Non sottovalutare la demenza da Playstation
Dopo una lunga discussione con Smeriglia, credo di essere arrivato a rispondere a una questione che assilla molti esseri umani di sesso maschile: se sia giusto o no giocare alla Playstation.
Riporto qui le mie conclusioni in quanto credo che la gente sia stufa di leggere filosofi che si contraddicono a vicenda ormai da secoli, dando la netta sensazione che nella vita non vi siano certezze, né direttrici, né la possibilità di determinare quando ti verrà un cancro, e dove.
Inoltre, non è un caso che la filosofia sia finita (perché è finita, lo sapete) proprio nel momento storico in cui abbiamo visto l’avvento dei videogame.
So anch’io che Platone perdeva tempo a tracciar repubbliche…
Ma lo avrebbe fatto ugualmente, anche avendo lì sul comodino Pro Evolution Soccer?
Vediamolo insieme.
Alcuni sostengono che i videogame siano uno svago come un altro. Tali individui verranno a dirci che due ore al cinema sono equiparabili a due ore di sparatutto.
Non credo proprio.
La particolarità di un videogioco è questa: il piacere che offre si esaurisce con l’esaurirsi della fruizione.
Una volta spenta la console, si ha una forte sensazione di morte imminente, e sono quasi sempre le quattro di notte.
L’anima rimane vuota, e non si hanno ricordi. I videogiocatori, infatti, entrano profondamente in crisi quando gli chiedi: cos’hai fatto ieri?
“Sono stato in casa”.
Dire: “Ho giocato a Resident Evil” sarebbe uguale a “ho appoggiato la faccia sul citofono e mi sono grattato una coscia fino a notte tarda”; cosa peraltro perfettamente legittima, non fosse che:
Tizio: “Ti sei grattato la coscia?
Playstation player: “Sì.”
Tizio: “Ti prudeva?”
Playstation player: “Che cosa?”
Tizio: “La coscia…”
Playstation player: “Inserisci visuale notturna.”
L’esempio delle due ore di sparatutto ha anche un altro problema: non è verosimile.
Giocare alla Playstation è un’azione nevrotica afinalistica, e non può essere interrotta se non in tre casi distinti:
- mamma (moglie o fidanzata)
- nausea
- crisi epilettica
Da qui, nasce l’esigenza di rispondere alla questione che assilla. Quella di prima. Se sia giusto o no…
Come dicevo, la soluzione è venuta da una discussione con Smeriglia. Nel suo caso, tuttavia, la Playstation è incarnata nel maledetto Championship Manager, un gioco manageriale di calcio che ha rovinato molte fervide menti di questa generazione e, si spera, di quelle future.
Riporto il dialogo per intero, in modo che possiate ammirare il limpido sviluppo logico di una riflessione illuminata.
Smeriglia: “Non mi sono goduto la giovinezza perché molti degli interessi che ho adesso (musica, cinema, letteratura, etc… NdC) non mi piacevano.”
Chinaski: “Già. Potessi tornare indietro, impiegherei il tempo in modo diverso.”
Smeriglia: “Tipo?”
Chinaski: “Non giocherei più a Championship Manager.”
Smeriglia: “Io gioco ancora a Championship Manager!”
Chinaski: “Davvero?”
Smeriglia: “Ehm… sì.”
Chinaski: “In effetti anche io giocherei ancora a Championship Manager … ma è proprio tempo buttato.”
Smeriglia: “Non capisco perché uno non possa trascorrere la vita giocando a Championship Manager, se questo lo rende felice.”
Chinaski: “Hmm… sai che hai ragione? Perché uno non dovrebbe?”
Smeriglia: “Hai cambiato idea?”
Chinaski: “Sì.”
Smeriglia: “Il problema è che, quando hai finito di giocare, non ti rimane proprio nulla.”
Chinaski: “A parte il senso di colpa.”
Smeriglia: “Sì.”
Chinaski: “Forse dovresti dormire un’ora in meno e sfruttarla per giocare a Championship Manager ”
Smeriglia: “Potrebbe essere un’idea.”
Chinaski: “Oppure, non smettere mai. Sostituire la vita reale con quella simulata.”
Smeriglia: “In questo modo potrei essere un grande allenatore!”
Chinaski: “Certo! E non sentiresti mai il senso di colpa.”
Smeriglia: “Mmm… Certo che però sarebbe proprio una vita sprecata.”
Chinaski: “Già. Credo che l’unica decisione saggia sia disinstallare il gioco.”
Smeriglia: “…”
Chinaski: “…”
Smeriglia: “Quante volte cambi idea in un giorno?”
Chinaski: “Sette.”
Storie di una vita sepolta
Vi racconterò la mia vita.
La leggenda vuole che io sia nato la mattina del 27 gennaio 1977, alle 5, ma a me piace pensare di essere nato un poco più tardi, diciamo intorno alle 18.
Sembra che la mia espulsione dall’utero materno sia stata particolarmente difficile, e sia avvenuta solo in seguito a estenuanti trattative. Erano presenti un ostetrico, un prete, e uno psicologo.
Ostetrico: “Avanti, esci.”
Chinaski: “Devo proprio?”
Prete: “La vita è un dono di Dio.”
Chinaski: “Taci tu.”
Psicologo: “Niente, dai, chi se ne frega. Lasciamolo lì.”
I tre fingono di andarsene, Chinaski aspetta qualche minuto, poi cola fuori. La prima cosa che vede è un carrello di strumenti medici: imprinting immediato. Chinaski seguirà il carrello, carponi, per i sei giorni successivi.
La prima pesata diceva 5,7 kg. Il parere dei medici era unanime.
Medici: “Signora, suo figlio diventerà un ciccione di proporzioni circensi.”
Come tutte le previsioni dei medici, il cazzo.
Dopo tre anni trascorsi in casa a prendere confidenza con le funzioni corporali, Chinaski si decise ad abbandonare il proprio oggetto transizionale (un gesù bambino fluorescente) e a frequentare una scuola materna. Durante quel periodo procurò lesioni varie a diversi bambini, usando i seguenti strumenti: un pezzo di lego da 8, un bicchiere di tè bollente, una pallina di pongo, una vetrata.
Sfogò lì tutta la sua aggressività, e divenne l’uomo più pacifico della terra.
A sei anni cominciò le scuole elementari, dove imparò che gli esseri umani sono davvero troppi e troppo stupidi, per pensare di batterli. All’esame tutti gli fecero i complimenti per la sua vivida scrittura. Alla domanda “che cosa pensi di fare da grande?”, lui rispose “il muratore”.
Alle medie, Chinaski passò una fase metallara. Fece amicizia con i peggio teppisti della scuola, cominciò a fumare e a masturbarsi, ma una consistente acne giovanile gli impedì di avere successo con le ragazze.
In seconda, al ritorno dalle vacanze estive, il professore di educazione fisica lo canzonò in questo modo:
“Allora, Chinaski, com’è andata l’estate? Hai fatto strage di cuori?”
Tutta la classe scoppiò a ridere, ma Chinaski si sentì lusingato dalla domanda.
Ne comprese la crudele ironia soltanto in seguito.
All’esame di terza, nessuno gli fece i complimenti per la vivida scrittura. In effetti, Chinaski aveva continuato a scrivere come un bambino delle elementari, cosa che fece fino alla quarta liceo.
Tuttavia aveva imparato a non eiacularsi in faccia.
Gli anni del liceo furono i più duri, ma anche i più divertenti.
Chinaski era un vero misantropo, e sviluppò qui tutte le caratteristiche che più tardi avrebbero fatto dire al Peggiore “sei un diserbante umano.”
Ateo, razzista, asociale, presuntuoso, antipatico e incapace.
In seconda liceo, l’insegnante di lettere risvegliò in lui un antico talento proponendo il tema:
descrivi un posto a te caro.
Chinaski descrisse la chiesa del suo paese, dove descrisse va inteso in senso letterale.
“la chiesa del mio paese ha tre navate, quarantadue panche, otto acquasantiere, un altare maggiore e…”
La professoressa non gradì, dicendo che non amava essere presa in giro.
Voto: 5.
Chinaski rinunciò per sempre all’idea di scrivere.
“Sai che perdita”, avrebbe detto un amico, ma Chinaski non aveva amici, fatta eccezione per quello cui aveva cercato di cavare un occhio con un pezzettino di lego da 8, dodici anni prima.
Trascorsero un'estate a fare giri in bicicletta e ogni volta che si fermavano, Chinaski tirava fiato da una sigaretta. Il suo amico lo guardava severo e commentava: China… sei sempre il solito.
Ancora adesso Chinaski si chiede dove sbagliasse.
In quarta liceo, la svolta.
La stessa professoressa propose un tema pedagogico, e Chinaski decise di aggirare il suo problema con le istituzioni, scrivendo un racconto.
Prese il primo 8 della sua vita, e capì di voler diventare uno scrittore.
Poi un compagno gli chiese se poteva leggere il tema, e si sentì rispondere che per farlo doveva sganciare 3.000 lire. Preferì sganciare un calcio in culo, e rimanere col dubbio.
Chinaski capì che al massimo, nella sua vita, avrebbe aperto un blog.
Cominciò a leggere un libro a settimana, sostituendo ai manuali testi di letteratura.
I professori, dapprima preoccupati, furono felicemente sorpresi di trovarlo finalmente in silenzio, anche se nascosto dietro una finestra, in ultimo banco.
Lì rimase fino al diploma, dove rubò un 46, che gli procurò una serie di insulti da certi compagni invidiosi, e dai genitori non troppo soddisfatti.
Nel frattempo, ebbe modo di sperimentare le gioie del sesso, con una donna negra. Ancora adesso cerca di convincere suo padre che “no, non era una prostituta.”
Dopo il liceo si iscrisse all’università, senza sapere che vi sarebbe rimasto impegolato fino ai 30 anni (stima approssimata per difetto). Durante il periodo accademico brillò per gli eccellenti risultati ottenuti a Bobble Bobble, in una sala giochi vicino all’ateneo. Ancora oggi persiste un suo record, firmato AAA.
Nel frattempo, e siamo ai giorni nostri, Chinaski continua a perseguire il suo sogno. Tuttavia, per ovvie ragioni, il suo sogno ha subito un leggero ridimensionamento, che riporto qua sotto:
scrittore di successo
scrittore
blogger
gestore di un videonoleggio
Felice di aver trovato un’ambizione verosimile, chiederà domani un mutuo in banca, presentando come credenziali un estratto conto del ‘98 di 52.000 lire, e una moneta celebrativa dei mondiali raffigurante Stefano Tacconi.
La signora Maccellow
Una mattina scendo dal letto e vado in bagno e passo in soggiorno e poi in cucina.
Metto su il caffè, gli occhi ancora socchiusi.
Ci penso un secondo.
Esco dalla cucina e torno in salotto.
E la vedo. Non mi ero sbagliato.
La signora Maccellow è spuntata.
Non esiste espressione migliore.
Spuntata. Flop. Come un fungo.
Così, giro per casa e la vedo, in piedi che stira come niente fosse, imperturbata dalla montagna di calzini e mutande. La prima sensazione, anche per una coerente somiglianza, è che si tratti di mia madre. Un po’ più piccola, un po’ più appassita, con una diversa messa in piega.
Mia madre e la sua ombra.
Dopo ventisette anni che in casa tua ci siete solo tu e la tua famiglia, un mattino entri e trovi una perfetta sconosciuta.
Che stira.
Più tardi, chiedo:
Chinaski: “Hai notato anche tu quella cosa?”
Madre: “Cosa?”
Chinaski: “Quella cosa che c’era stamattina, in soggiorno.”
Madre: “Ma cosa?”
Chinaski: “Quella cosa che stirava.”
Madre: “Ah, sì. La signora Marcella. Ci dà una mano.”
Chinaski: “Abbiamo la donna delle pulizie?”
Madre (severa): “Ci dà una mano.”
Chinaski: “Anche il benzinaio, sotto un certo punto di vista, mi dà una mano quando mi fa il pieno. Però poi vuole essere pagato. La signora Maccellow vuole essere pagata?”
Silenzio.
Chinaski: “Allora abbiamo la donna delle pulizie.”
Siccome la donna delle pulizie in genere è una sottoposta, io non riesco a vederla come una persona vera e propria. E riverso su di lei la mia smania di onnipotenza.
Signora Maccellow, questa macchia sulla maglietta?
Signora Maccellow, è pronta la mia biancheria?
Signora Maccellow, mi prepara una tazza di cioccolata?
La signora Maccellow sopporta. Capo chino e sguardo di rivalsa, incassa. Ha una vocina flebile che sembra provenire da un’altra stanza. Sempre un’altra stanza rispetto a quella in cui si trova. È piccola. Un metro e trenta all’incirca. E io non è che lo faccio per cattiveria. È una questione prettamente gerarchica.
Mia madre cerca di fare la spola.
Madre: “Senti, devi essere più gentile.”
Chinaski: “Con Maccellow?”
Madre: “Si chiama Marcella, smettila.”
Chinaski: “Viene pagata.”
Madre: “Non è la nostra schiava.”
Chinaski: “A che ti riferisci?”
Nel frattempo la signora Maccellow arriva, silenziosa. Mi si accosta con prudenza. Nella mano tiene un vassoio. Sul vassoio, due cotton fioc.
Madre: “A questo. Signora Marcella, non deve farlo…”
La signora Maccellow guarda prima mia madre, poi me. Io le faccio un cenno con il capo, lei se la fila.
Chinaski: “Non capisco cosa intendi.”
Col passare dei giorni, la signora Maccellow diventa sempre più indispensabile. Ovviamente non riesco a trattenermi dall’abusarne. La chiamo per ogni cosa, e anche quando non mi serve nulla:
Chinaski: “SIGNORAAA MACCELLOOOOOOOW?”
Maccellow:”puff…pant…sì??”
Chinaski: “Niente. Si tenga sempre in zona.”
Maccellow: “Ero al piano di sopra. Mi ha fatto fare le scale per cosa?”
Chinaski: “Adoro sentire il ticchettio dei suoi piedini trafelati sul parquet.”
Fino al giorno in cui la signora Maccellow se ne andrà. So che deve succedere, ma non sono sicuro di poter rinunciare tanto facilmente. Lei verrà a stirare le mutande un’ultima volta. Poi prenderà la sua borsetta, il suo cappottino, stringerà la mano a mia madre, farà per andarsene, e poi, proprio sulla soglia:
Chinaski (dal bagno): “SIGNORA MACCELLOOOOw?”
Maccellow: “COSA?!”
Chinaski (dal bagno): “HO FINITO!”
Madre: “MA SEI IMPAZZITO? Signora Marcella, sono così imbarazzata…”
Maccellow: “…
Chinaski (dal bagno): “PER FAVORE! L’ULTIMA VOLTA!”
Madre: “MA CHE SEI SCEMO?
La signora Maccellow appoggia il cappotto e la borsa, guarda mia madre.
Madre: “Non lo faccia.”
La signora Maccellow s’incammina verso il bagno, armata di carta igienica.
Madre: “Signora Marcella…”
La signora Maccellow sparisce nel bagno, inghiottita.
Del fumo
Io ho lottato, per diventare quello che sono, che vi credete?
Io penso che ogni essere umano abbia un destino, un destino inscritto da qualche parte, tra i tessuti e le cellule e gli ossi. A scorrergli nel sangue.
E dico un destino, per dire un sogno.
Per alcuni è talmente forte da rendere i loro occhi più vividi, più fermi, diversi.
E non c’è bisogno di aspettare, perché il talento esce, se deve uscire.
Così, come ho già scritto, io ho sempre sognato di essere un fumatore, che come sogno non sarà un granché, ma che vi devo dire? C’è gente che pulisce culi ai vecchi, così, per passione.
Ho cominciato a raccattare mozziconi carbonizzati che avevo nove anni, e da quel momento non ho mai smesso d’inseguire la mia passione, la mia dipendenza. Mi sono preso le botte e le prediche e i silenzi. Sono stato lì, fermo come un sasso, a mandare giù tutto.
Ma alla fine ci sono riuscito, sapete?
Sì. Alla fine ho avuto il mio pacchetto nei pantaloni, e un accendino, e la libertà di accendermi una sigaretta in qualsiasi momento, senza dovermi preoccupare del puzzo, dell’ora, o del danno.
Alla fine, sono diventato ciò che ho voluto.
Voi direte che non era difficile, io dico che conoscere i propri limiti è una degna ambizione.
E ora… ora il mondo mi diventa salutista.
Non sto per scrivere un’invettiva contro la legge da poco approvata. Anzi, sono d’accordo. Sono d’accordo che non si fumi nei locali pubblici se non in apposite sale, perché tutti abbiamo il diritto di scegliere cosa essere e cosa fare e alcuni, che vi piaccia o no, hanno scelto di vivere, semplicemente.
Lo dico a malincuore, perché bere un Negroni senza sigaretta appresso è una tristezza infinita.
Non sto per scrivere un’invettiva.
Dicevo solo che io ho lottato, per diventare quello che sono, e alla fine ci sono riuscito, e sono diventato un fumatore, nient’altro. E pensavo che lo sarei stato a lungo, fedele, fino alla fine.
Invece.
Poco tempo fa i miei polmoni mi hanno chiesto una tregua. Non l’ho sentita come un’imposizione fastidiosa, no. Ci siamo messi lì, una mattina, e abbiamo deciso che questa cosa andava fatta.
E così, da trenta sigarette al giorno sono passato a dieci. Di colpo, senza fatica.
Per riuscirci, mi è venuta in aiuto la legge anti-fumo appena adottata: basta, fumare nei luoghi chiusi. Meglio uscire su pianerottoli e terrazzi.
E siccome d’inverno pianerottoli e terrazzi sono molto, ma molto freddi, ecco che mi è venuta facile una sorta di scrematura qualitativa:
il pensiero di alzarsi e lasciare la stanza per andare a tremare e ad annoiarmi, solo e al silenzio, a fissare un ragno.
È questo, il motivo.
E si sta bene, voglio dire.
A volte riesco persino a respirare, tra un rantolo e un filo di catarro. Mi sento decisamente meglio.
Però arriverà l’estate. E io ho paura che con il caldo uscire non sia più un sacrificio. Ho paura di tornare sulle trenta al giorno, d’intasarmi di nuovo, di avere il fiatone dopo uno starnuto.
Da qui, l’idea.
Di trovare un luogo freddo e umido e silenzioso, anche d’estate. Un piccolo santuario di noia da dedicare al fumo, ma sufficientemente scomodo e noioso.
Giugno 2005
Cena parentale (Chinaski e genitori)
Padre di Chinaski (alla moglie): “Scusa, mi passi una mela?”
La madre di Chinaski si alza, apre il frigorifero, passa una mela. Il padre la mastica, rallenta di colpo, sembra perplesso.
Padre di Chinaski: “Ehi…”
Madre di Chinaski: “Cosa?”
PdC: “Questa mela ha un sapore strano.”
MdC: “Che sapore?”
PdC (masticando sospettoso): “Mmm… non so bene… sa di…”
MdC: “Di?”
PdC: “Come un sapore di…”
MdC: “Fa sentire.”
Prende la mela e le dà un morso. Mastica anche lei a rilento, riflette.
MdC: “Sì… ricorda vagamente il sapore dello speck. E ora che ci penso…”
PdC: “Cosa?”
MdC: “Anche la panna montata aveva questo sapore.”
PdC: “Sì… è come di…”
MdC: “Sì… di…”
Chinaski: “Philip Morris Super Light.”
Addestramento cinico
Il pubblico (3 persone) ha reagito malamente al post tenero qui sotto, quindi ho pensato che la gente ne abbia abbastanza di tutto questo buonismo dilagante, i film d’amore e le canzoni sdolcinate. E io sono d’accordo, ci mancherebbe. Ecco perché voglio fornire alcune direttive per l’addestramento cinico di un essere umano medio.
Prendete un bambino. Diciamo un bambino intorno ai cinque o sei anni, non importa (non lo so), e diciamo che si chiama Luigino. L’addestramento si articola in cinque punti, tutti essenziali.
Per prima cosa, dobbiamo estirpare in lui ogni insegnamento pseudo-cristiano e roba del genere: quella merda che ci inculcano nel cervello a suon di messe, catechismi e canzoni di Max Pezzali. Ci serviranno sottili nozioni di psicologia, e un qual certo materiale didattico.
1 Porgi l’altra guancia (Luca 6,27-38)
Prendete Luigino e chiudetevi con lui in una stanza. Leggetegli il passo del Vangelo in questione almeno dieci volte. Quando siete sicuri che abbia capito, dategli uno schiaffo. Luigino si metterà a piangere, probabilmente (c’è una remota possibilità che cerchi di cavarvi un occhio con una matita. In questo caso sarà forse necessario sopprimerlo applicando una leggera pressione al collo con i pollici).
Quando avrà smesso di piangere dovrete dirgli:
“adesso porgi l’altra guancia, Luigino.”
Luigino si mostrerà restio. Minacciate di colpirlo di nuovo se non fa come dice il Vangelo. Lui penserà che l’unico modo per non essere colpito è seguire il precetto, quindi farà come dite, mostrandovi l’altro lato del viso.
Voi colpitelo ancora.
Continuate così per venti minuti circa, dopodichè chiedetegli se vuole porgere di nuovo l’altra guancia, o darvi un calcio nelle palle. Lui sceglierà il calcio nelle palle, e cercherà di andare a segno. Voi bloccatelo e poi picchiatelo ancora, finché non sviene.
2 Ama il prossimo tuo come te stesso (Matteo 12, 28-44)
Questo precetto può essere mantenuto.
Sarà sufficiente far sì che il bambino si odi da solo:
non ridete mai alle sue battute, non rispondete alle sue domande e, quando arriva per mostrarvi un disegno, ditegli: “che stronzata, cazzo! Sei un vero idiota.”
3 Beati i misericordiosi (Matteo 5, 1-11)
Luigino non deve imparare a essere misericordioso, né altro. Insegnategli invece a infierire, a essere antisportivo, sleale. Per ottenere queste doti, non c’è niente di meglio del gioco degli scacchi, che stimola qualità naturali come l’arroganza, l’astuzia, e la voglia di rivalsa. L’apprendistato dovrà essere dei più duri e vi servirà un bastone.
Giocate con lui e prendetelo in giro ogni volta che perde (spero per voi che perda sempre), facendogli notare quanto è stupido e senza speranza.
Dopo un mese provate a chiedergli dove può mettersela, Gesù, la sua misericordia.
4 Materiale didattico
Consiglio visioni giornaliere dei Tenembaum, Cane di paglia, So fucking what, più tutto Kubrick. Per i cartoni animati Simpson e Griffin andranno benissimo.
Se Luigino si lamenta, colpitelo ancora.
5 Cura Ludovico
Ora, Luigino sarà un po’ rancoroso. Purtroppo però, da questo momento sarà meglio non toccarlo più neppure con un dito. Ricordate che vogliamo creare un essere umano cinico, non un assassino (se invece volete creare un assassino, ripetete la prima parte fino al raggiungimento del quattordicesimo anno di età, giorno in cui Luigino farà la sua prima vittima, infilzandovi con un forchettone da arrosto).
Per la cura Ludovico vi servono massicce quantità di bromuro, Valium e Bactrim.
Il Bromuro e il Valium andranno somministrati contemporaneamente (due dosi del primo e una del secondo, servire freddo) durante la proiezione di servizi del telegiornale che riguardano catastrofi, stragi, omicidi e altri eventi. Questo, nei giorni pari.
Nei giorni dispari invece, proiettate tutti i film di Spielberg e Zemeckis, somministrando un intero flacone di Bactrim. Questo produrrà un forte senso di nausea e disorientamento (essendo il Bactrim un antibiotico, dosi massicce potrebbero causare la morte del soggetto, nel qual caso, sotterratelo in giardino).
Con il mio programma di addestramento, avrete un essere umano cinico nel giro di un anno, garantito.
A quel punto, fategli aprire un blog.
Il vino buono va lasciato respirare
Va bene, io il Natale l’ho festeggiato stasera.
Ho pensato che non serve l’albero e non servono i regali impacchettati e non serve la neve.
Ho pensato che bastasse del buon vino, anche se io il buon vino non so mica riconoscerlo, ma fa lo stesso, basta che garantisca qualcuno e sono contento. Ho pensato che bastasse carne a media cottura, patate al forno e una donna e una torta al cioccolato con la panna. E le sigarette e una canna e un letto a due piazze e una luce soffusa. E la mia donna. L’ho detto ancora?
Ho pensato che in fondo non fosse tanto importante che si dicesse “buon Natale” perché il Natale fosse buono davvero. Che non servissero i parenti e il tacchino. La tombolata di fine anno. E una banconota da 500 euro arrotolata sull’albero, anche se ve l'ho già detto che alberi non ce n’era, però intendevo quelli soliti, artefatti.
Una stella di Natale è più che sufficiente. Altrimenti una siepe.
Ho pensato bastasse della buona musica comprata per l’occasione, bicchieri di cristallo a tulipano, qualche fumogeno orientale per coprire la marijuana persistente. E il sesso. Ci mancherebbe, mica sono di quelli che si fanno le seghe.
Come a Capodanno.
Questo capodanno mi sono messo lì e ho pensato che a capodanno non ci vogliono i botti che vanno più in alto di tutti. Un bastoncino sfrigolante è tutto quello che ti serve. E che non ci vuole la gente. Una festa assordante. Non ci vuole l’ubriachezza e barcollarsi a bordo di una sbronza. Non servono pacche sulle spalle a dirti che quest’anno andrà meglio, perché tu lo sai benissimo che meglio di così non può andare, al massimo uguale, che sarebbe già molto, fin troppo.
A capodanno mi sono accontentato di una cena ordinata al telefono e asportata da un forno lontano. Un film a cartoni animati già visto in un qualsiasi pomeriggio di un ottobre dimenticato, quando niente di questa vita era anche solo all’orizzonte, o più distante. Mi sono accontentato di guardarci sorridendo poco dopo la mezza, e dirci “non sarebbe meglio stare in pigiama?, e mettersi in pigiama e dormire, nel giro di un quarto d’ora.
Ché eravamo io e lei. Sempre lei. Quella di prima.
E alla fine mi sono reso conto che proprio non posso permettermelo.
Non posso permettermi di scrivere quella cosa melensa e banale e stucchevole.
Mi sono costruito un personaggio, col tempo. Un personaggio che è diciamo un cinquanta percento proiettato e un trenta percento amplificato e un sette percento ridipinto e un cinque percento soprasseduto e un (ho perso il conto) percento di tutto il resto.
Il blog pare fatto per quello. Prendersi e riscriversi. Punto.
Poi però va a finire che anche quello diventa limitante. La gente ha buona memoria, e nutre aspettative. Gente, poi. Neanche fossero milioni. Quelle centocinquanta persone al giorno, che almeno cinquanta saranno amici e amici di amici e cinquanta sconosciuti e (non ho intenzione di ricascarci) gli altri, non so: affezionati lettori.
Non posso permetterlo, lo capite bene.
Dire che conta solo lei, per fare le occasioni speciali.
Dire che non è mica facile rendere memorabile il Natale del 15 Gennaio 2005, ma invece sì, voglio dire, solo per il fatto di festeggiare quando tutti hanno sbaraccato e sono tornati tristi, grassi, al lavoro. Solo per il fatto di andare a farsi regali sotto il Duomo assieme a tutti quelli che giravano per i saldi, passando sotto le scale di chi stava smontando le luminarie, e farsi due ciambelle e un frappé di latte.
Pensavo proprio che non posso permetterlo, e poi, subito dopo, ho pensato che sarebbe stupido. Non scriverlo, intendo. Sarebbe stupido perché giusto l’altro giorno avevo una fitta in mezzo al costato. E forse salta fuori che il mese prossimo muoio, o divento cieco, e allora poi come fai a spiegarglielo alla tua donna che conta solo lei, per fare le occasioni speciali? Come fai?
Così, penso che una volta l’anno Chinaski può anche mostrarsi un po’ meno animale e dire quella cosa che pensava di non potersi permettere per niente al mondo.
Quella cosa melensa e banale e stucchevole, che poi mi sono reso conto d’averla già detta sei volte, sotto specie di preterizione.
Ma va bè, che vi volete fare?
Buon natale, Pussycopy.
Quante cazzo di ferie mi faccio
Bentornato.
Partirò dalla domanda del signor Coltrane.
Mi sono messo lì e ho preso carta, penna, calendario e pallottoliere. E ho contato i miei giorni di ferie. I miei giorni di ferie da quando sono nato.
Dunque, su 10203 giorni di vita circa, sottraendo i dieci mesi di servizio civile, durante i quali mi sono più che altro nascosto nel magazzino del bar a sgranocchiare patatine e pizzette surgelate, e sottraendo quei 100-200 giorni di studio in dieci anni di “studi?” universitari, direi che mi sono fatto 9765 giorni di ferie complessivi.
Certo.
Rimarrebbe quella volta che ho dato una mano a mio padre, dove “dato una mano” risulta un’espressione particolarmente appropriata, considerando come sono andate le cose.
Eh? Come sono andate?
Avevo credo diciassette anni, e mio padre mi dice se non è che per caso gli posso dare una mano nella sua bottega artigiana. Io gli rispondo che ci avrei da fare e lui mi chiede “che cosa?” e io rimango un po’ così, che le palle degli occhi mi scompaiono non so dove e rimangono due canne di fucile, a sostenere tutto quel niente. Parlo del niente che ho dentro, alle volte.
Padre di Chinaski: “Allora? Cosa devi fare?”
Chinaski: “Ehm…”
E mi ritrovo non so come davanti a due cavalletti, con un pezzetto di legno in una mano, e un rotolo di gomma per guarnizioni, nell’altra. E una finestra da assemblare, lì sospesa.
Riuscite a immaginare un’immagine più grottesca?
Io con gli arnesi da lavoro sembro un quadro di Magritte, mi dico trasognato.
Lui invece sembra a sua agio, e mi spiega il meccanismo.
Padre di Chinaski: “Allora, è facile: appoggi la gomma sulla guida, e spingi usando il pollice e aiutandoti col pezzetto di legno. Entra da sola. Guarda.”
Appoggia la gomma, spinge, si aiuta. Una vera cazzata. La gomma entra come in quella pubblicità dove il grissino taglia il tonno e tu ti credi che lo taglia davvero.
Poi se ne va, lasciandomi solo col pezzetto di legno, che si anima e mi guarda e ride.
Appoggio la gomma sulla guida, rassegnato. Spingo col pollice, mi aiuto con il legno, ma quella non entra, ostinata, e io spingo più forte, e la gomma lubrificata scodinzola ovunque, cerca d’infilarmisi in bocca e in un occhio e nelle orecchie, e io lì a domarla come fosse un serpente, ma quella niente!, fugge, allora la prendo a colpi di legno e m’infervoro e m’impunto e…
All’improvviso la mia mano comincia a sprizzare sangue. Non so cosa sia successo, ma credo che la finestra mi abbia morso. Purtroppo so che mio padre non mi crederebbe, per cui mi limito a lasciare gli attrezzi e a camminare nella sua direzione tenendo la mano in alto, come un soldato che si arrende.
Lui si ferma e mi guarda invece come si guardano i meno fortunati.
Io con un fil di voce gli dico:
Chinaski: “Vado in casa a medicarmi.”
Ed è stata l’ultima volta che ho messo piede là dentro.
Monoscopio
Causa problemi tecnici, molte immagini non sono visibili. Ci scusiamo per il coso e rimedieremo bla bla bla.
Domani.