Il rispettabile movimento tra le cose che ho scritto, e il punto in cui mi trovo sinora
(Trailer: i post che vedrete)
1) Douglas chiude. Di nuovo.
Come gli abitanti di Koningsberg regolavano i propri orologi sull’immancabile passeggiata pomeridiana di Kant, così gli abitanti di Sfinterella capiscono che sta arrivando la primavera, dalla consueta, definitiva chiusura di Douglas. Douglas chiude, per sempre, ogni anno.
2) Dovevo leggere i discorsi di Rousseau ma non ho mai trovato il tempo e la voglia di andarmeli a prendere in biblioteca. Così, ho chiesto a Pussycopy di tradurmeli dal francese, di sera. Risultato, Pussycopy si è messa a parlare nel sonno, di tanto in tanto. Ma non dice, come il sottoscritto, stupide frasi come “chi prende la bestia chi piove”, o “cicciotti gli orsetti nel forno”. No.
Dice piuttosto, cito testualmente:
“Il rispettabile movimento tra le cose che ho scritto, e il punto in cui mi trovo sinora”.
3) Due mesi senza pioggia. Nemmeno una goccia. E neanche nebbia. La pianura padana non è mai stata così limpida e californiana. E così, la mia macchina è andata sporcandosi, un giorno dopo l’altro, e io che rimandavo, rimandavo sempre il momento in cui l’avrei fatta lavare.
E poi, senza nessun motivo particolare, mi ha preso il raptus.
E poi, senza nessun motivo particolare, la neve.
4) Il mio cane ha cercato di mordermi. Non parlo del pechinese, ché quello cerca di mordermi da quando ha messo i denti. Intendo dire il pastore tedesco, che l’ultima pesata lo dava sul quintale. Non riesco proprio a capire che cosa lo abbia fatto scattare. Finché avevo il ramo di ciliegio, filava che era un piacere. Devo avere un cattivo influsso sui cani di quella razza. Anche il pastore precedente voleva farmi la pelle. Ringhiava sempre. Eppure ogni estate, quando faceva molto caldo, lo rinfrescavo con lo spruzzino, attraverso le sbarre della sua prigione.
5) Ho ripreso a giocare a scacchi con una certa demoniaca dedizione. Prima, settanta mosse in tre minuti. Poi in due. Poi in un minuto soltanto.
Poi, tutta una partita in zero secondi più uno.
Se non sapete di che parlo, mi ci vorrebbe un giorno per spiegarvelo. Ma vi basti questo: che una volta finito, mi usciva sangue dal naso.
6) Sto guardando assiduamente Una mamma per amica. Sembra che Lorelai voglia sposarsi con Max, ma fonti sicure mi dicono che nelle serie successive Max non è presente. Mi sto scervellando a capire com’è che va tutto a puttane. Se lo sapete, e mi rovinate la sorpresa, vi inserirò nella lista nera, e i poliziotti di Splinder verranno a picchiarvi con i manganelli laser.
7) Avrete sentito anche voi quelle leggende metropolitane per cui se uno mangia cibi molto piccanti, diciamo nachos fondido con galapenos e salsa pico de galo, accompagnati da un hot dog con senape e crauti, il giorno dopo, al momento di fare la cacca, potrebbe bruciargli il sedere.
Beh.
Non sono leggende metropolitane.
Mai dire quando si laurea Chinaski
La mia laurea è diventata un fatto mitico, proverbiale.
La gente si è stancata di chiedermi quanti esami mi mancano, quando penso di laurearmi, se penso di laurearmi, e che lavoro voglio fare (se lo voglio fare, ovviamente. E la risposta è no, comunque).
Tutte le risposte date in precedenza sono state dimenticate, o travisate, o mescolate.
Il tutto ha smesso di essere vergognoso, e sta sensibilmente slittando verso il simpatico-grottesco.
L’altro giorno un mio parente ha fatto un’allusione al mio presunto essere uno studente pigro e svogliato.
Parente: “Mi hanno detto che non stai andando molto bene, all’università.”
Chinaski: “Chi è stato? Mia madre?”
Parente (imbarazzato): “Eh? No, non so… si parla di tanto tempo fa.”
Chinaski: “Quanto tempo fa?”
Parente: “Boh… quattro anni fa, credo.”
Quattro anni fa, già si rideva di me.
Ma non è solo questo.
Ormai tutti sostituiscono la mia futura laurea alla famigerata espressione dialettale magotta “l’an dal du, il dì dal mai pù”. Cioè: mai.
Padre di Chinaski: “Credo che un giorno o l’altro andrò in pensione.”
Qualunque: “Sì, certo! Quando si laurea Chinaski!”
Madre di Chinaski: “Quando ti laurei?”
Chinaski: “Quando si laurea Chinaski.”
Il problema sta nel fatto di sostenere un esame all’anno.
Secondo un complesso calcolo aritmetico, avendo ogni esame una validità di dieci anni, andrà a finire che quando sarà il momento di sostenere l’ultimo, me ne mancherà comunque uno, per sempre, in ciclo continuo.
Le motivazioni addotte per spiegare quest’inesorabile lentezza sono svariate. Lo sono state negli anni, intendo.
Le riporto brevemente.
Nichilisticheggiante
Siccome niente ha valore, tantomeno laurearsi. Ammettiamo che uno si laurei. E poi? Lavora, al massimo. Guadagna soldi, si compra una Ferrari. Muore. Fine.
Consideriamo invece la vita di un non laureato. Lavora, probabilmente. Guadagna soldi (magari anche di più). Si compra due Ferrari. Muore. Fine.
Il risultato è uguale. Nel mezzo, opportunità non necessariamente peggiori.
Contingentemente, quindi, tanto vale.
Edonichilischeggiante
Siccome niente ha valore, tanto vale spassarsela.
Trascorrere intere giornate e addirittura settimane a studiare può essere ironico, ma non buffo.
Riguardo al piacevole, solo se sadomaso. Anzi, solo maso.
Ma visto che non studiare per niente significherebbe lavorare, e siccome lavorare è tanto distante dallo studiare quanto lo studiare dal piacere, e considerato che la verità sta nel mezzo, è proprio lì che potete trovarmi, specialmente all’ora di pranzo.
Realisticamente
Andiamo, su: una laurea in filosofia a che serve? Non è propedeutica per una mansione specifica. Non è come psicologia, che aiuti la gente, o ingegneria, che progetti fognature (e nessun concetto è tanto necessario e universale quanto cacare).
Finisci l’università, e diventi filosofo. Ammesso che un lavoro del genere esista. Cos’è? Prendi la laurea, una specializzazione in metafisica, e poi te ne vai di casa in casa, come un rappresentante di scope, a vendere considerazioni sulla vita eterna?
Un uomo che suona un campanello qualsiasi e una signora che apre la porta. Una massaia.
Massaia: “Sì?”
Chinaski: “Salve. Sono un metafisico. Le interessa discutere del concetto di Volontà in Schopenhauer?”
Massaia: “No, mi spiace, sono hegeliana.”
In virtù di queste considerazioni, ho stabilito una precisa tabella di marcia, secondo la quale dovrei riuscire a laurearmi entro un certo periodo.
Ho preso il numero di tutti gli esami che mi mancano, l’ho moltiplicato per il tempo medio di preparazione di ognuno, considerando un piccolo coefficiente variabile dovuto a contrattempi quali: i mondiali di calcio, le olimpiadi scacchistiche del 2006, il maremoto; ho tenuto conto di eventuali e probabili bocciature in determinate materie di assoluto disinteresse, come Storia medievale e Storia del pensiero politico medievale (tanto che c’erano potevano inventarsi altre discipline assurde, che so?, Storia del pensiero politico ipotetico medievale e Storia del pensiero politico medievale nel caso che San Tommaso si fosse dichiarato omosessuale al Concilio del 68); a questo punto ho perso il conto, e ho ricominciato da zero, dimenticando fattori a caso.
Il risultato, che va considerato come risposta all’eterna domanda “quando ti laurei?”, è 9,31.
Il sogno nel cassetto
Oggi mi sono ritrovato una persona che gironzolava per casa.
Così.
Sarebbe bello dire che la scena è stata più o meno questa:
vado in bagno, cago, esco dal bagno, passo in soggiorno, e trovo questa tizia seduta sul divano che guarda la televisione.
Chinaski: “Ah. Salve.”
Tizia: “Ciao.”
Esco dal soggiorno.
Invece sono rimasto pietrificato in bagno, mentre questa chiedeva flebilmente: c’è nessuno?
Cosa potevo dirle? “Sì, sono qui, signora. Finisco di fare la cacca e arrivo.”
Tutto questo mi ha fatto venire in mente il mio amico Carciofo.
Io e Carciofo eravamo inseparabili, ai tempi delle elementari. Amici per la pelle, come si dice. E abbiamo condiviso le esperienze classiche di quell’età:
- quando ci siamo sfracellati in bicicletta;
- quando siamo stati inseguiti da un drogato armato di coltello;
- quando un giorno sono andato a casa sua e non mi ha aperto Carciofo, ma sua madre:
Madre di Carciofo: “China, Carciofo è arrabbiato con te.”
Chinaski: “Perché?”
Madre di Carciofo: “Dice che sei cambiato.”
Ero cambiato, secondo lui. Ero diventato uno stronzo. Ma non si trattava di un capriccio. La nostra grande, decennale amicizia, infatti, è finita quel giorno.
Ma a parte questo, Carciofo era davvero il più grande ficcanaso che abbia mai conosciuto.
Lo invitavo a casa mia, e non facevo in tempo a voltarmi un secondo che lui era sparito.
Lo cercavo dappertutto, disperato: avevo paura di non trovarlo, dico davvero. Immaginate come sarebbe stato telefonare a sua madre e dire: “signora Carciofo? Non so come dirglielo… ma, ecco… abbiamo perso suo figlio.”
Ma poi arrivava mio padre, infuriato, e mi diceva che:
“Carciofo sta rovistando nello sgabuzzino.”
Andavo nello sgabuzzino, e lo trovavo lì, al buio, che frugava dappertutto.
Chinaski: “Ma che stai facendo?”
Carciofo. “Umpf.”
Chinaski: “Tu sei malato.”
Era più forte di lui. Oltre a una morbosa curiosità per qualsiasi pettegolezzo, Carciofo non sapeva resistere alla tentazione di rispondere alla domanda “che cosa c’è in quel cassetto?”.
E lo apriva. E si rispondeva da solo.
Anche se tu gli intimavi di starne alla larga.
Anche sotto minaccia.
Prima di andarsene, in un modo o nell’altro, lui avrebbe trovato il modo di aprire quel cassetto.
Per trovare cosa? Niente. Un gomitolo di lana.
A volte mi sentivo in colpa. Lui mi guardava deluso come a dire “tutto qua? Non volevi che aprissi questo cassetto, e dentro c’è solo un gomitolo di lana?”.
Ricordo anche di aver sfruttato questa sua “tendenza” a mio vantaggio, di tanto in tanto.
Carciofo non amava i videogiochi, e a me serviva un compagno che fosse un po’ meno prevedibile del computer. Per costringerlo a giocare, chiudevo i cassetti a chiave.
Carciofo: “Questo cassetto è chiuso a chiave.”
Chinaski: “Se giochi con me al computer, te lo posso aprire.”
Lui giocava, spensierato, e poi, prima che se ne andasse, io gli consegnavo la chiave, come un premio. Carciofo non stava più nella pelle, si precipitava al cassetto, lo apriva, e potete immaginare la sua faccia, trovando solo dei miserabili fogli di carta.
Carciofo: “Ma è carta!”
Chinaski: “Che ti aspettavi, cretino?”
E così, una volta mi è presa la curiosità di essere curioso. Ho voluto vedere cosa provava il mio amico Carciofo.
Avevo degli amici (degli altri amici, intendo. Dimenticate quanto ho detto nel post precedente, che ero solo e roba così. Avevo un sacco di amici, io) che frequentavo tutti i giorni. Una simpatica famiglia tipica.
Un giorno mi sono intrufolato senza suonare il campanello, e mi sono messo a gironzolare per ogni stanza.
Arrivato al piano di sopra, dove stavano le camere da letto, faccio l’ultima svolta, e la vedo:
vecchia, grassa, e soprattutto nuda. Molto nuda.
La madre dei miei compagni di giochi.
Una visione orrenda.
Beh, che vi devo dire?
Forse era meglio il gomitolo di lana.
Se mi lasci al mio cancello
Non ho mai avuto un vero e proprio compagno di giochi (almeno non fino alla mia prima erezione, s’intende).
Sono sempre stato un bambino molto, molto solo; anche se, fortunatamente, di fronte alle difficoltà non mi sono mai dato per vinto (a parte quella volta che mi ero deciso a imparare il linguaggio C e mi sono fatto prestare un libro dal Peggiore e, dopo avergli dato una scorsa, l’ho appoggiato un secondo sulla mensola, e quel secondo è poi diventato adesso, cinque anni dopo. Il che non dimostra però che io abbia rinunciato).
Così, me lo sono creato, il compagno di gioco, inventandomi l’imprevedibilità di un muro.
Per non so quanti anni ho giocato a pallone godendo di ogni rassicurante rimbalzo.
(Mi sono come creato la nomea di essere uno che non finisce quello che comincia. Trovo che sia un’etichetta ingiusta e affrettata. Qui in casa mia citano il sempiterno esempio del tavolo da ping-pong. Il maledetto tavolo da ping-pong. È andata che un giorno mi prende la fissa, e voglio giocare a ping-pong. Compriamo un tavolo professionale olimpionico, e lo mettiamo nella mia stanza dei balocchi (sì, ho una stanza dei balocchi. Dai diciotto anni in poi, ho preferito chiamarla dependance. Ma originariamente era un pollaio), solo che poi mi ritrovo di fronte al non trascurabile problema di non avere un avversario. Pare che, per il ping-pong, un avversario sia un elemento preponderante. Anche lì, come Forrest Gump, risolvo temporaneamente il problema giocando contro il muro. Ma non è la stessa cosa, è chiaro.
Il tavolo viene presto adibito a tavolo portacarte, e così per anni, fino alla sua momentanea ubicazione fuori della porta, dove si trova tutt’ora.)
Giocavo con qualsiasi condizione atmosferica, a qualsiasi ora. Facevo riscaldamento in garage, anche se non era vero riscaldamento (non avevo la minima idea di come e del perché lo si facesse), ma soltanto simulazione. E anche la partita era solo una simulazione (io da solo facevo i 22 giocatori, la terna arbitrale, e il pubblico. Una volta c’è stata un’invasione di campo.), e mentre giocavo facevo anche la telecronaca (la parte più bella erano le interviste del dopo partita, al cesso), e tutto quanto.
Il meccanismo era più o meno questo.
C’era un campionato a 18 squadre, le partite venivano decise da un macchinoso sistema di dadi dodecaedri, lanciati preventivamente, e poi io sceglievo quale mostrare ai telespettatori (ah sì, i telespettatori), o se mostrare le azioni salienti di ognuna, tipo 90° minuto.
Se sceglievo la partita per intero, la cosa durava un’ora e mezzo, più intervallo e recupero.
Il muro era il perno di tutto, la colonna portante del mio meccanismo.
Fino al giorno in cui ho conosciuto il cancello.
Per uno strano caso, vidi che se calciavo il pallone rasoterra contro il cancello, una volta su cinque il pallone s’impennava, tornandomi indietro, come un cross perfetto.
Cominciai a produrmi in rovinose rovesciate sul cemento.
Ogni volta che la mettevo nel sacco, esultavo come un bambino (come un bambino ancora più piccolo, intendo).
Poi, un giorno, tutto questo è finito.
Stavo giocando, tutto trafelato, parto con un’azione mirabolante dalla tre-quarti, faccio un paio di uno-due col muro, salto un pilastro di ferro, evito un tombino, passo in fascia al cancello smarcato, che crossa preciso. Mi volto spalle alla porta, spicco un balzo, e rovescio.
Vedendo la palla in rete (la rete divisoria della proprietà), comincio a correre facendo l’aeroplano (l’ho inventato io, mica Ronaldo), e proprio a quel punto, lo vedo.
Mio padre, le braccia conserte, lo sguardo basito.
Mio padre, e suo figlio scemo.
Soffoco la gioia in un colpo di tosse poco convinto, rallento piano, abbasso l’aeroplanino.
Padre: “Che stai facendo?”
Chinaskino: “Ha segnato il Real. Hugo Sanchez. 1-0”
Padre: “Eh?”
Chinaskino: “Niente. Fai due tiri a pallone?”
Padre: “Devo lavorare.”