l’idillio.
Due bambini vengono a contatto.
E si picchiano.
Gli esseri umani smettono improvvisamente di essere simpatici.

P.S. non lo ridiventeranno mai più.

Fase 4: ribellione

Quando ormai si dovrebbe aver capito come funzionano le cose (ovvero: puoi fidarti solo di tua madre), arriva una seconda rivelazione: non puoi fidarti nemmeno di tua madre.
Ti giocano tutti contro, perché la vita è un grande gioco di società, proprio come il Monopoli dove tutti cercano di fregarti i soldi, ma non esattamente come il Monopoli, perché qui cercano anche di umiliarti e, a volte, di ucciderti.
Tienilo a mente quando stai per lasciare immettere qualcuno nella coda al semaforo.

P.S. pare sia uscita una versione più moderna e realistica del Monopoli. Sono stati eliminati i cartoncini stupidi che dicevano “hai vinto un concorso di bellezza, ogni giocatore ti regala…” oppure “oggi è il tuo compleanno, ogni giocatore ti regala…”. Adesso puoi tirare “ti sei preso il cancro: lascia il tavolo entro la fine del giro” oppure “quello che il direttore della tua Banca aveva sulla scrivania non era un computer, ma una scatola di cartone. Lascia il tavolo entro la fine del giro o fai un pompino a tutti i concorrenti per rimanere in gioco”.

Fase 5: la redenzione

Uscito dall’adolescenza, ti rendi conto che la realtà è più complessa di quanto ti sembrasse. Non sono proprio tutti dei bastardi: esistono poche isole felici.
Ti crei il tuo piccolo gruppo di fiducia e cerchi di non entrare in conflitto con i barbari.
Tuttavia, loro troveranno il modo di entrare in conflitto con te.
Intanto il gruppo di fiducia comincia il suo drastico processo di autoridimensionamento, senza che tu te ne accorga.

Nota: a vent’anni puoi contare circa una cinquantina tra amici e conoscenti. A trenta sono dieci. A quaranta ne rimangono due. A cinquanta il tuo cane cerca di morderti. A sessanta ci riesce e a sessantuno muori di rogna.
Mentre rantoli l’ultimo respiro, ti capita di pensare che forse non eri così in gamba.

Fase 6: impulso filantropico snaturante

La triste fase di ottimismo universale è una tappa fissa per qualsiasi uomo. C’è un momento in cui credi veramente che, con i dovuti accorgimenti e una buona dose di pazienza, riuscirai a riconciliarti con il mondo. Non è che gli esseri umano sono cattivi, ti ripeti. Sono soltanto un po’ burberi e barricati. Basta entrare nei loro cuori, gentilmente, toccando le corde giuste, e tutti saranno disposti a sorriderti, senza tornaconti. In fondo amor omnia vincit, no?
Sei secondi dopo la tua ragazza ti blocca mentre cerchi di affogare il vicino nella tazza del cesso.
“Ti sei ammattito?”, domanda spaventata.
Ma tu rispondi, calmo: “Mi ha chiesto se non posso evitare di andare al bagno di notte perché il rumore dello scarico lo fa svegliare”.

Nota: Per una casistica completa di leggi del contrappasso da applicare ai vicini, vedi il precedente scritto “Alla fine ci è entrato: cento modi di infilare un sifone nel tuo vicino”.

Fase 7: Gesù non diceva sul serio

Frantumata la grande menzogna buonista, torni al tuo posto nel ciclo della vita, evitando la maggior parte della gente che incontri e ripetendo ossessivamente la parola “salve”.
Quando qualcuno ti scoccia l’unico metro di giudizio è la quantità assoluta di rottura intrinseca: tiri velocemente due somme, e fai la cosa che meno ti scoccia (ovvero: ascolti catatonico e poi te la squagli).
Se il risultato passa le 8,6 sbuffate (punto di fusione dei testicoli), te la prendi con l’unica cosa che stia veramente a cuore agli esseri umani: la macchina.
Ecco la grande intuizione del misantropo quasi maturo: perché prendersela, quando ci sono tutte quelle macchine parcheggiate, di notte?
Sempre meglio che tenersi tutto dentro, con il rischio di esplodere.

Fase 8: stadio ‘mbè

Dopo la grande rabbia, quindi, i nervi si distendono: comincia la fase ‘mbè.
Smetti di ascoltare le persone, smetti di difendere i tuoi diritti (che bufala, i diritti), smetti di dannarti l’anima. Ora sei finalmente un misantropo credibile e puoi puntare alla felicità eterna.

Qualunque: “Scusi, una banalità. Dovremmo metterci d’accordo su come disporre l’ordine delle caselle postali perché, vede, io ho sempre avuto quella alla sinistra della signora Zibaldoni e ora che la signora Zibaldoni è morta credo sia giusto che io occupi la sua posizione. Però, eh eh, ora c’è la casella del signor Chinaski, che sarebbe lei, eh eh, giusto? Allora volevo soltanto informarla che io, essendo qui da più tempo, avrei diritto a…
Chinaski: sì, sì. Faccia come le pare.
Qualunque: Ah… ok… bene.
Chinaski
: sì. È sua quella bella macchina?

chinaski77 alle ore 18:58 | link |
mercoledì, 28 settembre 2005

Candidati all’obitorio

Prima avevo le finestre, finestre a dozzine, ma niente passanti o vicinato da sbirciare (a parte quel tipo che si masturbava sui ravanelli di mio padre o in bocca al mio pastore tedesco. Ma forse non si masturbava realmente, aveva soltanto una sgrullata molto meticolosa. Comunque mio padre, dopo aver mangiato la verdura del suo orto in solitaria per qualche tempo, del tutto ignaro, alla fine ha lasciato che le sterpaglie prendessero possesso del terreno. In più io ho addestrato il mio cane, abituandolo a mangiare wurstel intinti nello sperma, attraverso una rete divisoria).
E comunque non sono persona incline a occuparsi dei fatti altrui (quando la casa dell’altro tipo è andata a fuoco, lui urlava disperate richieste d’aiuto e io seguitavo a guardare Colombia-Camerun, quella volta che Higuita sì è fatto soffiare il pallone da… va beh… quando mi sono deciso a dargli retta ormai c’erano solo braci).
Adesso, però, ho tutti i passanti del mondo. E decine di vicini dirimpettai, gente che parcheggia la macchina, gente che passeggia e telefona e chiacchiera. Gente in bicicletta, muratori che mangiano panini sotto un albero, postini e rottami volantinanti.
E nonostante io sia tuttora persona incline a occuparsi dei fatti propri, non posso negare di provare un sottile piacere nel dare un’occhiata di fuori, quando sento un rumore, o nel fissare stralci di stupide vite quando sono sul terrazzo a fumare (e io non auguro un cancro a chi ha inventato la legge che mi obbligherà a fumare nella tormenta, sotto Natale, eh. Non sto sperando che i topi gli mangino la faccia, mentre dorme, a lui e a sua moglie).
Ora, io non capirò mai per quale motivo le vecchine di tutto il mondo se ne stanno intere giornate dietro imposte socchiuse, o velate da sudice tende, morbosamente inchiodate ad altre vite. Anche perché, il più delle volte, non fanno altro che guardare persone che aprono portiere o che buttano la spazzatura. Non lo capirò mai e dico a me stesso che, in fondo, non hanno niente di meglio da fare (ma allora a che serve il televisore?).
Ma io un motivo ce l’ho.
Io spero nella catastrofe.
Quando una donna fa ottocento manovre per uscire da un parcheggio, sbattendo contro tutte le superfici sbattibili, io segno il numero di targa della sua automobile. E spero.
Quando un bambino corre in bicicletta attorno alla sua casa simulando Valentino Rossi, non si sa mai che si sbagli e simuli Max Biaggi.
Quando l’adolescente fico sfreccia sul motorino truccato, senza mani, con la fichetta appollaiata sul portapacchi e il casco fintamente appoggiato sui capelli gelatinosi, sta un po’ a vedere che gli esplode un copertone, d’improvviso, e si sfracellano entrambi contro il cemento cartavetrato.
O il muratore sul ponteggio, l’antennista sul tetto, la nonnina che sceglie il momento giusto per passare da un marciapiede all’altro.
È come essere all’autodromo a guardare la corsa. Avete presente la formula 1? Avete presente la noia? Non vi siete mai chiesti che cosa ci fanno trecentomila occhi silenziosamente puntati su un trenino di pacchetti di sigarette giganti?
Ve lo dico io.
Sperano.
Ma non per crudeltà o risentimento (beh, nel caso dei piloti forse c’è anche un po’ di quello. Voglio dire: gente che guadagna così tanti soldi, che ha così tante donne, così tanti risultati di google. È umano sperare che vadano a schiantarsi contro un muro. Siamo pur sempre quelli che hanno inchiodato Gesù Cristo a un asse di legno, in fondo. E lui non aveva manco le fighe, o il denaro. (A risultati di Google invece sta a posto)), no. Soltanto per vanità, per vedere la propria prudenza premiata. Come prendere l’ombrello soltanto per sicurezza ma poi sperare nella pioggia.
Io ci sono andato, in bicicletta senza mani. E sono caduto.
Sono andato anche sul motorino. E sono caduto.
Mi è capitato di fare ottocento manovre per uscire da un parcheggio. E ho sbattuto.
Mi è capitato persino di attraversare la strada. E mi hanno investito.
Così, sono diventato prudente.
Molto prudente, in cerca di conferme.
Ma non mi sentirò mai come le vecchie ficcanaso che stanno tutto il giorno incollate al vetro.
Siamo lì, ci guardiamo di sbieco, e mentre lei pensa “ma che bravo quel giovane che bada alla sicurezza della strada, con tutti gli albanesi e gli zingari che stanno in giro”, io continuo a sperare. Intensamente. Tenacemente.
Che un boing 707 perda un carrello, dai suoi diecimila metri di altezza.
E che il carrello precipiti per tutta quella distanza, accumulando cattiveria, sfracellandosi precisamente nella finestra della vecchina, disintegrandola dalla terra.

chinaski77 alle ore 15:03 | link |
martedì, 20 settembre 2005

Come ti senti?

Questa mattina, mentre faccio colazione, lo sguardo mi cade per un istante sulla confezione di cereali che sto mangiando ultimamente.  Sul retro ci sono immagini raffiguranti una donna infelice e relative domande retoriche:

Scatola: ti senti gonfia?
Chinaski: sì.
Scatola: ti senti svogliata?
Chinaski: già
Scatola: ti senti assonnata?
Chinaski: yawn.
Scatola: potresti aver bisogno di eliminare delle tossine
Chinaski: l’ho fatto ieri sera
Scatola: ma no, non intendevo quello!
Chinaski: ti assicuro che erano tossine.
Scatola: se fai colazione 15 giorni con me, potrai liberarti delle vere tossine!

Per un attimo la scatola mi convince e decido di continuare a leggere (pensateci, giovani copywriter. Scrivere il culo di una scatola è un lavoro di grande responsabilità. lo stesso dicasi per le etichette di saponi e di shampoo. Io, ad esempio, li leggo quando sono sul cesso e non vorrei leggere altro: mi appassionano. Per cui, se un giorno state sull’autobus o in treno e vedete un tizio immerso nella lettura di un tubo dentifricio, quello sono io).
Secondo i nutrizionisti dell’agenzia pubblicitaria che cura il prodotto, pochi accorgimenti sono sufficienti a regolarizzare l’intestino. Decido dunque di vedere quali mi mancano (perché appare chiaro che qualcuno devo averlo azzeccato, anche per caso).

1) Bere succo di limone appena alzati: uhm, succo di limone appena alzati. Questa suona come quei precetti autoflagellanti tipo dire le preghiere prima di andare a letto o fare le scale rinunciando all’ascensore durante il lavoro. Il succo di limone non ha effetto alcuno (non preoccupatevi: produciamo cereali per la gastrite!), ma soffrire fa bene: dà la sensazione di non meritare altro dolore, altre tossine.

2) Fai colazione con i nostri cereali: ci mancherebbe! Ma devono essere i nostri, eh. Altrimenti esplodi.

3) Bevi tè verde: succo di limone, cereali, tè. Non ho capito da dove dovrebbero uscire le tossine. Forse si aspettano che trasmigrino per evaporazione.

4) Dedica mezz’ora a ogni pasto: ieri ho mangiato un’insalata di mare in 6 minuti. Era una porzione per tre persone, gelida di frigo. Per ogni forchettata, una fetta intera di pane in cassetta, senza masticare. Stamattina ho tossito e mi è uscito un tentacolo di polipo dal naso. Credo di non aver digerito.

5) Consuma ogni giorno almeno uno dei seguenti alimenti (segue lista): rimango a fissare allibito il curioso elenco: credo di non aver mai mangiato nessuno di quegli alimenti; alcuni nemmeno sapevo lo fossero. A mia parziale discolpa, però, vorrei far notare che uno di essi è il rosmarino. Mmm… me lo immagino proprio un bel pranzetto a base di rosmarino. Che cosa sarebbe, un secondo? Che c’è per cena? Rosmarino arrosto.

6) Bevi come minimo 8 bicchieri d’acqua: otto. Così. C’è gente che ha studiato una vita per stabilire con assoluta precisione il corretto numero di bicchieri d’acqua al giorno per smaltire le tossine. Otto. Pensate la soddisfazione dei ricercatori, dopo trent’anni a fare tentativi.

Scienziati: Signor presidente? Ce l’abbiamo fatta!
Presidente: avete scoperto la cura contro il cancro?
Scienziati: non ancora. Però abbiamo individuato quanti bicchieri d’acqu…
Presidente: click.

Otto precisi. Se ne bevi sette, muori.

7) Prima di lavarti strofina una spazzola sulla pelle asciutta: adesso chiamo e voglio che mi spieghino la correlazione tra le mie feci e la spazzolata alla schiena. Quale sarà il prossimo consiglio? Fai una capriola in soggiorno? Vai a messa tre volte al mese? Questo dovrebbe aiutarmi a cacare meglio? (alcuni credono che protegga anche contro il cancro al colon, in effetti)

8) Dedica almeno mezz’ora a te stessa: ah, eccolo qui! Il precetto che seguo per mio conto, senza saperlo. Almeno mezz’ora. Almeno. Quindi anche di più, volendo. Bene, bene… dunque, facendo un rapido calcolo al 20 settembre 2005, grossomodo, 28 x 365 x 24 x 60=… sì, dovrebbe essere giusto:

Finora, nella mia vita, ho dedicato a me stesso 14.716.800 minuti.
Quasi 15 milioni di minuti di puro, gioioso, indimenticabile cazzeggio.
Ah, che bello. Fanculo il rosmarino.
Ripongo la scatola di cereali, prendo una manciata di biscotti al cioccolato con scaglie di zabaione preparati con tuorlo d’uovo e fritti nel burro caldo, e mi abbuffo, mi strafogo, frantumando cibo a duecento all’ora, felice di essere al mondo.

chinaski77 alle ore 10:08 | link |
giovedì, 15 settembre 2005

Carteggio

Tutti avrete visto The Ring (la storia di una bambina gettata in un pozzo dalla madre per non aver riportato una videocassetta noleggiata una settimana prima) e tutti saprete che, dopo aver visto la cassetta con la mosca dentro, si riceveva una telefonata preannunciante morte sicura entro sette giorni (faceva fede la ricevuta di Blockbuster).
Adesso sta per uscire The Ring 2 e la Dreamworks ha avuto una pensata: andando sul sito 7daysleft.com/it è possibile fare uno scherzo ai vostri amici, inviando loro tramite e-mail un link personalizzato che conduce direttamente al video porta-sfiga. Appena terminata la visione, un sofisticato sistema informatico farà squillare il loro cellulare e una voce malefica gli comunicherà la mortifera scadenza.
Bene.
Zio Abrif, l’unico uomo raffinato che conosca, mi ha fatto la burla.
Ho ricevuto la mail, ho cliccato il link e ho guardato il filmato, aspettandomi poi la telefonata, ma invano.
Dopo qualche minuto ricevo un’altra mail da Zio Abrif. Riporto il breve scambio epistolare (questa era solo una premessa) perché è abbastanza simpatico e oggi non sapevo che cosa scrivere.

Da Zio Abrif

Mette davvero i brividi! Devi proprio guardarlo (puoi guardarlo anche
al lavoro, se vuoi!).

link

Da Chinaski, 11:53

Non mi sento bene.

Da Zio Abrif

Beh, io l'ho visto sei giorni fa.

Ehm....

Da Chinaski, ,  12:11

Io ho visto il primo. Non sono morto ma mi si è
deformata la faccia.

Da Zio Abrif

Ma adesso hai visto il filmato?

Da Chinaski, ,  12:20

Sì.
Subito dopo mi ha telefonato uno, dicendomi:

tizio: parlo con il signor Chinaski?
io: sì?

tizio: vorrei informarla che tra sette giorni...

io: affanculo, stronzo! sarai tu a crepare! ah ah
ah
tizio: come, scusi?

io: non è la dreamworks?

tizio: no. Sono il tecnico della caldaia.

io:...

Da Zio Abrif

Beato te.
A me, è squillato il cellulare ed era il mio

commercialista.

Io: Pronto?
Lui: Signor Abrif?

Io: Chi è? La zombie del Ring?

Lui: No, il commercialista.

Io: Gulp (ammutolito per il terrore).

Lui: entro sette giorni devi pagare le tasse.

Io: Non potrei essere ucciso da una zombie uscita

dal pozzo poco prima?

Lui: no, il pozzo non è scaricabile.

Io: cazz.

Da Chinaski, , 12:32

Ah ah ah!
Un secondo fa è squillato il mio cellulare, dico

davvero. Dal display ho visto che era mia madre e ho

risposto tranquillo.

io: dimmi...
madre: morirai tra sette giorni.

 
chinaski77 alle ore 09:12 | link |
martedì, 13 settembre 2005

Se posso abbassare il volume del televisore?

Ricordo quel pomeriggio, quando io e Smeriglia ci siamo chiesti a che distanza poteva arrivare il suo nuovo impianto stereo, con quelle casse enormi alte più di un metro e una manopola-controllo-volume girevole all’infinito.
Ti veniva proprio spontaneo chiederti la gittata sonora.
Più altre domande accessorie, tipo: riuscirà a rompere i vetri delle finestre? Farà crollare l’edificio? Una persona sorda potrebbe ascoltarci Beethoven? A che diavolo mi serve?
Era così potente che Smeriglia lo usava per chiamarmi, alla bisogna. Magari stavo in giardino o in un’altra stanza della casa. Lui attaccava il microfono, girava un paio di tacche verso smodato e diceva, a voce normale:
“China, puoi venire un attimo?”
Rimbombava dappertutto come un tuono metallico ed era come avere Smeriglia proprio dentro l’orecchio.
E così, quel pomeriggio ci siamo chiesti a che distanza poteva arrivare.
Abbiamo regolato un effetto fade-in di 1 minuto, messo il volume all’infinito, pigiato Play e poi siamo scappati di sotto, correndo eccitati come due bombaroli per un paio di centinaia di metri (ah, bella la gioventù. Io avevo tredici o quattordici anni e una cosa così mi faceva divertire. Adesso no. Adesso mi sentirei scocciato all’idea di dover scendere in strada per rispondere a una domanda di nessuna importanza. Non che l’importanza cambi qualcosa, eh).
Una volta in strada ci siamo fermati e siamo rimasti in ascolto, sicuri che, qualsiasi cosa fosse capitata, nessun vicino si sarebbe lamentato, non esistendo vicino alcuno.
(Mica vera, quella cosa di prima. Avere tredici anni non è bello, è una merda. Volevo fumare e non potevo; non avevo l’alcol, la macchina, la ragazza, i soldi, il computer, il gastrocentrismo. Avevo l’acne ma niente amici, non mi piaceva niente, passavo le mie giornate al computer, proprio come faccio ora, però senza sapere che avrei potuto fare dell’altro. Non mi sono suicidato per un pelo, ripensandoci adesso).

Oggi ho parecchi vicini, invece.
Ancora non li conosco bene e sarei avventato se mi sbilanciassi in qualche giudizio ma, a prima vista, credo di poter dire che non sono persone meravigliose. E lo stesso vale per quelli che ho conosciuto a Milano, quelli che frugavano nella spazzatura per trovare un appiglio litigioso. Oppure quegli altri, di quel mio parente, che hanno speso migliaia di euro dall’avvocato per colpa di un ramo invasivo. Ma poteva essere l’antenna parabolica, il condizionatore o  la macchina parcheggiata nel cortile.
Tutte le scuse son buone, come si dice, e ognuno reagisce come vuole: c’è chi non se la prende, sgusciante. Chi cerca di far valere le proprie ragioni, chi fa i dispetti e chi viene alle mani.
Io sguscio, di solito, proprio come si fa con le cimici.
So che questa gente farà il possibile per scassarmi le palle. Si lamenterà per la biancheria stesa, il televisore alto, i passi notturni, le sbronze, lo scarico del cesso alle cinque del mattino, la puzza di fritto, il gatto, il parcheggio, la scarsa partecipazione alla vita di condominio, lo zerbino, l’ateismo, gli ospiti, i petali del geranio. O perché russo.
Io non me la prenderò più di tanto perché so che, in fondo, la mia vita è tutto ciò che hanno.
Ma sarebbe bello recuperare quello stereo, con quelle casse alte più di un metro, casse da concerto. Portarle tutte qui, piazzarle in ogni angolo strategico, mettere un fade-in al punto giusto, girare il volume a tavoletta e caricare un disco, tipo Cumin’ atcha live dei Tesla. Uscire con la mia roba, salire in macchina, partire alla svelta.
Mi immagino fermo al semaforo, alle due del mattino, mentre tiro dalla mia sigaretta aspettando il verde, impassibile.
Poi, d’improvviso, un bagliore lontano si riflette nel retrovisore, illuminandomi a giorno.

chinaski77 alle ore 10:46 | link |
venerdì, 09 settembre 2005

Chinaski medical division*

Chinaski: che cosa abbiamo?
Dottoressa Randall: maschio adulto, bianco, sui quarant’anni. Appendicite.
Chinaski: altri sintomi?
Dottoressa Randall: ha un appendicite, dottor Chinaski.

Chinaski esamina il paziente.

Chinaski (premendo il ventre del paziente): sente dolore se premo qui?
Paziente: ouch!
Chinaski (indicando una cicatrice sulla fronte): e questo cos’è?
Paziente (sofferente): sono caduto da piccolo.
Chinaski: e questa escrescenza?
Dottoressa Randall: quello è il naso, dottor Chinaski.
Chinaski: ok. Dategli del metabitofene, 90 mg.
Dottoressa Randall: ma ha soltanto un’appendicite…
Chinaski: allora dagliene 120 mg.
Dottoressa Randall: ma lo ucciderà!
Chinaski: 130 mg. Attenta, signorina, ancora una parola e saranno 140.

La dottoressa Randall pratica l’iniezione

Dottor White: io credo che dovremmo intervenire chirurgicamente… sa… l’appendicite…
Chinaski: se interveniamo chirurgicamente e asportiamo l’appendice…
Dottori Camerine White: sì…
Chinaski: … e poi lo richiudiamo e lo mandiamo a casa…
Dottor White: Sì….
Chinaski: …hmm… no, facciamogli una biopsia alla milza, piuttosto.
Dottoressa Randall: che c’entra la milza?
Chinaski: la milza c’entra sempre, dottoressa Randall: la milza è il filtro del corpo!
Dottor White: non erano i reni?
Chinaski: beh, sì… anche… tutti gli organi fatti a fagiolo, comunque.

I dottori si guardano perplessi. Il paziente intanto ha un crollo di pressione.

Dottoressa Randall: la minima è scesa a 30. il metabitofene gli sta provocando un collasso!
Chinaski: una reazione allergica. Forse da piccolo era epilettico e ha preso la fenilanolina!
Dottori: ?
Chinaski: facciamogli una flebo di Rinazina.
Dottor White: ma…
Chinaski: cosa?
Dottor White: questo non gli alzerà la pressione.
Chinaski: nemmeno se gliene diamo molta?
Dottor White: no.
Chinaski: e va bene, Dottor White. Sentiamo: cosa propone?
Dottor White: propongo di togliergli l’appendice e di riportare la pressione a livelli normali.
Chinaski: vada per la pressione, ma niente intervento. Il paziente è troppo debole.

Chinaski prende una piccola pistola  da un armadio. Infila il tubicino di gomma in bocca al paziente.

Dottori: che sta facendo?
Chinaski: uh?
Dottori: gli faccia una flebo di soluzione salina!
Chinaski: non c’è tempo, maledizione!

Chinaski dà una lieve  pompata. L’occhio destro del paziente esplode come un pop-corn. La dottoressa Randall perde i sensi e il dottor White interviene a tamponare le perdite di sangue.

Dottor White: guardi qui cos’ha combinato!
Chinaski: tra poco starà meglio. Torniamo alla reazione allergica. Che organi danneggia il metabitofene?
Dottor White: attacca prima il fegato e il cuore, poi…
Chinaski: e se li togliessimo?
Dottor white: lei è pazzo!
Chinaski: era solo un’idea, non si arrabbi.
Dottor White: sarebbe come spezzargli la spina dorsale per eliminare il dolore.

Chinaski si illumina

Dottor white: se lo tolga dalla testa.
Chinaski: a lei la scelta, dottor White. Se gli spezziamo la spina dorsale abbiamo una possibilità di salvargli la vita, anche se non camminerà più. Ma se non lo facciamo morirà di certo.
Dottor White: ma non è vero!
Chinaski: come fa a dirlo? Nessuno ha mai fatto un simile intervento prima d’ora.
Dottore White: e non si è mai chiesto perché?
Chinaski: se Fleming non si fosse chiesto il perché di tutte le azioni che non vengono fatte, adesso avremmo gli antibiotici.
Dottore White (stordito): ma ce li abbiamo.
Chinaski: che sta cercando di dirmi?
Dottor White: niente spina dorsale.
Chinaski: va bene. Mi faccia pensare a un’altra soluzione, allora…
Paziente (agonizzante): dottore… credo stia andando in peritonite.
Chinaski (indignato): ah, lei è medico. Bene, aspetti…

Va a prendere bisturi, ago e filo. Li porge al paziente.

Chinaski: tenga. Si operi da solo.
Paziente (agonizzante): dottore… la prego…
Chinaski: allora zitto.

Rivolgendosi al dottor White

Chinaski: cerchiamo di riflettere, su.
Dottor White: non c’è niente da riflettere. Lo porto in sala operatoria.
Chinaski: lasci stare. Quelli sono dei macellai. Opererò io stesso.

Il paziente strabuzza un occhio.

Dottor White: ma l’ambiente non è sterile.
Chinaski: oddio, che lagna! Non si può fare niente! Un’altra parola e tolgo l’appendice anche a lei.

Comincia a operare. Il paziente urla. Il dottor White, ormai deciso a lavarsene le mani, sta seduto sul lettino di fianco a quello del paziente e osserva, scettico.

Dottor White: senza anestesia. Complimenti.
Chinaski
: non ne ho bisogno. Sono un genio, io!

Il paziente urla, poi sviene.

Dottor White: salta all’occhio.
Chinaski (sorpreso, indicando all’interno del paziente): cos’è questo?
Dottor White (sporgendosi): hmm… sembrerebbe la milza.
Chinaski (fingendo di avere tutto sotto controllo): ma certo. Proprio quella cercavo.
Dottor White: però lì non troverà l’appendice, dottore.
Chinaski: sst! Passo da dietro.
Dottor White: interessante. Scommetto una cena che il paziente morirà prima del rene sinistro.

Il dottor White muta espressione all’istante, controlla il paziente, poi guarda Chinaski.

Dottor White: complimenti, è riuscito a ucciderlo.
Chinaski: che sarà mai. Prenda il defibrillatore e riproviamo.
Dottor White:
mi sa che non funziona così.
Chinaski
(deluso): ma come?
Dottor White
(incuriosito): il defibrillatore non riporta in vita i morti, dottor Chinaski.
Chinaski
(osservando il paziente): ah. Ok. Facciamo da Giulio verso le 8?

*Scritto con la partecipazione di Chewingum per gli occhi

chinaski77 alle ore 10:17 | link |
mercoledì, 07 settembre 2005

Il cliente è sempre un coglione

Pochi giorni fa ho scritto una vaga invettiva contro la clientela. La gente è stupida, presuntuosa, prevenuta, irritante. E merita di essere gabbata.
Pochi giorni dopo mi sono ritrovato a pensare che per “clientela” occorreva intendere “clientela meno me”. Poche ore dopo quei pochi giorni dopo, cioè adesso, la formula è tornata definitivamente piena. Vediamo come.

Ho sottoscritto un abbonamento Adsl Alice e qualche giorno fa è venuto un tecnico Telecom a installarmi linea telefonica e tutto il resto. Quando gli ho chiesto “ma oggi mi date anche l’adsl?”, lui ha sorriso e ha risposto “certo. Per una volta facciamo le cose per bene” e io ho pensato “col cazzo” e lui ha pensato “idiota prevenuto”.
Poi se n’è andato dicendomi che il segnale adsl era ottimo. Buona navigazione! (e io ho pensato “dovrai tornare qui cinquanta volte, coglione” e lui ha pensato “a mai più rivederci, stronzo incapace”).
Allora attracco col mio router e provo a navigare.
Niente.

Cambio tutte le possibili configurazioni e provo tutte le possibili soluzioni, scambio i fili, premo tasti, inverto trasformatori, collego tra loro i più svariati elettrodomestici (internet ha continuato a non funzionare, però adesso pigiando Ctrl+alt mi suono il citofono). Niente.
Per cui, con l’espressione di chi sapeva, mi sono rassegnato e ho chiamato.
Sì, ho chiamato il 187: il numero più inutile del mondo (dopo il numero di pronto intervento dell’obitorio).
Ecco le telefonate in dettaglio.

1 settembre, ore 10:34

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Donatella, in cosa posso servirla?
Chinaski: salve. Io ho sottoscritto un contratto Adsl Alice, venti giorni fa. È venuto il vostro tecnico, ha installato la linea telefonica e mi ha detto che potevo già collegarmi a Internet. Il router mi dice che la linea c’è, però non riesco a navigare.
187: aspetti che controllo… hmm… no. Qui non risulta l’adsl.
Chinaski: ma no, mi creda: la linea c’è ed è pronta.
187: forse deve aspettare qualche giorno.
Chinaski: ah, ecco. Sarà proprio così. Grazie, salve!

1 settembre, ore 10:48

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Chiara, in cosa posso servirla?
Chinaski: salve. Io ho un abbonamento Adsl. La linea c’è, ma non riesco a navigare.
187: aspetti, controllo… eh sì, qui risulta una linea attiva. La faccio chiamare da un tecnico, mi dà il suo numero?
Chinaski (fiducioso): certo! Grazie! 338xxxxxxxxx! Grazie!
187: prego.
Chinaski: grazie, grazie!

Il tecnico non chiama. Passano due giorni. Il tecnico non chiama.

3 settembre, ore 11:25

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Luana, in cosa posso servirla?
Chinaski: adsl. Non va.
187: la faccio chiamare da un tecnico.
Chinaski: sì.
187: mi dà il suo numero?
Chinaski: 338xxxxxxxxx
187: buongiorno.
Chinaski: click.

3 settembre, ore 12:03

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Cinzia, in cosa posso servirla?
Chinaski: il tecnico non mi ha chiamato.
187: qui mi risulta che lei ha una pratica aperta da… mezz’ora! Devono passare 24 ore.
Chinaski: click.

3 settembre, ore 12:05

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Erica, in cosa posso servirla?
Chinaski: ho una pratica aperta.
187: ah, sì. Mi spiace ma questo è il numero commerciale. Lei che numeri ha premuto?
Chinaski: 5. 2.
187: mmm… forse il 5 era int…
Chinaski: click.

5 settembre, ore 12:05

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Lucia, in cosa posso servirla?
Chinaski: pratica.
187: ah sì, mi faccia vedere… devono passare 48 ore, signor Chinaski.
Chinaski: sono passate.
187: lavorative.
Chinaski: quante ore al giorno lavorano i vostri tecnici? Sei? Quindi devo aspettare otto giorni. Feriali esclusi. Quindi dieci. E il giorno di riposo? Facciamo due settimane, dai.
187 (seccata): devo passare 48 ore lavorativ…
Chinaski: click.

5 settembre, ore 12: 08

187: Telecom Italia, buongiorno. Sono Bruno, in cosa posso servirla?
Chinaski: Bruno, aiutami, ti prego. Non riesco a navigare. I tecnici non mi chiamano. Ti prego!
187 (commosso): guarda, tutto quello che posso fare è sollecitare la tua pratica. Così dovrebbero chiamarti entro oggi.
Chinaski (piagnucolando): grazie, Bruno!

Comincio ad aspettare. Ho fiducia in Bruno.
Trascorro le ventiquattro ore successive con il telefono sempre in mano, anche sul cesso, ma nessuno chiama.
Nessun tecnico, neanche un disco registrato per dirmi Chinaski vaffanculo.
Bruno ha mentito e io comincio a credere che i tecnici Telecom non esistano affatto.
Poi, verso l’ora di cena, cercando su un forum (c'è sempre una connessione di riserva), trovo un ragazzo col mio stesso problema. Uno smanettone, tra l’altro, di quelli che sanno cos’è un Gateway e perché, di quelli che se chiedi il numero di telefono ti lasciano anche un Ip dinamico.
Scorro le pagine del forum, speranzoso, e quando arrivo in fondo quasi mi si sgretolano gli occhi dallo sbalordimento.
Lo smanettone posta questo messaggio:

“Ragazzi, che scemo che sono! Ho dimenticato la registrazione ad Alice! Ecco perché non riuscivo a navigare!”

Spengo il computer. Stacco il telefono. Butto router e cellulare.
Poi mi siedo sul divano, prendo il telecomando impolverato.
E accendo la televisione

chinaski77 alle ore 09:29 | link |
lunedì, 05 settembre 2005

La merda è dura da mangiare

Ehi, tu.
Sì, proprio tu.
Mangeresti qualsiasi cosa? Sei quel genere di persona che ingurgita senza problemi trippa, interiora e roba cruda? Ti alzi la mattina e ti fai una scodella di sanguinaccio coi biscotti Plasmon? Vai a nozze se ti offrono uova di pesce o formaggio in decomposizione?
Non credo.
Tutti noi abbiamo almeno una più o meno stupida idiosincrasia per qualche alimento più o meno bizzarro, no?
Prendete il caffè che viene ripescato dalle feci di quell’animale esotico. È un caffè molto pregiato, sapete? Costa un sacco di soldi e pare che abbia un sapore sopraffino.
Però te lo pescano da un mucchietto di merda calda.
La cosa dovrebbe crearti qualche problema, per come la vedo.
Bene.
Io non mangio il Parmigiano.
Lo so, lo so.
Tutti mangiano il Parmigiano.
Però a me fa schifo anche scriverlo, o dirlo. Non so da cosa derivi e di sicuro è un disturbo prevalentemente psicologico, ma non ci posso fare niente e, ve lo garantisco, non c’è niente che ci voglia fare. Non lo mangio, e sono contento.
I miei amici, però, questa cosa non l’hanno mai mandata giù (i miei amici non sono più stronzi del comune, anzi, direi che è una reazione abbastanza normale. Diciamo che Giuseppe mangia i testicoli di toro in umido e li trova buonissimi, mentre Giancarlo non riesce nemmeno a guardarli. A questo punto è ovvio che Giuseppe trascorra le sue giornate cercando di infilare i testicoli di toro in bocca a Giancarlo, ma mica per fargli dispetto, no. Solo per metterlo di fronte all’evidenza, al fatto compiuto: e cioè che i testicoli di toro in umido sono un piatto squisito. Lo fa per il suo bene, diciamo. O per amore del vero).
E così, ai tempi delle famose cene pantagrueliche a casa di Scopa, solevano mescolarmi Parmigiano ovunque. Lo nascondevano, magari a piccole dosi, in tutte le pietanze. Pasta, carne, panini, frittate. Probabilmente lo mettevano anche nei vodka lemon.
Io mangiavo, ignaro. Bevevo, fiducioso. Poi loro mi guardavano e sogghignavano.

Amici di Chinaski: “Allora ti piace.”
Chinaski: “Cosa?”
Amici di Chinaski:  “Il Parmigiano.”
Chinaski: “Avete messo Parmigiano nel vodka lemon?”
Amici di Chinaski: “Giusto un cucchiaino.”

Ovviamente mi arrabbiavo. Non tanto perché mi sentissi avvelenato dal maledetto Parmigiano, ma perché non capivo quale fosse il punto. Cercare di spiegare non serviva a niente: qualsiasi cosa dicessi, loro sogghignavano soddisfatti.
Così, una sera ho organizzato una pizzata. Roba di due anni fa, circa.
Ho organizzato una pizzata a casa mia, perché la pizza di mia madre è buona e famosa. Piace a tutti, la pizza della Gegia.
E li ho invitati tutti quanti, dal primo all’ultimo.
Hanno spazzato via circa quarante pizze, per una media di tre pizze a testa. Le hanno mangiate soddisfatti, felici, mugolando di piacere ad ogni boccone.
Poi, mentre stavamo spaparanzati a gustarci un amaro, ho richiamato la loro attenzione e ho detto:

Chinaski: “Comunque a me il Parmigiano non piace.”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “Mettendolo di nascosto non dimostrate nulla, capite?”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “Se lo sento, non mangio. Se non lo sento, è come se non l’aveste messo.”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “Ora, che vi costa non metterlo?”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “In questo modo ottenete soltanto di perdere la mia fiducia, lo capite?”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “Sapete cos’è la fiducia?”
Gli amici lo guardano sogghignanti.
Chinaski: “Bene. Capisco. Erano buone le pizze?”
Gli amici annuiscono, sogghignanti.
Chinaski: “Allora vi piace la merda di cane.”
Gli amici smettono di sogghignare.
Chinaski: “Qualcuno vuole il dolce?”
chinaski77 alle ore 19:55 | link |
venerdì, 02 settembre 2005

Ricordami che devo morire

E va bene, è cominciato.
L’invecchiamento. L’inarrestabile imputridimento delle carni.
Fino all’anno scorso potevo mangiare fino a star male, sempre, senza avere il minimo fastidio, appesantimento o scompenso biologico. Senza ingrassare di un grammo. A parte il 2003, s’intende, che ho messo su undici chili di botto (ma quello è stato l’anno della grande fame: facevo cinque pasti giornalieri, merende escluse, e prima di andare a letto mangiavo sei bignè al cioccolato. O i grissini con la maionese. O la pizza wurstel e acciughe), e comunque ero sottopeso di quindici, per cui, alla fine, me ne avanzavano sempre quattro.
Forte di questo feroce metabolismo e della mia smisurata altezza (nel 2001 ho raggiunto i due metri. Poi sono calato di otto centimetri), mi sono sempre vantato di digerire tutto.
Oddio.
Ho sempre avuto un intestino suscettibile, è vero (basta proporgli uno yogurt per mandarlo in liquefazione), ma senza appesantimento.
Perché di questo si tratta: se mi abbuffo, poi mi sento come se avessi un cane morto accovacciato nello stomaco. Un cane grasso, tra l’altro.
Siccome sto aumentando, ho deciso di puntare finalmente ai 100 chilogrammi tondi (ci ho provato già nel 2003, arrivando a quota novantadue, ma un giorno mi è passata la fame, di colpo, e ho fallito).
Adesso ce la posso fare e così un po’ mi consolo.
Ma c’è anche il fatto che tutta la parte destra del mio corpo sta andando a catafascio.
L’occhio, per cominciare.
Un giorno mi sveglio e mi ritrovo cieco da un occhio. Non che prima ci vedessi tanto meglio, eh. Però adesso mi sembro quel mio gatto, quello con la testa di Lego infilata nella cavità orbitarla (la testa ce la infilai io stesso. Dopo un combattimento tra gatti tornò a casa senza un occhio, pareva gliel’avessero succhiato via con un aspirapolvere (ma forse se l’era cavato da solo per farmi credere di essere un duro e di avere una vita più interessante della mia. O forse non dovevo cercare di spulciarlo usando l’aspirapolvere). Siccome mi faceva grandemente schifo, decisi di chiudere l’orifizio con una testa di Lego, rivolta dalla parte del sorriso. Venne travolto da un autobus pochi giorni dopo). Quando mi cadrà, tapperò il buco con una pallina del Subbuteo.
E il fianco destro.
Dio, quanto mi duole il fianco destro. Ho trascorso l’estate con la netta sensazione di avere un sasso nel costato e, dopo alcuni giorni trascorsi con la certezza di essermi preso quel brutto male che colpisce ogni ateo che si rispetti, ho scoperto che era un effetto collaterale della mia cattiva postura.
Cattiva postura, ci credereste?
Ecco quando puoi dire che è cominciato l’invecchiamento: quando devi preoccuparti della postura. Mi sono sempre seduto a biscia su qualsiasi sedia, sgabello o poltrona. Se anche mi sedevo normalmente, dopo dieci minuti mi ritrovavo nelle posizioni più assurde, tipo “schiena sul sedile, testa sullo schienale e gambe all’aria, verso destra”. Mai avuto un dolore articolare o muscolare.
Adesso, invece.
Adesso basta che stia al computer un po’ sbilenco, dieci minuti neanche, e il giorno dopo mi ritrovo con un sasso nel costato, appena sopra il fegato.
Il fegato però sta bene, ma quello, lo sapete, se ne rimane zitto fino al giorno del giudizio. Mica come gli altri organi, che gridano “al lupo! Al lupo!” e tu vai a farti le lastre per poi scoprire che era soltanto uno scherzo.
No.
Il fegato se ne sta zitto, serio. Poi, un giorno come un altro, arriva e:

Fegato: “Sei morto.”
Chinaski: “Come, scusa?”
Fegato: “Sei morto. Spegni la luce quando esci.”

Che altro?
Beh, la spalla destra, ok. Ma quella si fa ancora fottere dal Nimesulide. Anzi, credo ne sia dipendente e sospetto che si procuri dolori soltanto per avere un’altra dose.
Insomma, me ne sto andando.
Magari impiegherò cinquant’anni, magari due giorni. Quando cominci a cadere a pezzi, puoi soltanto rattopparti. La fase della crescita è finita, mi sa. Adesso c’è la fase della morte.
So che è brutto, ma non c’è modo migliore per dirlo: come una barra di download, e Dio mi sta scaricando da questo mondo, un atomo dopo l’altro.
Che posso dire, indifeso come sono?
Quando arriverà allo zero per cento, spero almeno di essere talmente marcio da mandargli completamente a puttane il sistema operativo.

chinaski77 alle ore 11:54 | link |
giovedì, 01 settembre 2005

Più scazzo alle idee

Amo le code agli sportelli: le trovo profondamente gratificanti, con tutta questa gente che, non importa quanti servizi offri, è perennemente insoddisfatta e dannatamente ingegnosa nel trovare errori di sistema. Ti fa sentire una persona migliore non essere una persona rompipalle.
È vero che spesso gli utenti vengono trattati con imperizia e sufficienza ma, a conti fatti, credo che se lo meritino, essendo di gran lunga più numerosi, più stupidi e irritanti.
Oggi, ad esempio, ero all’Ikea.
L’Ikea è un posto straordinariamente intelligente, come saprete. Prezzi bassi, diverse opzioni, personale gentile e disponibile. Puoi farti consegnare e montare la roba oppure prendertela direttamente dal magazzino, caricartela sulle spalle e tornare a casa a piedi sulla tangenziale, se preferisci. Puoi pagare subito, a rate, cambiare un materasso dopo averci dormito trenta giorni o semplicemente tornare indietro e dire “non mi piace, ridatemi i soldi”.
Voglio dire: è un bel posto, un posto dove le naturali leggi dell’incompatibilità umana dovrebbero temporaneamente cessare per comune convenzione, una specie di comunità dove si cerca di essere tutti più o meno soddisfatti, senza crearsi troppi problemi.
Ma sapete quella cosa dei cani, no? Che se vuoi farti ubbidire devi bastonare (non che io sia a favore delle violenze sugli animali, eh? Dico soltanto che funzionano, il che è una constatazione, non un giudizio di valore). Bene: anche i consumatori andrebbero educati, gabbati, bistrattati. Non soltanto se lo meritano, ma è precisamente ciò che vogliono.
Oggi che ero all’Ikea, ad esempio, ho assistito a una scena esemplare. Ve la propongo fedelmente, facendo seguire uno svolgimento alternativo, nel caso fossi riuscito a infilarmi un camice Ikea di soppiatto, sostituendomi al malcapitato di turno.

 
Sportello informazioni

Ikea (sorridente): buongiorno, mi dica!
Cliente: senta. Vorrei la scarpiera bianca, là.
Ikea (sorridente): la Hupert?
Cliente: sì.
Ikea (dispiaciuta): purtroppo è esaurita. Deve tornare tra una settimana, oppure gliela posso far spedire a casa, ma arriverà soltanto tra venti giorni lavorativi.
Cliente (nervoso): non si può avere prima?
Ikea: no, mi dispiace.
Cliente (irritato): ma c’è quella che ho visto là.
Ikea (desolata): quella è in esposizione, non posso dargliela.
Cliente (cocciuto): non può sentire qualcuno?
Ikea (vagamente compiaciuta): non ce n’è bisogno, lo so per certo.
Cliente (acuto): come fa a saperlo, se non sente?
Ikea (serena): perché già molti clienti l’hanno richiesta, stamattina. Abbiamo tentato tutte le possibili soluzioni e, mi creda, deve tornare tra una settimana. O aspettare venti giorni.
Cliente (indispettito): andrò a vedere da un’altra parte.

*

Chinaski (serio): buongiorno. Mi dica.
Cliente: senta. Vorrei la scarpiera bianca, là.
Chinaski: la Hupert?
Cliente: sì.
Chinaski (vagamente compiaciuto): purtroppo è esaurita. Deve tornare tra una settimana, oppure gliela posso far spedire a casa, ma arriverà soltanto tra venti giorni lavorativi.
Cliente (nervoso): non si può avere prima?
Chinaski: no.
Cliente: ma c’è quella che ho visto là.
Chinaski (sorpreso): ah, sì?
Cliente: sì!
Chinaski: la prenda.
Cliente: cosa?
Chinaski: la prenda. Vada in esposizione, la sviti dal muro e se la porti a casa.
Cliente: …
Chinaski: è sua.

chinaski77 alle ore 17:13 | link |

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