Una notte di ordinaria alcolia
Il mio maestro di alcolismo mi ha insegnato come si beve. Tra le regole base troviamo “con una bottiglietta di lemonsoda si fanno tre vodka lemon” e “dopo il sesto drink non accarezzarti le orecchie di pelo”.
Soprattutto, però, mi ha insegnato che bere alcol non è la via più breve per la mortificazione pubblica, ma una lotta intima e silenziosa per non cadere a terra. Una prova di forza insomma, un disperato tentativo di apparire sobrio, anche quando al tuo tavolo ci sono tre coppie di gemelli omozigoti che sostengono di essere ciò che diceva Willis.
Le norme prescrittive non finiscono qui, ovviamente, ma si prolungano fino al giorno successivo, quando ti muovi come si muoverebbe un vecchio senza otoliti che ha trascorso gli ultimi sei giorni su una sedia a dondolo, bendato; quando dici al Peggiore se il Cuocone viene e lui ti dice “chiamalo” e tu prendi il telefono, componi il numero e ti risponde il Peggiore e tu resisti faticosamente alla tentazione di domandargli se non è che ti può passare il Cuocone; quando giochi a scacchi su internet e perdi le partite perché ti scade il tempo mentre cerchi invano di muovere un alfiere che poi si scopre essere l’alfiere avversario.
E anche qui, soprattutto, negare, negare qualsiasi avvenimento che ti venga rinfacciato come prova del tuo ridicolo pseudoalcolismo.
Ecco quindi che ieri mattina mi sono alzato pimpante come sempre, anche se a mezzogiorno.
E, come sempre, il mio cervello mi ha stilato un resoconto dell’ultimo stato di veglia, tanto per ricordarmi chi sono, perché lo sono e se ho ucciso qualcuno:
“Ieri sera siete tornati a casa verso verso l’una. Pussycopy è andata a dormire, tu invece ti sei messo a guardare la televisione sul divano. Dopo un’ora circa ti sei messo a letto e hai preso sonno. Ti sei svegliato alle otto del mattino, sei andato in bagno, hai giocato una mezz’ora a scacchi e poi sei tornato a dormire, fino a questo momento.
Note: il vago senso di nausea è dovuto a quel paio di vodka-lemon.
Il cervello”
Capirete dunque il mio sgomento di fronte al broncio di Pussycopy, che ha esordito sostituendo all’usuale “buongiorno!” un sinistro e minaccioso silenzio, prospettandomi poi un probabile futuro onanistico.
Pare che, secondo la sua versione, durante la notte le cose siano andate un poco diversamente.
“Tu sei andato sul divano, giusto? Bene. A un certo punto mi sono svegliata perché l’audio della tv era smodato. Sono venuta a vedere che facevi e ti ho trovato addormentato sul divano, davanti a una roba tipo “Marcellino pane e vino”, ma con l’antenna scollegata. Ti ho detto di venire a letto, tu ti sei alzato ridendo, hai aspettato che me ne andassi e poi ti sei addormentato di nuovo, sempre sul divano. Dopo un po’ sono tornata e questa volta ti ho strattonato, strapazzato, quasi picchiato. Tu sorridevi tenendo gli occhi chiusi. Poi finalmente mi hai dato ascolto e sei venuto a letto, ma era meglio prima, devo dirlo: hai mugugnato tutta notte, lamentando nausea alla vodka e biascicando stupide promesse votive.
Alle sette del mattino ti sei alzato per andare non so dove. Hai acceso tutte le luci, poi ti sei messo a tirarmi per un braccio dicendomi “Alzati! Alzati! Sono le sette!!!”.
Poi ti sei addormentato di nuovo.”
Ovviamente, memore dei preziosi insegnamenti del Peggiore, ho negato e minimizzato. Ho persino cercato d’insinuare l’idea che il barista, offrendomi l’ultimo cicchetto, mi abbia volutamente drogato.
Anche perché non mi è mai successo di fare cose senza poi ricordarmene. Per quanto io beva, conservo sempre una fedele memoria della sbronza.
Come quando a quella festa mi sono prima coricato qualche istante in una pozza di piscio, nel bagno al pianterreno, poi sono stato trasferito dai padroni di casa in quello di sopra. Dieci anni fa, o giù di lì. Ricordo perfettamente che, mentre stavo sonnecchiando con la testa nella tazza, è arrivato un tizio vestito da messicano. Ve lo giuro. Aveva un sombrero a Gennaio, si è sdraiato nella vasca da bagno e mi ha raccontato la sua vita.
È così che ci siamo conosciuti, io e il Peggiore.
O almeno così sostiene.
Anche se, qualche tempo fa, una sera aveva bevuto più del solito e mi ha confessato:
Chinaski: “Ti ricordi come ci siamo conosciuti?”
Peggiore: “Ah ah… sì, certo… eri nella tazza nel cesso e io…”
Chinaski: “… e tu mi hai raccontato la storia della tua vita…”
Peggiore (diventando improvvisamente serio): “Eh?”
Chinaski: “Ah ah… ricordi?”
Peggiore (imbarazzato): “China…”
Chinaski: “Bei tempi…”
Peggiore: “Ehm… io non ti ho mai raccontato la storia della mia vita.”
Chinaski: “Cosa?”
Peggiore: “Sono entrato, dovevo pisciare e…”
Chinaski: “Cosa?”
Peggiore: “… e tu eri lì nella tazza nel cesso.”
Chinaski: “…”
Peggiore (ridendo nervosamente): “Dovevo pisciare, cazzo…”
Chinaski: “Però mi hai spostato la testa, prima, vero?”
Peggiore (serissimo): “Certo.”
Come diventare uno scrittore
Nel 2003 ho spedito a un concorso letterario una mia Opera, intitolata “Come diventare il mio cane”, piazzandomi intorno al 268° posto. Il libro è piaciuto così poco che, invece della solita lettera “la informiamo che la Sua Opera non è stata selezionata tra i finalisti del concorso”, mi hanno spedito un cartoncino senza francobollo con su scritto “Bleah!”.
È l’ultima cosa che ho spedito a chicchessia.
Ieri, però, mi è arrivata una lettera vera. La riporto per intero, commentata.
“Gentile Autore (chiamatemi pure Auctoritas),
abbiamo letto la Sua Opera (come mai adesso è diventata un’Opera?) “Come diventare il mio cane”, trovandola adatta alla nostra linea editoriale (non sapevo ne aveste una). Saremmo quindi interessati alla sua pubblicazione (evviva! Diventerò uno scrittore!), che potrebbe avvenire entro il prossimo Natale.
Per quanto sopra è però indispensabile superare alcune riserve di ordine commerciale (avete riserve di ordine commerciale sulla pubblicazione del mio libro?), dato che – oggi come non mai, e come Lei sicuramente saprà (mica sono stupido) – in un mondo editoriale chiuso a investimenti su autori non ancora particolarmente affermati (togliete pure “particolarmente”. E anche “affermati”, e “autori”… ), e quindi su un pubblico sicuro, i risultati di un’edizione letteraria (condizionati da fattori del tutto estranei al suo effettivo valore (ci mancherebbe. I libri mica vendono in base al valore ) sono assolutamente imprevedibili (però nel caso del mio libro mi potrei anche sbilanciare in un pronostico).
Pertanto, siamo pronti a includere l’Opera nel nostro Programma qualora le sia possibile darci una Sua indispensabile collaborazione (lasciatemi indovinare): e cioè fare acquistare da Terzi presso la Casa editrice (o in alternativa, a Sua scelta, acquistare direttamente (o, se proprio voglio, spedirvi un assegno) un limitato numero di copie del Suo libro (limitato? Allora ne compro sei), al prezzo di copertina (che, scommetto, visto il Valore della Mia Opera, si aggirerà intorno ai 45 euro ). Si tratta di una forma di “collaborazione” relativa soltanto alla prima edizione (bella forza), in quanto l’impegnativa realizzazione dell’Opera (una squadra di amanuensi lavorerà giorno e notte per ricopiarla su pergamena), la pubblicazione e la pubblicità (ah ah. Stavo quasi per accettare) saranno a completa cura e spese della Casa editrice qualunque possa essere il numero delle edizioni e delle copie di eventuali nuove tirature (qualunque. Tipo zero?).”
Siete tanti, voi aspiranti scrittori. Una stima approssimativa (trovata per caso su un sito internet di suonerie per il cellulare) diceva 4.000.000.
Quattro milioni di persone che credono di saper scrivere, che leggono l’ultimo di Baricco e pensano “ah, ma come possono pubblicare questo immondezzaio?”. Si aggirano nelle librerie senza comprare mai niente, stanno lì solo a invidiare, e guardano gli ultimi capolavori dei comici di Zelig pensando che tutti ne sarebbero capaci.
Poverini.
Sono crudeli, gli aspiranti scrittori.
Ora che io, grazie a questa offerta di pubblicazione, sono diventato uno scrittore a tutti gli effetti, capisco quanto ero meschino e pieno di rancore, autosopravvalutato e parziale.
Tuttavia non accetterò, poiché il compenso è troppo basso ( -2000 euro all’anno).
Credo invece che rispedirò la lettera al mittente, informandoli che
“Gentile Casa Editrice,
ho ricevuto la Vostra Lettera e L’ho trovata conforme alla mia linea editoriale, decidendo di includerLa nel Mio Programma di pubblicazione. Ovviamente, lo capite bene, il mercato delle lettere è un po’ in ribasso, ultimamente (senza nulla togliere al valore della Vostra splendida Missiva, che farei incorniciare, se solo mi spediste i soldi per la cornice). Per cui vi chiedo un piccolo contributo in carta che può essere usata per fare baratti con i negozianti. Diciamo venti pezzi di colore verde. Grazie.”
Come diventare pigro
E non “perché diventare pigro?”.
Già chiederselo significherebbe non avere la stoffa, non avere il sangue che invece di scorrere si trascina, ristagna. Citando W. Allen, “il sangue va in giro, conosce, è uno che sa le cose”.
Bene, il mio sangue non sa niente. E manco gli frega, di sapere.
Riguardo alla fatica di diventare qualcosa che non si è già, questo vale per tutto fuorché per due categorie di uomini: i tetraplegici e i pigri, appunto.
A differenza di qualsiasi altra deontologia, quella dell’ozio è quasi del tutto negativa.
Non dovete fare niente, anzi. Dovrete smettere di fare molte cose.
Il primo passo è smettere di preoccuparsi, in generale. Se state in pensiero per le piccole urgenze quotidiane non riuscirete mai a riposare. Che poi, in questo caso, il riposo preceda l’affanno è questione di nessun conto.
Smettere di preoccuparsi significa anche non darsi pena dei particolari, ovviamente.
La forma di esistenza più lontana dal pigro è la donna, specie quando si pettina.
Voi non dovete più badare a simili sciocchezze, da oggi.
Quando uscite dalla doccia, asciugatevi i capelli a spazzolate distratte. Infilatevi la prima cosa che trovate (io ho trecentosessantacinque magliette nere, per intenderci) (e dico sul serio) e poi uscite. Se non uscite è meglio, così non dovrete nemmeno lavarvi o vestirvi, e se non uscite dal letto al mattino non dovrete neppure svegliarvi (spauracchio universale dei pigri).
Il secondo passo è smettere di preoccuparsi della posizione degli oggetti.
Sono gli oggetti i vostri primi nemici. L’asciugamano che cade soffice, mentre uscite dal bagno. La qualsiasi suppellettile che rotola sul pavimento, lontano dal vostro controllo. Soltanto al di fuori della vostra casa siete realmente obbligati a bruciare preziose calorie per recuperare tutto ciò che disseminate nel mondo e di certo non perché dobbiate tenere particolarmente alla proprietà privata, no, è solo che perdere le cose significa doversi sbattere per sostituirle.
Perdere il cellulare significa telefonare al gestore per bloccare il numero e poi andare da qualche parte a comprarne un altro. Perdere il portafogli comporta diverse commissioni burocratiche assolutamente estenuanti. Quindi state attenti: il pigro non è una sottospecie di asceta che si gratta la pancia da mattina a sera (un simile individuo esiste già ed è il mio cane, ma per questo dovete rifarvi al mio precedente scritto Come diventare il mio cane), ma una persona saggia e lungimirante che spreca il minimo di energia indispensabile alla sopravvivenza e al proprio benessere.
Il terzo passo è farsi furbi.
Ma non spaventatevi, non è necessario essere intelligenti: basta fare tesoro dell’esperienza (che notoriamente si archivia da sola, da brava).
Fate sempre la pipì prima di andare a letto. Alzarsi di notte è uno sforzo sovrumano e conosco un pigro che ne è morto.
Non chiedete mai oggetti di qualche utilità che non siano a portata di mano, essendovi il rischio di sentirsi rispondere “perché non vai a prendertelo?” (nel qual caso occorre tossire una risposta incomprensibile e volatilizzarsi sorridendo).
Mostratevi sempre impegnati, in qualche modo. Il mondo prova un naturale disprezzo per chi si trastulla rigirandosi i pollici, quindi tenete sempre a mente un impegno gravoso apparentemente improrogabile, e prorogatelo continuamente. Io ho evitato di sbattermi durante il servizio civile, in questo modo: il primo giorno mi hanno assegnato un compito e così ho trascorso i restanti duecentonovantanove sul punto di svolgerlo, corrucciato.
State alla larga da chi vi chiede favori o commissioni o aiuti: si tratta probabilmente di un pigro che si è fatto furbo e che ha già letto il quarto passo.
Il quarto (e ultimo) passo (sono un po’ stanco) consiste nel trovare una persona che vi mantenga e una persona sulla quale scaricare tutte le piccole, odiose cose da fare. Due persone in tutto, quindi, ma se riuscite a trovarne di più, tanto meglio, e se riuscite a trovarne una per tutte, vi stimo moltissimo. Siccome tale persona, a meno che ritardata, si accorgerà ben presto di essere il vostro fantoccio telecomandato, pigiate sempre sul pedale della compassione mostrandovi inetti e imbranati, costantemente a rischio di morte ogni qualvolta vi muoviate autonomamente.
La gente come si deve ha bisogno di credere che noi pigri siamo degli stupidi incapaci, poco più evoluti di una cocorita domestica, quando invece….
Beh.
Kill Bill Nurburgring Vol 1
Quando Mosé disse al suo popolo “non state lì a farvi degli idoli”, aveva proprio ragione.
Perché, prima o poi, l’idolo ti delude. Prendete ad esempio i fratelli Coen, che han fatto film prelibati uno sull’altro e poi quando son venuti fuori con Prima ti sposo e poi ti rovino tutti giù a dire va che beeeeelllooooo!, anche se faceva cagare il cazzo.
Io ci ho messo tre anni a capire che faceva cagare il cazzo, perché prima avevo sugli occhi idolatranti fette di prosciutto catarifrangenti, e il mio lucido pensiero gli rimbalzava contro, perpetuo.
Oppure Tarantino, che è bravo, sicuro, però Kill Bill vol I più che un film è un immondezzaio, altro che opera di un genio. Ché se uno stronzo potesse fare la cacca, il risultato sarebbe Kill Bill vol I, preciso.
Ma tutti a tirar su delle scuse. Le citazioni, il film di genere, il fatto che il fatto che non faccia ridere era esattamente nell’intento degli autori. O piangere. O quello che volete.
Anche il fatto che facesse schifo, intendo. Eyes wide shut faceva schifo, ma siccome è stato Kubrick, allora faceva schifo per un fine più alto, al di sopra della possibilità di comprensione dell’uomo medio. Poi Kubrick è morto e, quando l’idolo muore, a criticarlo si rischia la stessa fine.
Ma non pensate che l’idolatria colpisca soltanto le persone sprovvedute. È una tendenza del genere umano, non fa sconti a nessuno. Così, capita anche a intelletti superiori, come il sottoscritto, le teenager e Pussycopy.
Pussycopy soffre di un’idolatria a breve termine, nel senso che ogni due o tre mesi si sceglie un qualche personaggio più o meno famoso e decide che quello lì è Dio, punto.
Per me che sono il suo ragazzo la cosa non è tanto disturbante, perché capite bene che adorare Edward Norton è una cosa piuttosto comune. Ma quando l’idolatria di Pussycopy punta gente come ad esempio Bill Nurburgring (una persona certamente squisita e talentuosa, famosa soprattutto su Urano), allora divento sarcastico e nervoso.
Comprenderete quindi la mia difficoltà nel farle capire che, per come la vedo, questo tizio vale meno di... che so?... Max Euwe.
Appunto.
Tuttavia, non c’è proprio verso. Una volta scattato il meccanismo, Bill Nurburgring diventa parte integrante delle mie giornate, sovrastandomi e sovrascrivendomi.
Così, dovete immaginarmi mentre cerco di catalizzare la di lei ammirazione, che però legge certi strabilianti scritti mostrando lo stesso entusiasmo che proverebbe per una biopsia duodenale. Al che io mi dico “è molto esigente, in fondo”, salvo poi vederla in estasi per due righe scritte da quell’altro, magari a proposito di un detersivo.
Per cui penso che non ci sia molto da fare. È inutile sforzarsi di superare un idolo mistico venerato religiosamente: scrivessi la Divina Commedia, inventassi un marchingegno per il moto perpetuo o dimostrassi matematicamente l’esistenza di Dio, sarebbe niente in confronto al più infimo peto cerebrale di Bill “chi cazzo ti conosce” Nurburgring.
Chinaski: “Tesoro, senti qua! Ho composto un quartetto per flauti dolci e ho insegnato al mio cane a suonarlo bendato, a due zampe!”
Pussycopy: “mmm…”
Bill Nurbugring: “Ehi, sentite qua (alza una gamba a mezz’aria):
Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrraaaack!!!”
Pussycopy (scuotendo ipnoticamente il capo): “Un genio.”
La guerra dei tonti
Mentre guardavo l’ennesimo film sugli stupidi alieni che cercano invano di conquistare gli stupidi umani, mi sono venuti in mente alcuni temi fondamentali.
La situazione è più o meno questa: mastodontiche forze extraterrestri, solitamente più evolute e più intelligenti dei sottoscritti, percorrono migliaia di anni luce per venirci ad ammazzare, chissà per quale ragione. La ridicola superbia che caratterizza la nostra razza di solito ci fa pensare che, se devono venire, vengono perché invidiosi (de che?) oppure a corto di risorse (tipo l’amianto?). A volte vengono perché curiosi di conoscerci (le intelligenze aliene sono attratte da esemplari come Maurizio Costanzo e, clinicamente parlando, da Giuliano Ferrara, in quanto la loro scienza all’avanguardia non riesce ancora a spiegare come possa rimanere in vita, senza strozzarsi con la ciccia), ma in quel caso siamo noi, a sterminarli (in tutti i casi, volevo dire). Hanno grandi astronavi fatte di un materiale portentoso che si trova soltanto all’Ikea di Plutone, un materiale assolutamente indistruttibile, che riusciremo però a distruggere. Hanno corpi essenziali dotati generalmente di una struttura esile e una grande testa piena di connessioni neuronali amalgamate da un liquido appiccicaticcio marmellatoso; alieni intelligentissimi dunque, che riusciremo però a fregare come vecchi pensionati beoti. E poi occhi a mandorla (tuttavia uno studio dell’Università di Casalpusterlengo ha stabilito che, dal 2010, gli alieni avranno la carnagione scura, se la prenderanno con i nostri maiali e invece di bombardarci si lanceranno direttamente sugli edifici presidenziali con la nave madre, grande quanto il Massachusetts), bocche sottili e filamenti che fungono da sonde (gli alieni cercano sempre di infilarci qualcosa dentro. Chiaro simbolo omofobico).
Ma a parte tutte queste sciocchezze, c’è una cosa che davvero mi pare grottesca e assolutamente idiota: queste creature così evolute, equipaggiate e spietate, si fanno in lungo e in largo l’universo, oscurano i nostri cieli con spaventose mega-astronavi, ci tolgono la corrente e rapiscono le nostre donne (per violentarle, si suppone, poiché hanno sentito che qui al massimo si prendono un anno di carcere) e poi cercano di ucciderci, come?
Con armi poco più potenti di carabine, e che colpiscono individualmente.
Quanti siamo, 6 miliardi? Si capisce subito che non faranno mai in tempo, prima dell’inizio del secondo spettacolo.
Ma non erano intelligenti?
Ci siamo riusciti persino noi, con la bomba a neutroni che uccide le persone e risparmia gli edifici, e non ci hanno pensato questi sorprendenti conquistatori alieni? Ammesso che vogliano tenersi il pianeta, è ovvio, ma perché sarebbero venuti, altrimenti? Ci sparavano un missile di ottocento fantastilioni di megatoni, e buona notte al secchio.
Per non parlare dell’effetto grottesco che certi film catastrofici hanno sullo spettatore sottoscritto:
Film: “LA TERRIBILE MINACCIA DELL’ESTINZIONE DEL PREZIOSISSIMO GENERE UMANO! WOLOLO!”
Chinaski: “…”
Ma il problema è sempre il solito: il dannato lieto fine.
Quest’estate mi cercherò una bibliografia che tratti della questione, siccome davvero io non riesco a capire perché ci risulta tanto difficile rinunciare a un meccanismo prevedibile e noioso.
È soltanto un film, in fondo. Fatemi vedere qualcosa che non conosco.
Eppure, ci è caduto anche Tim Burton, con il suo splendido e quasi perfetto film sull’attacco marziano.
Arrivano, sono perfidi e astuti, ci ammazzano senza scopo alcuno, tranne il disprezzo. E quando manca solo un’immagine panoramica di un pianeta deserto, in un coerente e maestoso finale tragico, ecco che ci salviamo ancora, per il rotto della cuffia, grazie al solito colpo di culo.
Ma io me l’immagino, com’è andata la cosa.
Tim Burton: “Allora, che ne pensa?”
Hollywood: “Uhm… non è male. Però va cambiato il finale.”
Tim Burton: “Come, cambiato? Cambiato che?”
Hollywood: “Nessuno vuole vedere un film dove il genere umano viene sterminato. La gente va al cinema per distrarsi, non per vedersi sterminare.”
Tim Burton: “Ma è soltanto un film!”
Hollywood: “E tu saresti soltanto un disoccupato!”

Memento
Come sempre, le code ti permettono di osservare clinicamente la razza umana.
Questa mattina stavo in farmacia e davanti a me c’era un tizio di mezza età e poi una donna con bambina appresso. Il tizio parlava a voce bassissima ma la farmacista fortunatamente fungeva da eco distorcente amplificata. Lui bofonchiava incomprensibili ultrasuoni, lei ripeteva ad alta voce, calcando le parole chiave.
Farmacista: “Buongiorno, mi dica.”
Tizio: (fruscio sommesso, schiarita faringea, gesticolare lento)
Farmacista: “Cerotti medicati per ascesso purulento?”
Tizio: (colpo di tosse, sibilo, impercettibile borbottio)
Farmacista: “Genitali?”
Tizio: (rantolo!)
A parte una ragguardevole serie di domande su come le persone possano procurarsi certe bizzarre malattie, il vero problema che mi assillava era l’attesa. Il tizio si era trovato bene con un cerotto e, siccome i malati sono generalmente conservatori e paranoici, il tizio voleva solo e soltanto quello, cascasse il mondo. La paziente farmacista gli ha mostrato almeno sei diversi tipi di cerotti medicati, ma lui non sapeva distinguere, ricordava soltanto un dettaglio della confezione e ripeteva ossessivamente: “scatola blu, mi pare”. La farmacista, essendo preparata a simili inconvenienti, con un pizzico di psicologia è riuscita infine a convincerlo a provare un nuovo tipo di cerotto.
A questo punto è venuto il turno della donna con bambina appresso, ed ecco qui l’evidenza del meccanismo: sicuramente, durante il precedente episodio di rimbambitismo, tutti avevano pensato “grazie a Dio non sono un vecchio e scemo rompipalle infetto”. Ma quando si arriva al bancone, tanta sicurezza svanisce, lasciandoci in preda agli inconvenienti della sempre impietosa prova empirica.
Donna: “Vorrei uno spray per infezioni nasali” (voltandosi leggermente verso di me) “… è per la bambina.”
Farmacista (andandosene a frugare tra gli scaffali): “Dunque, mi lasci vedere… uhm…”
Donna: (agitandosi): “Me ne dia uno qualunque… è per la bambina.”
Farmacista (sempre più frugando): “Spray, ha detto?”
Donna (sudata e frettolosa): “Eh? Sì, sì! Ma guardi, uno qualsiasi… mi dia quello che ha in mano.”
Farmacista (sorpresa): “Questo? Ma questo è un dentifricio antitartaro.”
Donna: (imbarazzata ma preoccupata): “Ah… bene. Allora niente… senta… lasci stare…”
Farmacista : “Eccolo qui.”
La donna paga lo spray e fugge.
Vedete come la paura di sembrare seccanti rincoglioniti può trasformarci in grotteschi psicotici.
Non soltanto la paura, a dire il vero.
Infatti il problema è che andiamo a comprare ciò che ci serve senza saperne niente. Vogliamo una medicina ma non ci preoccupiamo di ricordarci come si chiama, confidando nella nostra capacità d’improvvisare una soluzione adeguata, alla bisogna. Ma questa capacità non esiste, è soltanto una proiezione del nostro ego raffazzonato, autosopravvalutato.
Per cui, non restano che due soluzioni: diventare precisi e calcolatori, rassegnandosi a soffocare sommersi da appunti e annotazioni varie, oppure continuare a vivere a cazzo di cane, senza preoccuparsi degli eventi, prendendola come viene. In questo caso, però, ricordate di mantenere la calma: qualsiasi cosa succeda, era esattamente ciò che volevate, compresa la morte.
Chinaski: “Salve. Mi hanno detto di prendere dei cerotti.”
Farmacista: “Sì, come li vuole?”
Chinaski (pensando al più diffuso concetto di cerotto): “Grandi.”
Farmacista (mostrando specie di tovaglioli adesivi mastodonti): “Eccoli.”
Chinaski (impassibile): “Questi sono i cerotti grandi?”
Farmacista: “Sì.”
Chinaski: “Vorrei dei cerotti piccoli.”
Farmacista (mostrando minuscoli frammenti porosi ): “Ho questi.”
Chinaski (impassibile): “Esiste una terza misura?”
La farmacista srotola sul bancone un inverosimile campionario di scatole di cerotti.
Chinaski: “…”
Farmacista: “Quindi?”
Chinaski: “Benissimo. Li prendo tutti.”