18 etico
Stamattina mi sono alzato alle 6:15 per colpa di un esame.
Mentre stavo sotto la doccia con una brioche alla marmellata in bocca, intingendo una saponetta alla malva in una tazzina di caffè al bagnoschiuma, ho cercato di ricordare l’ultima volta che mi sono alzato alle 6:15, e per quale insospettabile motivo, ammesso che ve ne sia alcuno.
Mentre guidavo con gli occhi chiusi lungo una strada che dovrebbero darmi la laurea solo per quanto la so a memoria, Pussycopy dormiva, lì a fianco, beata.
Poi, soddisfatto per essere arrivato finalmente in anticipo dopo quasi dieci anni di pigri ritardi dovuti a un traffico immaginario, mi sono acceso una sigaretta fissando impassibile il dipartimento chiuso, probabilmente spiazzato dal mio insolito tempismo.
Quando poi sono entrato, puntuale per la prima volta da quando esiste l’orologio, e ho scoperto che, per la prima volta da quando esiste l’alfabeto, non avrebbero fatto l’appello, mi sono reso conto di essere vittima di un meccanismo stritolante degenerativo concepito da Dio medesimo, o dal Rettore Magnifico.
Immaginate dunque la mia espressione incredula quando la professoressa è uscita dichiarando che no, non ce l’avrebbe fatta, rimandando così l’esecuzione all’ora quinta pomeridiana, ma anche prima, forse, tenendomi quindi sospeso fino a dopo pranzo, che però si è svolto eccezionalmente alle undici del mattino, e al quale ha fatto seguito una delle più scoppiettanti scariche diarroiche da che l’uomo ha inventato la carta igienica, ma evidentemente prima che inventasse il sapone per le mani, reperibile soltanto nel bagno delle femmine, che se gli togli i cosmetici si mettono a piangere.
Vista la giornata, ho preferito dunque evitare una sicura denuncia per molestie, pensando che, in fondo, era tutta farina del mio sacco.
Tornando poi in sala d’attesa, di fronte all’esorbitante richiesta di risarcimento da parte di Pussycopy, per l’ammontare di 15 Winnie Pooh travestiti da altri animali, esclusi doppioni, ho pensato a quale simpatica beffa si prospettava in caso di bocciatura, considerando inoltre che mi è venuta in mente la risposta alla precedente domanda, ché io non mi sono mai alzato, alle 6:15 del mattino, neanche per andare in bagno.
E così, anche se Pussycopy sostiene che l’idea sia sua, ho pensato questa cosa, di entrare dalla professoressa e dirle:
“Senta, io ho studiato. Guardi i libri, eccoli qua. Lo charivari, le bande giovanili, gli araldi, il trionfo e il gesto. Gesù che bacia in bocca San Bernardo. Ho studiato, dico davvero. Ho studiato la riforma ortodossa e protestante e cattolica, e io sono ateo, per giunta. Guardi i libri, la sottolineatura. Non ci crede? Guardi, guardi qua: mi sono filmato. Le ho portato delle vhs che testimoniamo la mia buona lena.
Ora, io potrei aspettare fino a stasera, altre cinque ore di torturante attesa, entrare, sostenere l’esame e magari lei mi boccerebbe. Ma tornerei, tornerei alla morte e alla fine prenderei 29 o magari 30.
Però, ecco… facciamo che lei adesso mi firma un 18 in bianco, sulla fiducia. Tanto, non era questo il senso della cosa? Darmi un premio perché, invece di andare a fare un tuffo in piscina, mi rovinassi la vita?”
Voi cosa rispondereste a una simile, disarmante filippica? L’avrei certamente spuntata.
Mancavano però le videocassette, così ho dovuto accontentarmi di rimandare l’esame a domattina.
E domattina, in caso di bocciatura, prima di andarmene la guarderò negli occhi e le dirò, indignato:
“Bene, me ne vado. Ma non finisce qui. Io sono Chinaski, che lo sappia. Sono iscritto a questa università da prima che lei prendesse il diploma. Gliel’ho pagata io, questa bella scrivania. E la poltrona su cui sta seduta, anche quella. È comoda, vero? Una retta sull’altra, ho pagato ogni singola suppellettile di questa stanza. Compresa la penna con cui ha firmato la mia insufficienza.
Se ne ricordi, la prossima volta.”
Tutti figli di Jarno
L’estate è cominciata. State per andare al mare? State per andare al mare in Abruzzo?
Bene. Prendete il treno.
Se invece amate l’avventura, stampate questa guida e tenetela nel cruscotto, sempre a portata. Non vi servirà a evitare il peggio, ma vi aiuterà a capire che cosa vi ha colpito.
Concetti generali sul traffico abruzzese
- L’automobile è un mezzo per spostarsi da un punto A a un punto B, in un tempo non inferiore al tempo che impiegherebbe Jarno Trulli se guidasse la propria F1 in pieno centro, ubriaco.
- Gli ostacoli che si trovano sul proprio tragitto possono essere superati sia a destra che a sinistra e, in certi casi, addirittura scavalcati o fagocitati. Se troppo lenti, è lecito spingerli con adeguati colpetti di paraurti.
- Tutti gli spazi liberi vanno utilizzati, fatta eccezione per i marciapiedi. I marciapiedi sono popolati dai terribili pedoni abruzzesi, notoriamente irascibili, armati e vendicativi.
Rotonde
Tutti saprete come funziona una rotonda, quindi non ve lo spiego. Se non lo sapete, allora dovete assolutamente venire a vivere in Abruzzo.
Innanzitutto, chi è in rotonda non ha la precedenza. E nemmeno chi vuole immettersi in rotonda. Il concetto di precedenza è troppo macchinoso perché possa funzionare davvero.
Qui si usa la precedenza di scortesia: passa chi per primo manda l'altro a fare in culo.
In caso di scontro, si veda il paragrafo sugli incidenti, poco più avanti.
Strisce e semafori pedonali
Le strisce pedonali significano “via libera: dare gas”. In caso di presenza di uno o più pedoni sulle strisce, passa chi è più veloce, e non siate così ingenui da pensare che un’automobile è per forza più veloce di un pedone abruzzese.
In caso di investimento del pedone, bisogna differenziare due casi distinti:
1) investimento di civile: nel caso investiate un civile, ripassatelo due o tre volte avanti e indietro, assicurandovi che sia morto. In caso contrario vi aspetta una faida e, se non siete originari dell’Abruzzo, significa cento contro uno. Lassù al nord, infatti, a nessuno dei vostri parenti gliene frega un cazzo. Ma qui è diverso.
2) investimento di pastore: i pastori sono rari, in città, ma possibili. Nel caso abbiate messo sotto un pastore, beh, che vi posso dire? Non scendete dall’auto, mai, per nessun motivo.
Nota: il pedone abruzzese non riconosce il nostro sistema di simboli. Non pensate di vincere una diatriba dicendo “lei aveva rosso”, perché non capirebbe. Riporto qui sotto una breve legenda:
Semaforo verde: attraversare.
Semaforo giallo: attraversare adesso.
Semaforo rosso: attraversare adesso, di prepotenza.
Se il pedone siete voi, non fermatevi mai ad aspettare il verde. Vi suonerebbero (in Abruzzo anche i pedoni suonano il clacson).
Divieto di sosta
Difficile scorgere un divieto di sosta, perché di solito ci hanno parcheggiato una macchina sopra.
Limiti di velocità
Forse non hanno capito bene. Forse non gliene frega niente. Fatto sta che i limiti sono visti al contrario, sottosopra. Si parte da “strada sulla quale bisogna procedere almeno a 50 all’ora” in su. In autostrada i 130 si fanno solo in corsia d’emergenza.
Semafori per automobili
Il semaforo rosso per automobili è l’unico che viene sostanzialmente rispettato, anche se con qualche differenza rispetto al resto del mondo: quando scatta il verde contate fino a dieci e poi partite. Durante quei dieci secondi noterete che le altre macchine continuano a passare, indisturbate. È un’usanza molto radicata, sebbene controversa. Sempre durante quei dieci secondi, infatti, noterete che un energumeno privo di incisivi si sta avvicinando sornione al vostro veicolo. Di solito non arriva in tempo ma, in caso contrario, partite senza indugio: un incidente è sempre meglio, ve lo assicuro.
Incidenti e contenziosi
In caso di incidente dovreste chiudervi nel veicolo e fingere un malore. Ma di solito qui si scende dall’auto e si decide chi ha ragione prendendosi a botte. Nemmeno stampano i fogli di constatazione amichevole, mentre chiamare i vigili è considerato un atto profondamente vile (non vedono di buon occhio le forze dell’ordine, come saprete).
Ovviamente chi tampona non ha sempre torto. Come chi viene da destra non ha la precedenza.
Se non avete fiducia nelle vostre capacità gladiatorie, scendete sventolando una mazzetta di banconote o, se ne avete, una mazzetta di arrosticini, che sono la seconda valuta corrente.
Come avrei votato se, invece di andare alle urne, non fossi andato al cinema
1) crioconservazione degli embrioni soprannumerari
No.
Essendo contro gli esseri umani, mi oppongo a qualsiasi pratica che possa aumentare le possibilità di conservazione o incremento della specie, come la clonazione terapeutica, la ricerca scientifica e le tecniche di riproduzione artificiale. Ma anche quelle di riproduzione naturale. Sono per un uso feroce dei contraccettivi, meglio se uno sopra all’altro, e sogno l’obbligo della vasectomia battesimale. Facciamo l’amore finché ci pare e poi estinguiamoci per sempre, allegramente, tutti insieme.
2) eugenetica e salute della donna
No.
Perché sono contro la fecondazione, in generale. Riguardo all’eugenetica (se non sapete di che si tratta vi consiglio di interrompere immediatamente la lettura di questo blog e farvi criosterilizzare dal vostro partner con un trinciapollo), beh, diamine!, che senso ha mettere al mondo un individuo sapendo, prima che nasca, che nascerà handicappato? Ma lo sapete quanto costa mantenere un handicappato? Avete mai provato a insegnargli a giocare a risiko? A convincerlo che i carri armati non sparano davvero?
Ma forse non ho capito la domanda, e me ne scuso.
3) diritti dell’embrione
Sì.
Secondo il comitato per il No, l’embrione gode degli stessi diritti di una persona. Ma se questo è vero, allora facciamogli pagare le tasse, Dio buono. E poi, quale sarebbe il suo codice fiscale? E perché non risponde mai al telefono? Lui come avrebbe votato?
Non mi pare che la cosa abbia senso.
A quando una lotta per i diritti dello spermatozoo?
E poi così si risale all’infinito. Feto, embrione, spermatozoo, pene, uomo, famiglia, razza, razza umana, uovo cosmico, Dio: un referendum per ciascuno. Sapete quanto costa un referendum? Tanto.
Comunque più di un preservativo.
4) fecondazione eterologa
No.
Nessuna coppia deve accedere alla fecondazione eterologa, ovviamente. E nemmeno a quella omologa, ammesso che esista. Nessuna coppia deve accedere a nessun tipo di fecondazione, insomma. Tranne le coppie omosessuali. Io combatto perché gli omosessuali possano avere figli. A patto che riescano a fecondarsi autonomamente, nel loro salotto, da dietro.
(Dopo l’ultima battuta potreste pensare che sono anche contro gli omosessuali. In verità, la questione è mal posta poiché significherebbe ammettere la possibilità di essere anche a favore, il che però suonerebbe come dire “sono a favore delle persone con le lentiggini”. Il che potrebbe far pensare che io consideri l’omosessualità un accidente particolare e naturale.
In effetti è così. Di sicuro non è una malattia perché, se lo fosse, qualcuno dovrebbe spiegarmi come si contrae.
Chinaski: “Dottore, mi sento strano. Che cosa dicono gli esami?”
Dottore: “Sembra che si sia preso una brutta omosessualità, signor Chinaski.”
Chinaski: “Uh, davvero?”
Dottore: “Sì, è in giro. Ma non si preoccupi. Due pillole di questo e le passerà tutto.”
Chinaski: “Antibiotico?”
Dottore: “Bromuro.”)
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto non viene aggiornato periodicamente. E in quanto non ci sono giornalisti. E nemmeno una redazione. E soprattutto non c’è un giornale.
Ci sono io che scrivo le cose che penso mentre sono sul cesso. Nient’altro.
Anzi, questo blog non rappresenta i pensieri del suo autore, in quanto il suo autore non pensa niente, non sa niente, sa di non sapere niente proprio come Socrate ma, a differenza di Socrate, ritratterebbe qualsiasi affermazione senza pensarci due volte.
Questo blog rappresenta i pensieri di un mio amico che, però, a sua volta, non rappresenta una testata giornalistica.
Questo blog non rappresenta il suo autore. Anzi, questo blog e il suo autore sono spesso in disaccordo. Questo blog è cinico, nichilista e presuntuoso. Il suo autore pretenderebbe di esserlo altrettanto e, proprio per questo, non vuole essere rappresentato, soprattutto da una pagina html gratuita frequentata da un paio di centinaia di persone che hanno questi blog che non rappresentano testate giornalistiche.
Questo blog non rappresenta i lettori di destra e nemmeno quelli di sinistra, o altri. Questo blog non rappresenta i propri lettori, punto. Tranne uno, che sia chiama Roberto. Che saluto (Ciao, Roberto).
Questo blog non rappresenta niente, a parte un mucchio di battute che non fanno ridere e di cose serie che vengono prese per battute che fanno ridere, per cui capita spesso che qualcuno mi scriva adirato perché ho insultato una certa categoria mentre io stavo solo scherzando e altri che mi scrivono per dirmi “fica, quella battuta” mentre io dicevo sul serio e insomma, non ho ben capito se il mio umorismo è troppo intelligente o se i miei lettori troppo stupidi per capirlo. Che poi è la stessa cosa, ma decidete voi se dico davvero o se vi sto prendendo in giro.
Una volta dei tizi mi hanno dato un blogriconoscimento perché scrivo un blog intelligente e altre volte altri tizi hanno detto che scrivo un blog stupido e ignorante.
Questo blog non rappresenta un blog, volevo dire. Infatti non è un diario e non è personale e non si possono lasciare commenti e il suo autore non va ai blog-raduni.
Infine, e vengo al dunque, questo blog non rappresenta un tostapane.
Brad Pit for Dalai Lama
La videocassetta di “Sette anni in Tibet” (la storia di un fotomodello americano che, nonostante l’opposizione dei malvagi monaci buddisti, riesce a fabbricarsi un completo firmato e a trasformare il Dalai Lama in un idiota qualsiasi) non sembra proprio volersene andare da casa mia.
Dopo averla noleggiata dal mio rivenditore di fiducia, io e Pussycopy l’abbiamo vista con grande interesse (è un film che fa pensare, indubbiamente. Il fatto che Brad Pitt, dopo anni di prigionia e peregrinazioni sulle montagne tibetane, ritorni perfettamente in sesto con un semplice bagno in una tinozza è probabilmente un’allegoria delle possibilità di rigenerazione offerte dalla città santa, Lhasa. A meno che la tinozza non rappresenti il cervello del regista, con Brad Pitt al centro e tutta quella schiuma intorno) e poi, una volta terminato, l’ho personalmente estratta dal video e poggiata con cura sul pavimento, quasi completamente riavvolta, ripromettendomi di restituirla.
Ma la cassetta, contenendo un film così spirituale e misterioso, sembra dotata di volontà propria e rifiuta di lasciare la mia stanza.
Prima di tutto, si è nascosta dietro la poltrona. So che suona stupido ma è successo.
Io l’avevo lasciata proprio sotto il videoregistratore e quella si è non so come spostata di qualche spanna, fino a nascondersi alla mia vista.
Così, l’ho dimenticata.
Dopo quattro giorni, mentre ero in macchina e guardavo la rassicurante luce del semaforo a un incrocio, un’immagine fastidiosa ha turbato la mia pace: una custodia vhs bianca e rossa, con un numero di telefono in basso e un film dentro.
Chinaski: “Il film sul Tibet!”
Pussycopy: “Ehm?”
Chinaski: “L’abbiamo riportato?”
Pussycopy: “Uhm…”
Chinaski: “No!”
Torno a casa e mi precipito sulla cassetta. Poi guardo l’ora e mi accorgo che è troppo tardi, ma decido di non correre più rischi e la posiziono sulla scrivania, in bella vista.
Il giorno dopo me ne dimentico ancora. Poi me ne ricordo. Poi me ne dimentico di nuovo.
Noto che la cassetta si è ricoperta con un tovagliolo e un pacchetto di sigarette.
La disseppellisco e la metto al centro della scrivania. Qualche ora dopo la trovo sul divano, sotto una maglietta.
Decido quindi di farla stare in piedi, come un monolito al centro della scrivania.
Finalmente quindi riesco a portarla in macchina e, una volta arrivato al negozio, scendo, entro e compro un cd musicale, nient’altro. Tornato a casa, in garage, mi soffermo a fissare la cassetta, che mi guarda sorniona.
Inizialmente pensavo fosse una specie di magia buddista, un sortilegio malefico per diffondere il messaggio del film (se scappi dall’Europa perché c’è la guerra, ovunque tu vada troverai una guerra più grande. Quindi rimani dove sei, imbraccia lo schioppo e spara all’impazzata) a tutto il mondo. Ma poi ho fatto appello alla mia ragione, alla mia fede nella scienza e ho pensato che se il dottor Freud fosse qui, saprebbe rintracciare in un secondo la causa psicologica di questa reiterata dimenticanza.
Freud: “Lei sostiene di possedere una cassetta che non vuole essere restituita.”
Chinaski: “Esattamente, dottore.”
Freud: “E mi scusi, che cosa è una cassetta, di preciso?”
Chinaski: “Faccia finta che sia un libro.”
Freud: “Ma lei ha detto cassetta, poco fa.”
Chinaski: “Volevo dire libro.”
Freud(appuntando qualcosa su un quaderno): “Mmm… interessante. Allora, di che parla questo libro?”
Chinaski: “Del Tibet.”
Freud: “Lei è mai stato in Tibet?”
Chinaski: “No. Pensa che subconsciamente io desideri andarci?”
Freud: “Eh?”
Chinaski: “Crede che voglia andarci?”
Freud: “Non so. Lei vuole andarci?”
Chinaski: “No.”
Freud: “Allora qual è il problema?”
Chinaski: “Il libro, dottore… non riesco a riportare il libro.”
Freud: “Se vuole lo riporto io.”
Chinaski: “Uh, davvero?”
Freud: “Ma certo.”
Chinaski: “Grazie tante!”
Freud: “Fanno 34 scellini.”
Hoc est sim sala bim
Nel XVI secolo i riformatori della religione cristiana non riuscivano a trovare un’interpretazione soddisfacente per tutti della frase pronunciata da Gesù durante l’ultima cena “questo è il mio corpo”, mentre porgeva un pezzo di pane agli apostoli.
Molti protestanti, in particolare, non ritenevano possibile che pane e vino si tramutassero in corpo e sangue di Cristo, pur mantenendo l’aspetto di pane e vino (in effetti, non avevano tutti i torti. Ma secondo il teologo polacco Andry Kustowski Gesù era un tipo molto spiritoso e faceva spesso giochetti di questo genere, soprattutto quando veniva fermato dalle guardie romane e trovato in possesso di stupefacenti).
Andreas Karlstadt tentò una soluzione incentrandosi sul termine “questo”.
Egli sosteneva che Gesù non stesse riferendosi al pane che teneva in mano bensì al proprio corpo.
Martino di Lofenbach trovò molto interessante questa soluzione del problema, condivise l’idea che Gesù non si riferisse al pane ma, sottolineò, nemmeno al proprio corpo. Propendeva invece più per del rosmarino che stava lì sul tavolo, vicino all’apostolo Paolo (fondò dunque un nuovo ordine, i Rosmariti, imponendo loro di mangiare soltanto rosmarino per tutta la vita. Venne bruciato nel 1523).
Zwingli si concentrò invece sulla parola “è”, sostenendo che in realtà Gesù volesse dire “significa”. Riccardo Bruegel propose invece di sostituire alla parola “corpo” la parola “pane”, ma Zwingli obiettò che in questo modo Gesù avrebbe detto “questo è il mio pane”, porgendo un pezzo di pane, e ciò lo faceva sembrare un deficiente, per non parlare dell’incalcolabile perdita mistica ed economica a danno della chiesa. Tommaso Lampar propose allora di sostituire alla parola “corpo” la parola “deltaplano”, ma venne bruciato.
Si scatenò quindi un putiferio quando Giovanni da Modena sostenne che la parola più importante della frase di Gesù era “mio”. Questo configurava l’eucarestia come il peggior atto sacrilego della storia umana. Giovanni stava per essere portato al rogo, ma venne salvato dal solito Zwingli, il quale disse che “in realtà Gesù intendeva dire vostro, quando diceva mio”.
La folla inferocita si placò, ma cominciò a guardare Zwingli con sospetto. La prova arrivò nel 1527, quando Zwingli cercò di convincere il vescovo di Colonia che, in realtà, con la parola “corpo” Gesù intendeva dire non “corpo”, ma “Zwingli”.
La frase completa del teologo era dunque “questo è il vostro Zwingli”.
Poco prima che una folla accigliata lo linciasse sulla soglia di casa, l’attenzione dell’intera Europa si concentrò sulla formidabile scoperta di un monaco irlandese, Agilulfo da Chieti, il quale trovò una versione alternativa del passo evangelico dove Gesù porgeva agli apostoli un pezzo di carne, invece di un pezzo di pane e nella quale la frase esatta pronunciata dal Cristo suonava all’incirca “questo è il mio porco”.
La Chiesa di Roma, dopo aver vagliato brevemente l’ipotesi di celebrare la messa con una costoletta di maiale, ritenne più semplice bruciare Agilulfo.
Elogio della guerra
Dopo aver visto Braveheart (la storia di un piccolo manipolo di esibizionisti, tifosi dei Rangers Glasgow, che stermina il maestoso esercito inglese, non si sa come) mi sono definitivamente risolto a favore della guerra.
Guerra è bello, come testimonia anche il termine latino.
E lo è per svariati, incontestabili motivi.
Per prima cosa, la guerra è la normale scaturigine dell’animo umano. Siamo per natura rissosi, stizzosi, vendicativi, violenti, antipatici, cattivi e maneschi. Perlomeno io.
Subiamo un torto, e la reazione istintiva sarebbe quello di porvi rimedio con un torto grande il doppio. E invece che cosa ci hanno insegnato i preti e i pacifisti? A tenerci tutto dentro, macerandoci nel rancore.
Io dico invece: esterniamo i nostri sentimenti, senza vergognarci.
Il vicino ruba le pesche dai rami del vostro albero confinante?
Bene, ditegli schiettamente cosa ne pensate: prendete una siringa, riempitila di veleno per i topi e iniettatelo direttamente nei frutti, senza essere scòrti. Soltanto questo vi darà la giusta soddisfazione, rendendovi una persona compiutamente felice.
Secondo, la guerra è un’attività sana che si conduce all’aria aperta.
Siamo bestie, in fondo. Animali che si credono intelligenti solo perché riescono a stare in piedi e a scrivere sonetti. Ma ci avete fatto caso? Niente funziona. Tutti gli accidenti tecnologici si rompono al primo giorno. La ricerca fa schifo ed è soltanto un perdita di tempo: se fossimo davvero una specie intelligente il raffreddore sarebbe ancora un male incurabile? Se un organo si ammala, tutto quello che riusciamo a pensare è di sostituirlo con un altro, scalcato da un morto. Niente male davvero, dopo oltre duemila anni di studio.
In realtà, siamo animali incapaci. Quindi il nostro posto è nei boschi, nelle radure, in riva ai fiumi. Ben vengano le bombe (quelle sì, intelligenti) che distruggono le case e i palazzi. Noi le disprezziamo, quando esse ci rendono liberi.
Terzo, e qui veniamo al sodo, la guerra ha la non trascurabile proprietà intrinseca di comportare la cancellazione della razza umana. Il che sembra contraddittorio, lo ammetto. Ma sembra soltanto. In realtà, nessuno ha mai detto che dobbiamo realmente preoccuparci delle future generazioni. Si fottano, io dico. Neanche esistono e già ci rompono il cazzo.
Dovremmo consumare meno acqua, meno carta, meno benzina. Dovremmo spegnere l’automobile quando siamo in sosta in un piazzale (e l’aria condizionata? Chi me la fa funzionare? Dovrei tenere un compressore portatile sotto il sedile?), stare attenti a dove gettiamo le batterie e le spore. Dovremmo riciclare i rifiuti.
Quando ci chiederanno di conservare o mangiare le nostre feci?
No, io dico che il nostro tempo è adesso: godiamocelo tutto. Imbrattiamo e sfruttiamo questo pianeta fino al midollo e poi, quando avremo finito, troviamoci tutti in un grande campo bruciato, come ai luminosi tempi del Medioevo, facciamo le squadre come i ragazzini, e poi diamocele di santa ragione, finché nessuno resta in piedi.
(L’ultimo superstite dovrà resistere alla tentazione di svignarsela, e suicidarsi stoicamente).
Datemi dunque ascolto, amici: armiamoci fino ai denti, e ammazziamoci tutti.

Liquefazione di un passerotto cristalloide
Procedevo a una velocità di 14 chilometri orari sulla mia cyclette, quando il telefono cominciò a suonare. Colai giù dalla sella come sciroppo, sgocciolando fino al ricevitore.
“Pronto?”, dissi, ma era il fruscio digitale della linea adsl.
Questo inconveniente mi fece chiedere se non avessi per caso bisogno di un condizionatore e la risposta fu che sì, ce li avevo, sia il bisogno che l’altro.
Chiamai la segretaria perché divincolasse da un anfratto sul pianerottolo il malridotto baracchino, intimandole gentilmente di pulirlo e disinfettarlo sino a quando anche il più piccolo sacchetto di patatine fosse scomparso dalla griglia di aerazione, o almeno ben spinto all’interno dell’elettrodomestico, lontano dal mio occhio.
Venne quindi il momento dell’installazione.
Essendo il manuale troppo complicato (dieci pagine di schemi elettrici in tedesco), mi affidai al mio proverbiale intuito.
Poi chiamai la mia segretaria e feci rimettere tutto a posto (non sapendo dove agganciare il compressore, mi era sembrato logico lasciarlo sul pavimento, nascosto da fogli di giornale).
Finalmente riuscii ad accenderlo, posizionando la manopola della temperatura sulla scritta Plutone!
Dopo cinque minuti, preoccupato da neoformazioni stalattitiche che fuoriuscivano dalle cavità del mio cranio e da una fastidiosa patina cristalloide a congiungermi le palpebre, abbassai un poco le mie pretese di frescura, ottenendo il clima ideale.
Per i seguenti due giorni mi rifiutai di uscire dalla stanza, vedendo in cortile alcuni passerotti liquefarsi e osservando che il mio cane stava macerandosi il muso nel tentativo di attraversare la griglia di un condotto, nella speranza forse di percorrere chilometri claustrofobici, alla ricerca di un liquido.
E lì sarei rimasto fino a settembre, ve lo posso garantire, ma all’alba del terzo giorno il condizionatore ha prodotto un rumore inquietante molto simile a quello di un condizionatore che si rompe.
Poi si è accesa una spia rossa e l’apparecchio ha cominciato a sbuffare aria calda.
Ho cercato di interpretare il simbolo luminoso, che mi si configurava come un fulmine inscritto in un teschio inscritto in un carro funebre inscritto in un cadavere.
Sperando che non fosse niente di grave, ho consultato una manuale in rete, che riportava la dicitura seguente:
“In caso di accensione del simbolo guasto letale irreparabile spegnere immediatamente il condizionatore, staccare la spina, avvolgere il macchinario in un sacco impermeabile e fuggire.”
Considerando esagerate simili disposizioni catastrofiche, mi sono risolto per una soluzione di prepotenza, pensando che in certi casi è sufficiente ignorare il problema, perché il problema scompaia (una volta avevo un forte dolore alla testa. Invece di andare stupidamente dal medico, ho stretto i denti, aspettando. Dopo sole cinque settimane il dolore è scomparso e ritengo si possa considerare accidentale il fatto che ora non ci sento più dall’orecchio sinistro).
Purtroppo un condizionatore è ben più complicato del cervello umano, a quanto ho capito.
Attualmente, al posto di aria fresca vengono emesse nebulose verdastre, che si congiungono in fantasiose volute maleodoranti che mi ricordano tanto l’orso Yogi.
In meno di un’ora sono diventato completamente glabro e ho un principio di lebbra sul volto.
So che la vita mi sta abbandonando, ma ciò nonostante rimango dove sono e sorrido, perché a dispetto del caldo infernale, sento finalmente freddo.