venerdì, 27 maggio 2005

Neuroscienza del Mulino Bianco

La zona accessibile al mio cane, un pastore tedesco pederasta, è divisa in 3 settori.
Il primo settore è una stanza che viene usata come cella d’isolamento quando il cane può venire a contatto soltanto con i membri della famiglia Chinaski (e no, non se ne deduce che io mi chiamo Chinaski Chinaski); il secondo settore è costituito da un corridoio e un porticato. Qui il cane può svolgere mansioni minime di sicurezza, cibarsi e rilasciare fluidi organici; infine il terzo settore comprende tutta l’area che circonda la casa e il giardino. Il cane può quindi essere cane compiutamente, impedendo intrusioni clandestine (solo se immaginarie), cacciando tortore e serpenti (solo se già morti), seppellendo le proprie feci per i tempi più magri (dice lui).
Ci piacerebbe, se non altro.
In realtà, come detto in precedenza, il mio cane è più che altro un cane zerbino.
Dorme, per gran parte del tempo. Dorme e una volta addormentato diventa maledettamente difficile spostarlo. Maledettamente, nel senso che morde.

E a chi è affidato il compito di farlo recedere dal settore 3 al settore 2 o dal settore 2 al settore 1? Chi sarà il fortunato?

Esatto.

Mio padre se la ride ogni volta che lo chiamo per fargli spostare il dannato animale. Esce di casa con quell’espressione soddisfatta e gli basta un fischio che pare una frustata: il cane esce dal suo torpore e obbedisce immediatamente, trotterellando nella nostra direzione mentre io lo guardo con disprezzo per tutto il tragitto.
Quando mi scivola accanto tenendo lo sguardo basso, quasi gli sputerei addosso. Ma c’è mio padre lì vicino e mi tocca ingoiare il rospo.
Odiando questo siparietto per niente comico, ho cercato diversi metodi per obbligare il cane ad eseguire il mio ordine.

Metodo autoritario

La teoria: Il metodo autoritario consiste nel convincersi che il cane obbedirà e impartire poi l’ordine di conseguenza. Se il tono è esitante, se ammette la possibilità della scelta, una bestia pigra sceglierà sempre di rimanere immobile, in attesa di uno stimolo più forte, che di solito si traduce in un pesante badile.
Imponendo invece l’ordine con tono perentorio, vagamente minaccioso, il cane agirà d’istinto e, avendo un istinto codardo, obbedirà al comando.

La pratica: quando ho gridato al mio cane un secco “vai subito nel serraglio!”, lui non mi ha nemmeno guardato. Allora mi sono avvicinato e ho ripetuto l’ordine coadiuvandolo con un preciso movimento del braccio.
“NEL SERRAGLIO!”
Il cane ha alzato due occhi assonnati e torbidi, vagamente sanguigni.
Ho ripetuto un’ultima volta l’ordine, con voce dubbiosa. Il cane ha riabbassato la testa, ringhiando debolmente.

Metodo della forza

La teoria: se gli ordini verbali non funzionano, occore munirsi di un badile. Il badile è lo strumento migliore in quanto non solo permette di tenere a distanza l’animale, ma eventualmente permette di seppellirlo nel caso che i colpi inferti risultino eccessivi.
Un qualsiasi utensile di certe, minacciose dimensioni obbligherà qualsiasi cane a seguire il proprio istinto codardo, che suggerisce sempre di “andare dove indica il badile”.
Tuttavia si consiglia di colpire cinque o sei volte il cane sui genitali con il badile quando è ancora un cucciolo, imprimendo a fuoco nella sua memoria l’effetto doloroso di tale arnese.

La pratica: il mio cane obbedisce celermente quando vede il badile. Il mio cane ha buona memoria, e una badilata non se la fa ripetere. Purtroppo nel periodo in cui mi aiutavo con questo metodo per me era diventato rischioso fare anche un solo passo senza essere armato: il cane mi si avvicinava ringhiando e mostrando le zanne. Io cercavo di fargli tanti complimenti, lui ha cercato di mordermi.

Metodo del biscotto

La teoria: è un metodo piuttosto sicuro, ma scomodo.
Se si vuole spostare il cane da un punto A a un punto B, occorre posizionarsi in corrispondenza del punto B mostrando all’animale un succulento biscotto. Questo produrrà un movimento immediato, avendo il cane un istinto goloso. Il problema è che bisogna avere sempre un biscotto in tasca.

La pratica: inizialmente il mio cane veniva dal biscotto, scodinzolando. Poi ha cominciato a compiere l’associazione biscotto=reclusione, e l’impulso è diventato sempre più debole. Ho dovuto avvicinarmi costantemente, aumentando il numero di biscotti necessari, arrivando all’estremo di lastricare il percorso di molti, molti biscotti, come Pollicino. Ma la degenerazione del sistema mi ha portato a offrire al cane tanti di quei biscotti, e soltanto per farlo partire, che dopo due passi era sazio, e tornava lentamente al proprio posto.

Conclusioni

Visto il fallimento di tutti questi metodi, mi sono rassegnato a chiamare sempre mio padre.
Il rapporto con il mio cane, un tempo idilliaco, è degenerato irrimediabilmente producendo in me soltanto frustrazione. Per rimediare a tale frustrazione spesso mi siedo davanti a lui, protetto dalle solide sbarre del recinto, e mangio quantità di dolciumi, godendo della copiosa produzione di bava concupiscente da parte dell’animale. Quando ho finito, sistemo alcune briciole sulla punta delle scarpe, osservando poi il cane leccarmi i piedi avidamente.

chinaski77 alle ore 11:14 | link |
mercoledì, 25 maggio 2005

Compassione estorta

Tralasciando quei barboni pigri e truffaldini che nelle strade della nostra nazione fanno a gara con i cassonetti per chi può accumulare più sporcizia, un tratto comune dei mendicanti e dei venditori è l’insistenza, l’ ostinata richiesta.
Ognuno ha il suo metodo e di sicuro sarà convinto che è il miglior metodo del mondo.
C’è quello che ti offre una stretta di mano inossidabile che non lascia la presa finché non ha succhiato qualche miserabile monetina (esemplare allegoria parassitaria, tra l’altro. Di solito io mi libero dicendo “ciao. Ho la mononucleosi. Tu invece cosa mi dai?”).
C’è quello che t’infila la merce dappertutto, pensando che se riesce a metterti in mano il suo dannato libro sui bambini del Congo è già mezzo venduto (io di solito dico “mi spiace, non credo nei bambini del Congo”).
C’è quello che cerca di afferrare più passanti che riesce e se non ti fermi borbotta qualche maledizione in una lingua sconosciuta e minacciosa (in realtà la traduzione precisa è “allora nessuno sa dirmi dov’è piazza Garibaldi?).
E c’è quello che ti segue, silenzioso. Tu lo tieni a bada con la coda dell’occhio ma quello ti sta quasi addosso, a un passo. E zitto. È una presenza inquietante, angosciosa. Poi dopo qualche decina di metri ti molla, e si attacca a un’altra persona (è una forma di elemosina fai-da-te. Non chiedono nulla, sono troppo orgogliosi, ma sanno che le persone a volte perdono spiccioli. È un fatto: non vi è mai capitato di trovare uno spicciolo per terra? Sì, succede a tutti. Bene, qualcuno lo ha perso. La loro strategia si basa su questo ineluttabile evento.)
Potrei andare avanti. Alcuni sono grotteschi, ingordi:

Straccione: “Hai un euro, capo?”
Chinaski: “Ehm… sì, eccolo…”
Straccione: “Dammene due, capo.”
Chinaski: “E va bene…”
Straccione: “Facciamo cinque, capo.”
Chinaski: “Cinque no!”
Straccione: “Perché no, capo?”
Chinaski: “Così. Senza motivo.”

Ecco, sono davvero ingegnosi e assillanti e maledettamente determinati.
Ma io ne ho trovato uno che li batte tutti.
Anzi, una.
Si tratta di una donna dalla tipica faccia slava. Probabilmente si chiama Busjka o Rusad (ho premuto tasti a casaccio) e da quasi cinque anni la vedo sempre allo stesso incrocio.
Busjka (o Tiskdi) ha elaborato un metodo rivoluzionario di chiedere l’elemosina, eliminando la parte più antipatica: chiedere l’elemosina.
Quando il semaforo diventa rosso lei comincia a camminare braccia penzoloni lungo la coda di automobili. Non dice una parola e non muove un dito, ma si limita a sorridere e a salutare affabilmente. Quando arriva all’ultimo veicolo, o se scatta il verde, si ferma e torna indietro, pronta per il prossimo convoglio.
E sembra felice.
Non come quei simpatici senegalesi che sorridono e ti chiamano “amico” e tu abbassi la guardia, batti un cinque, offri una sigaretta e proprio quando stai per metterti a parlare della partita di basket dell’altro giorno, quelli cambiano tono, espressione e ti fanno: “Compri qualcosa, capo?”.
No, Sashdi sembra davvero felice. La sua strategia glielo impone.
E così, sfruttando il meccanismo più vecchio del mondo, la psicologia inversa, alla fine raccoglie. Andiamo, che cosa c’è di più irresistibile di un mendicante che non vuole niente? Che non ha bisogno di soldi o compassione?

Così ho pensato che domani andrò da lei e quando mi passerà vicino le porgerò una moneta da un euro. Lei tenderà la mano, sorridente.
E in quel preciso momento io le dirò:

Chinaski (ritraendo lo spicciolo): “Aspetta. Non potresti fare uno sguardo un po’ più triste?”
Brsihkj (sorridente): “Come detto, signore?”
Chinaski: “Sto pagando per un servizio. Sei brava e la dai a bere a tutti quanti. Complimenti. Adesso però mendica un pochino.”
Leftea (sorridente): “No capisco, signore. No vuole dare moneta?”
Chinaski (mostrando una banconota da 5 euro): “Mendica.”
Rvundi (sorridente): “Ma… signore buono.”
Chinaski: “Non sono buono. Mendica o non avrai un soldo.”
Tjalli (cambiando completamente espressione, facendosi seria): “Senti, pezzo di merda, per chi mi hai preso? Puoi infilartela su per il culo quella banconota, per quanto me ne frega.”
Chinaski: “Allora proprio non li vuoi, questi 5 euro.”

Luska esita un pochino, si guarda intorno, fa un’espressione rassegnata e poi cantilena:

Vilna: “Per favore, signore buono, no mangiare, no bere, dammi moneta per panino…”

chinaski77 alle ore 09:51 | link |
lunedì, 23 maggio 2005

Supercalifragilistizioso

L’idea era quella di scrivere una specie di vangelo apocrifo e farlo diventare un blog. Oppure di pubblicare le parabole e le predicazioni qui su Non eri Einstein, ogni domenica, per sempre.
L’idea era quella di inventare un nuovo salvatore predicatore, un messia post-moderno che tiene sempre a portata una copia di Sogni di Bunker Hill e che ha un debole per il Brancamenta alle nove di mattina.
Speravo e già sognavo di vederlo crescere, una pagina dopo l’altra, non proprio come un romanzo in rete, ché ce ne sono già tanti e quasi tutti ridicoli, ma come un testo digitale fatto su misura per i cosiddetti blogger. Un appuntamento fisso per pochi adepti, destinato a surrogare la messa cattolica, o la partita.
Una Bibbia comica, insomma, senza plagiare ma tenendo presenti capisaldi come Brian di Nazareth, Dogma, Famiglia Cristiana e Catwoman.

E mi prefiguravo l’autogratificazione sentendo già quel caratteristico formicolio nei polpastrelli, il formicolio tipico dell’aspirante scrittore che ride ancor prima di scrivere le battute, che risponde alle domande dei lettori prima che gli siano poste e prima che esistano persone a porle.
E già mi prefiguravo il successo.
Sarebbe diventato un libro, una serie televisiva, un film e magari anche una setta suicida.

Ma quando mi sono messo alla tastiera, pronto a battere il titolo del primo episodio, ho presentito l’incombere della sventura. Alcuni lo chiamano proto-senso di colpa. Alcuni dicono “superstizione”. Altri lo considerano invece giudizio, o timore giustificato.
Io non lo so, davvero.
L’ateismo ha una sua dignità, se praticato con coscienza. I cristiani dicono che gli atei bruceranno all’inferno assieme agli omosessuali e giù fino ai preti pedofili.
Io penso che Dio, essendo infinitamente buono e misericordioso, non possa mettere alla gogna chi alza le braccia e ammette di non essere in grado, chi dice “mi piacerebbe avere fede, ma non sono capace.”
Però, ecco.
Nel momento in cui l’ateismo diventa ateismo attivo e oltrepassa il limite di un coerente silenzio, le cose cambiano. So che Dio punisce chi sotterra il talento ancora più di quello che lo ha perso investendo. Ma "se il talento che ti è stato offerto lo usi per pulirti il culo, allora forse ti conviene non essere in casa quando il padrone farà ritorno dal suo viaggio (Enrico 5:7)".

A meno che Dio non abbia senso dell’umorismo.
Mi piacerebbe che fosse così, che alla fine della mia vita, incontrando l’Onnipotente, lui mi guardasse un po’ accigliato ma non veramente arrabbiato, severo ma giusto, e mi dicesse, sospirando paziente:

Dio: “Che facciamo, China? Dovrei mandarti a bruciare all’inferno, lo sai?”
Chinaski: “Sì. Ammetto di essermi sbagliato, ma che cosa posso fare? Sarebbe ridicolo che mi mettessi a piangere implorando il perdono. Hai vinto.”
Dio (pensoso) : “Va be’… per questa volta chiuderò un occhio.”
Chinaski: “Questa volta?”
Dio: “Sì. Le prove sono tre: vivere come uomo, vivere come donna e vivere come pastore tedesco.”
Chinaski: “Questo non c’era nella Bibbia.”
Dio: “Uh, cosa? La Bibbia? Mica è roba nostra, quella. Ve la siete scritta da soli.”
Chinaski (sorpreso) : “Quindi mi stai dicendo che non dobbiamo onorare il padre e la madre?”
Dio: “Ah ah. Bella.”
Chinaski: “…”
Dio: “Ma no. Io mia madre l’ho trasformata in un calamaio.”
Chinaski: “E tuo padre?”
Dio: “Ci stai seduto adesso.”
Chinaski (accarezzando i braccioli della poltrona) : “Fico!”

chinaski77 alle ore 10:36 | link |
mercoledì, 18 maggio 2005

Non ruberesti mai un cd di Tiziano Ferro

Cercano di manipolarci.
Nella mia vita accademica ho seguito soltanto un corso, così, tanto per provare, e ho conosciuto un tizio paranoide che mi diceva “vogliono controllare i nostri pensieri”.
Sì dimenticava sempre il soggetto e io evitavo di chiederlo perché la risposta sarebbe stata: loro.
Pensavo fosse un’effimera escrescenza sociale, una specie di porro benigno della flora batterica universitaria, ma sbagliavo.
Sbagliavo nel senso che sì, aveva ragione: cercano di manipolarci, e lo fanno nel modo più irritante possibile, senza nemmeno concederci il dubbio legittimo di un quoziente intellettivo (come dargli torto?).
Un tempo c’era più gusto, almeno. Nascondevano messaggi pubblicitari nelle frazioni appercettive. Vi siete mai chiesti perché ci sono ventiquattro fotogrammi in ogni secondo di filmato? Andiamo, è palesemente assurdo. Come se un’espressione di Raul Bova avesse bisogno di tanto spazio.
Servivano a impestarci il cervello con suggestioni anterograde impresse, è chiaro.
Ma poi devono aver capito che la gente è troppo stupida per cogliere sottili condizionamenti e che di ogni sillogismo ascolta solo la conclusione (non perché sa che le premesse sono spesso erronee, ma perché può tollerare soltanto la struttura grammaticale semplice soggetto + verbo + intercalare sconcio).
Ed ecco quindi che arriva il superliminale, l’ultima spiaggia della comunicazione.
Come quello spot contro la pirateria, quello che si vede al cinema.
Quello che dice “non ruberesti mai un auto, un televisore, un motorino. Scaricare film da internet è come rubare” (e invecchia la pelle).
A parte che si rivolgono evidentemente a gesuiti e bambini incensurati, spot di questo genere sembrano quasi uno scherzo. Andiamo, chi potrebbe mai farsi influenzare da un monito tanto ingenuo e ridicolo? Non mi obbedirebbe neanche il mio cane, con un simile atteggiamento (non faresti mai la cacca sul tappeto!).
O forse è psicologia di ottavo livello: prima ti dicono cosa non si deve fare; poi ti dicono quali sono le conseguenze; poi ti dicono di farlo, nessuno te lo può impedire; poi ti dicono a cosa corrisponde; poi ti dicono cosa non si deve fare; poi ti arrestano; poi non dicono più niente; poi ti dicono cosa non si deve fare.
(Il cosa non si deve fare ritorna, ciclicamente. Hanno una dannata fiducia nella buona coscienza, si direbbe, e sembrano ancora persuasi che si possa convincere una persona a rinnegare se stessa.)

Ma dimenticano il primo principio che regola l’esistenza umana, dimostrandosi più stupidi degli stupidi a cui stupidamente si rivolgono:

ciascuno ricerca il proprio vantaggio, non il vantaggio di Tiziano Ferro.

Perché sì, insomma, Tiziano Ferro è la vera causa della pirateria. Lui e i suoi cd da 20 euro a botta.
Lui e i suoi amici che vanno su Mtv implorando i teenager, scongiurandoli di comprare soltanto copie originali, ché altrimenti muoiono di fame e il mercato discografico crolla e tutti verremo colti da una terribile pestilenza.
All’inizio non capivo. Non capivo come potessero ignorare l’unica legge certa che ci è permesso conoscere (oltre a ciascuno cerca un parcheggio, il sabato pomeriggio), mettendo a soqquadro l’intero ordine morale.
Ma poi ci sono arrivato, era tanto ovvio. L’errore era soltanto mio e stava nella formulazione del suddetto principio. Dopo un lungo periodo di estenuante riflessione, grazie anche alla rilettura de La vita sessuale di Freud, sono giunto con soddisfazione alla formula finale:

ciascuno ricerca il proprio vantaggio, non il vantaggio di Tiziano Ferro, a parte Tiziano Ferro.

chinaski77 alle ore 10:03 | link |
sabato, 14 maggio 2005

Non c’è gioia nel mio pad

Ieri notte mi sono messo al computer, ho caricato Pro Evolution Soccer 4 e mi sono preparato a giocare qualche partita del mio campionato. Il primo scontro prevedeva una trasferta a Reggio Calabria contro la Reggina, poi una partita in casa con l’Udinese e un’altra trasferta a Sampdoria.
Comincio con la Reggina, squadra che galleggia squallidamente a metà classifica.
Al 5’ minuto di gioco, quando ancora sono in fase di studio, i miei avversari segnano il gol dell’uno a zero. Dispiaciuto per questo svarione mi metto sotto e cerco di recuperare, ma niente, quelli sembrano più forti.
Un po’ troppo più forti, a dire il vero.
Non è solo per il fatto che l’arbitro non mi fischia mai un fallo a favore, che il loro portiere para anche le mosche, che i loro attaccanti arrivano sempre prima dei miei difensori, che tutti i rimpalli finiscono nei loro piedi, che se li sfioro svengono ed è sempre fallo, ammonizione e mai infortunio.
È più che altro il fastidio nel vedere il loro numero 10, tale Nakamura, che sembra una versione giapponese di Maradona.
Fastidio, sì, perché Pro Evolution Soccer è giapponese, e si vede che sono convinti che Nakamura sia un piccolo fenomeno che un giorno porterà la Reggina allo scudetto (quando in realtà è un cesso orrendo neanche buono per farci il brasato).
Così esco e ricomincio.
Seguono dieci tentativi, che vi spiego nel dettaglio:

Reggina-Chinaski 1-0
Attacco per tutta la partita, colpisco un palo (a porta vuota) e non mi danno tre rigori netti. All’85’ Nakamura lancia Borriello, che scarta tre volte lo stesso difensore e segna.

Reggina-Chinaski 1-0
Attacco per tutta la partita, colpisco due traverse, mi danno un rigore ma il mio miglior attaccante tira inspiegabilmente alto. Al 70’ Nakamura segna di testa da fuori area.

Reggina-Chinaski (sosp)
Interrotta al 7’ per gol della Reggina su assist di Nakamura.

Reggina-Chinaski (sosp)
Interrotta al 23’ quando, dopo sette nitide palle gol per me tutte sventate da salvataggi in extremis di stinchi, braccia, schiene, teste, mani, orecchie di giocatori della Reggina, Nakamura prende palla sulla fascia, attraversa tre miei difensori come fossero pixel, tira, colpisce la traversa e il pallone s’insacca dopo aver rimbalzato sulla nuca del mio portiere.

Reggina-Chinaski 2-2
Decido di mandare Nakamura all’ospedale.
Gli do la caccia sin dal primo minuto, e dopo nove interventi kamikaze sulle ginocchia, che mi costano altrettante ammonizioni e un gol su punizione dal limite (segna Nakamura), finalmente gli spezzo un femore. Godo nel vederlo uscire in lacrime e mi preparo alla rimonta che si realizza con un gol al 38’ (sei conclusioni consecutive prima di vedere la palla entrare) e uno al 59’ (segno involontariamente premendo il tasto Cross Lungo invece di Tiro). Tuttavia la Reggina pareggia al 90’ dopo che il pallone è rimasto nella mia area per più di due minuti, inspiegabilmente, senza che i miei difensori riuscissero a calciarlo lontano, neanche per errore.

Reggina-Chinaski (sosp)
Interrotta dopo otto secondi per gol di Nakamura.

Reggina-Chinaski 0-0
Ancora un brutto infortunio per Nakamura.
Per sicurezza rendo invalidi altri tre giocatori della Reggina che, non avendo più sostituzioni, è costretta a tenere in campo l’ultimo infortunato, Franceschini, il quale si muove a passo di lumaca e fa quasi tenerezza (durante la partita verrà più volte sbeffeggiato con doppi-passi e tunnel).
Attacco per 90 minuti senza interruzione. Sbaglio un rigore (il mio miglior attaccante tira curiosamente alto) e non me ne fischiano altri sei. Colpisco quattro pali e due traverse. Mi annullano due gol per fuorigioco, senza però farmi vedere il classico Replay dimostrativo (vado nel menù opzioni e provo a forzare il Replay manualmente, ma mi viene proposto un Replay di Nakamura che segna su punizione, cinque partite prima).
A tempo scaduto riesco non so come a scartare un difensore nipponico (ormai la sfida è Chinaski-Konami) vedo il portiere in uscita sul radar e provo il pallonetto dal limite dell’aera. Il pallone supera il portiere, rotola verso la porta, io alzo un braccio al cielo.
Poi un giocatore zoppicante salva sulla linea.
Franceschini, si chiama.

Reggina-Chinaski (sosp)
Al buio, con i flash colorati dello schermo che mi lampeggiano in volto, osservo i giocatori della Reggina mentre segnano una manciata di gol. Non oppongo la minima resistenza, dal momento che ho lasciato cadere il joy-pad (ma non c’è gioia nel mio pad) penzoloni, e la bocca mi si è leggermente aperta, catatonica.
Prima di interrompere vedo Nakamura che circumnaviga il mio portiere paralizzato quattro volte, poi si alza la palla e segna il 6 a 0 in rovesciata.

Reggina-Chinaski 1-1
Vado in bagno a fare pipì e quando torno sono un altro uomo: è solo un computer, mi dico. È solo un gioco. È solo la Reggina. Se mi impegno, se mi concentro e se ce la metto tutta, posso vincere in goleada.
Così carico e determinato comincio la partita, che risulterà essere la migliore da quando esisto. La Reggina non passa la metà-campo, io gioco con razionalità, senza scoprirmi, e costruendo le mie azioni ad arte. Passo in vantaggio con una splendida azione corale, conclusa dal mio pupillo in controbalzo. Poi cerco di segnare il raddoppio, ma impedendo agli avversari qualsiasi reazione.
Al 92’ Nakamura scarta 8 miei giocatori, e segna.


Reggina-Chinaski 0-18
Abbasso il livello del computer al minimo.
Segno 18 gol nel primo tempo. Poi trascorro la seconda frazione a dar la caccia a Nakamura, Borriello e Franceschini. Li mando tutti e tre al pronto soccorso.
Dal 65’ al 90’ faccio torello nella mia metà campo.
Quando l’arbitro fischia la fine faccio la ola sulla sedia, e vado a letto.

chinaski77 alle ore 11:02 | link |
domenica, 08 maggio 2005

La mamma ti ha detto che scotta

Le mamme sanno tutto.
Non so come facciano, né da dove arrivino certe informazioni, ma è un fatto, non si discute. Che le mamme sanno tutto, e che lo sanno per tutto il tempo.
Ad esempio, come si prepara un caffè d’orzo: una cosa che magari sapete anche voi, certo, e non vi susciterà grande sorpresa, ma io non la sapevo, e quindi dovete immaginare qualcosa che proprio non avete idea di come si faccia, ma dovete farla, e così arriva una mamma, una qualsiasi mamma, e la fa, e vi salva.
Le mamme sanno sempre il modo.
Ne conosco una che sa stendere le t-shirt in maniera tale che quando sono asciutte sono anche già stirate. Ne conosco una che sa impastare tre chili di pizza in venti minuti e in altri venti te la serve sul piatto fumante già lievitata, condita, e sbocconcellata. A te non rimane che masticarla, ma stando attento perché scotta. Ne conosco un’altra che toglie le macchie di olio con la saliva. Una che sa dirti ogni singolo cibo consentito o proibito nel caso di appendicopatia, diarrea, stitichezza, o tenia. E tutte quante conoscono il terzo segreto di Fatima, che poi sarebbe: come si cucina il pesce palla.
Le mamme sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Nel senso che smettono di avere dubbi morali. Dal momento che partoriscono prole, la verità diventa una sottile linea retta, che da lì in poi ci sta una sola opinione per volta, in fila indiana.
Amare la propria madre è impossibile, lo sanno tutti.
Tu che sei la protesi del suo istinto di conservazione, tu che sei tutti gli investimenti, i progetti, i sogni sfumati. Miriadi di invisibili cordoni ombelicali le escono dai polpastrelli e ti vorrebbero far ballare come una scimmietta di stoffa, a destra e a sinistra, se tu non opponessi quel tanto di resistenza.
Per cui, prima o poi, te ne vai, per diventare o alla ricerca di una mamma diversa.

Amare la propria madre è impossibile, lo sanno tutti.
Forse però, mi dico, è possibile andare perlomeno d’accordo con la madre di un altro, e riconciliarsi con il ruolo di figlio.
Per questo motivo, io mi sono fatto adottare dalla mamma di Pussycopy, che mi trova simpatico e ordinato (mentre la mia vera madre pensa che io sia sporco e stupido).

Pussycopy: “Auguri, mamma.”
Mamma di Pussycopy: “Grazie!”
Chinaski: “Auguri, mamma!”
Mamma di Pussycopy: “Tu non sei mio figlio.”

chinaski77 alle ore 10:44 | link |
lunedì, 02 maggio 2005

Mac che cazzo

Inizialmente non ci avevo fatto troppo caso. Navigando in rete senza firewall e antivirus (non ho paura di intrusioni da parte dei pirati informatici: non c’è niente che si possa rubare, sul mio computer. Anzi, volete venire a farvi un giro? Bene, accomodatevi: il mio indirizzo IP è 192.456.8.2, Segrate, Milano), ho sempre pensato che potesse succedere casualmente. Intendo: che un giorno accendi il portatile, e lo sfondo del desktop è diverso, senza che tu l’abbia cambiato.
Così, pensavo che se le inventano proprio tutte.
Prima ti mandano schifezze via posta (ieri mi ha scritto una certa Jessica dicendomi I have visited your web site www.chinaski77.com. Le ho risposto dicendole che io ho visitato il suo, www.jessica.com, e ho trovato delle foto che la ritraggono in atteggiamenti ambigui con certi cavalli); poi ti cambiano la pagina iniziale di internet; e infine ti modificano lo sfondo di windows.
Poi però la situazione è peggiorata, e mi è venuto il dubbio che il motivo fosse un altro.
Certi programmi hanno smesso di funzionare e anche tutti i giochi. Devo scaricare canzoni (ma solo quelle non protette da copyright, è ovvio, perché scaricare una canzone è REATO!!! Ah ah ah…) usando non più WinMX ma Limewire, che è come passare dall’Esselunga alla dispensa del vicino.
E non posso più giocare a scacchi sul mio server abituale, ma devo contentarmi di piattaforme squallide e gratuite (che è un po’ come passare da un circolo di scacchi a un circolo Acli).
In seguito il Pc ha smesso di riconoscere tutte le porte Usb, e ora si rifiuta persino di connettersi a internet con un modem adsl di Libero o Alice, e invece del mouse devo usare un volante per macchine da corsa (per il doppio click, premo due volte il pedale del freno).
Infine, mi è apparso il seguente messaggio di errore:

“Voglio un modem ethernet”.

Disperato, ho chiamato un tecnico.
Il tecnico è arrivato, ha esaminato la situazione con scrupolo, e poi ha espresso un giudizio lapidario.

Tecnico: “Il tuo Pc si crede un Mac.”
Chinaski: “Come, scusa?”
Tecnico: “Vorrebbe essere un Mac. Ti consiglio di formattarlo.”

Inizialmente ho pensato che il tecnico fosse un ciarlatano, ma poi, un giorno, l’inconfutabile prova: apro il cassettino cd, e trovo bucce di mela.
Così, procedo alla malinconica lobotomia digitale.
Inserisco il cd di Windows, e scelgo di formattare l’intero disco fisso.
Prima di essere cancellato, il mio Personal Mac manda un messaggio in finestrella:

“Adesso ti faccio vedere come muore un Macintosh”.


chinaski77 alle ore 00:49 | link |

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e questo lo chiamiamo teologo
questo post è come un figlio
zimbello dentro
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mai dire quando si laurea Chinaski
si è laureato Chinaski
help a nuvoletta
sulle possibilità di avere un futuro
la parabola della partita a poker
buone ferie!
il mio amico Gesù
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ho scritto un libro
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