Com'è bello passeggiar con Mary
Immagino che una cosa così sarebbe il sogno di chiunque. Pensa a quello che potresti fare, oltre a non morire, è ovvio. Ad esempio potresti salvare un sacco di vite, magari girando per le strade della città e fermando il tempo e intervenendo per districare situazioni complicate, tipo gente finita nei tombini, gente che sta per essere investita dalle automobili o rapinata dai rapinatori, gente che rischia di morire dissanguata e altri pasticci che non riesco a figurarmi. Tu potresti studiare medicina, prendere tutte le specializzazioni e fare pratica per secoli su cani e gatti cristallizzati, poi tornare agli uomini e salvarli tutti. Diventeresti una specie di super-eroe extratemporale, diciamo.
Un altro uso è quello di evitare le guerre nel mondo. Lo stato sceriffo manda quindicimila soldati per fare guerra allo stato canaglia? Molto bene. Tu fermi il tempo, vai là dove sono e glieli riporti indietro tutti, uno a uno. Poi prendi gli aerei sulle portaerei, togli il freno a mano e glieli fai precipitare sul fondo marino. Splosh. Dopodiché vai da quelli dello stato canaglia e gli togli i candelotti di dinamite dal sedere e ci metti un mazzo di rose rosse. Cose così. Come dite? Non ha senso, da un punto di vista fisico, che le cose si muovano mentre il tempo è fermo? Ma certo che non ha senso. È il bello dell’orologio magico.
Io però lo userei per altri scopi (ognuno ha i suoi bisogni), ad esempio per creare situazioni imbarazzanti. Fermerei il tempo e partirei subito alla volta di Roma, entrerei in Vaticano e andrei a cercarmi la cristallizzazione del Papa, mi caricherei il Papa su una carriola e me lo porterei appresso per la città fino ad arrivare in una stanza d’albergo. Poi uscirei di nuovo e andrei a prendere un travestito, due professioniste e un cane o un animale esotico, che so, un panda bruno. Li spoglierei tutti e li metterei tutti a letto in pose oscene. Poi andrei a prendere uno spacciatore e lo porterei anche lui in albergo, piazzandolo su una sedia con i pantaloni abbassati e spruzzerei coca ovunque. Poi uscirei di nuovo e andrei a prendere Enrico Mentana con la sua troupe e li piazzerei nella stessa camera d’albergo del Papa e di quegli altri, lì pronti con telecamere, riflettori e tutto, attaccherei i fili e sistemerei le luci e poi tornerei a casa, andrei a sedermi in poltrona davanti al televisore e farei ripartire l’orologio e zac, edizione straordinaria del Tg5. Credo che sarebbe molto divertente.
Oral pro nobis
Non starò qui a criticare l’idea che il sesso sia un peccato e che si debba farlo solo al fine di procreare, perché sarebbe come prendere a calci un bambino cieco su una sedia a rotelle senza ruote. D’istinto verrebbe da dire che non ha molto senso creare un essere con un arnese capace di scaricare settecento grammi di dopamina a botta (letteralmente) e poi dirgli che è la sua parte peggiore e che sarebbe alquanto spregevole usarla:
Gerolamo: molto generoso da parte sua, Signore. Questo potrebbe aiutarlo a sopportare meglio le avversità della vita.
Dio: certo. E ho pensato anche di mettere una legge che ne vieti l’uso.
Gerolamo: …
Dio: buahah! E senti questa: a un certo punto le cellule possono impazzire, produrre palline e ucciderlo dopo una tremenda agonia!
Gerolamo: temo che così si suicideranno tutti, Signore.
Dio: vietato anche quello! Ah ah… sarà uno spasso, vedrai.
L’uso della coppia concettuale ordine-disordine, dal sapore marcatamente psichiatrico, rende difficile immaginare come dovrebbe essere un ordinato rapporto sessuale tra ordinati coniugi cattolici:
- sì, grazie, continua pure.
- abbiamo quasi finito.
- molto bene.
- cara?
- sì, amore?
- pensi che sarebbe troppo disordinato spostare per un po’ la nostra unione nel tuo sedere?
- temo proprio di sì, amore.
- non che mi andasse.
- lo spero bene.
- mano destra sul tuo fianco, amore.
- mano destra sulle tette.
- lingua nel tuo orecchio.
- pene nella tua vagina.
- arrocco.
- bellissimo.
- quando ci abbracciamo così non ho bisogno d’altro e sento le nostre anime che si fondono.
- anch’io sto fondendo.
- come dici?
- niente. Senti, che ne diresti di fare un gioco?
- uh, sì! Che gioco?
- un gioco.
- e come funziona?
- funziona che tu chiudi gli occhi, apri la bocca e io ci metto dentro una cosa e tu devi capire che cos’è succhiandola per una mezzora.
- …
- è facile.
La continenza è proposta (con gaudio) come una prova. Come le dodici fatiche di Asterix, insomma, ma senza la pozione. In teoria due fidanzati dovrebbero stare per tutto il tempo del fidanzamento senza fare sesso. Si possono abbracciare ogni tanto, persino baciare (teneramente), ma niente fornicazione o che altro. Perché è una prova. Dopodiché si sposano e lei scoprirà non solo il reciproco rispetto, ma anche che lui aveva un pene grande quanto un omino dei Lego. Anche quella è una prova. Ci sta insieme cinquant’anni senza tradirlo e cercando di adoperare il minuscolo aggeggio, finalmente ce la fa, in qualche modo, e si consola con l’idea che almeno avrà un figlio, ma viene fuori che lui è sterile. Altra prova. Poi muore (prova), e c’è il paradiso e in paradiso niente sesso perché è come nei saloon, che si entra senza la pistola. Altra prova, stavolta infinita. E poi basta.
Alla luce di tutto questo, ho pensato di venire in aiuto ai giovani cattolici per aiutarli a capire meglio alcuni errori che commettono senza però rendersene conto, ma per ragioni di spazio non lo faccio adesso.
We all live in a yellow submarine
Ema: ma certo.
Chinaski: mi definiresti una persona antipatica?
Ema (fa una lunga pausa, poi sorride): con me no.
Chinaski: no, perché il Peggiore dice che sono malvagio.
Ema: beh… un po’.
Chinaski: ma ho solo un po’ la lingua lunga, no?
Ema: tesoro?
Chinaski: sì?
Ema: tu hai una lingua fuori del controllo di Dio.
Avere lo sbocco per il futuro
E invece no.
Oddio, tecnicamente potrei morire anche ora…
…
e invece no.
Scartando l’ipotesi di fare questa cosa ancora e ancora fino al momento in cui ci prendo per forza, è meglio che cominci a prepararmi psicologicamente all’idea di trovarmi una fonte di reddito aggiuntiva (aggiuntiva a zero, dico). Le mie caratteristiche sono piuttosto note: non ho una predisposizione a trattare con il pubblico, non ho una propensione a lavorare in un team (non ho la propensione a lavorare), non sono dinamico (scrivo e-mail per comunicare con persone nella stanza adiacente), non amo che mi si dica cosa devo fare e non amo dover fare qualcosa in genere, dopo pranzo ho una perdita di coscienza del 75% almeno fino alle quattro del pomeriggio, qualsiasi occupazione viene abbandonata così com’è poco dopo le cinque di ogni giorno per dedicarmi alla sistematica introduzione di alcol nel mio corpo.
Ma ho anche dei difetti, eh. Ad esempio sono un perfezionista, e questo spiega sia i bastoncini di ghiacciolo attaccati alla parete a non più di due spanne dal cestino, sia il calcolo dell’umore in base a un complicato sistema di bottiglie d’acqua mezze piene (o mezze vuote) disseminate ovunque.
A tutto questo si aggiungano le mie forti motivazioni, che mi rendono particolarmente performante a eventuali colloqui:
Tizio: Precedenti esperienze?
Chinaski: Non c’è male, grazie.
Cose da fare in caso di stupidità
Ma supponiamo che, magari in seguito a un’esplosione atomica, al morso di un ragno radioattivo o a un incidente di laboratorio, uno stupido capisca finalmente di esserlo. Certo: nel momento in cui lo stupido, dopo aver detto una di quelle cose che è solito dire, si rendesse conto di essere solito dire cazzate, sarebbe ipso facto un tantino più intelligente e allora da quel preciso momento eviterebbe di dirle, forse. E infatti questa rivelazione non è possibile (e no, i ragni radioattivi non esistono e, se mordono, le tele di ragno ti si formano nel cervello). Ecco, allora, che potrebbe essere utile qualche dritta per autodiagnosticarsi un’eventuale stupidità congenita (non ce n’è d’altro tipo).
Prima di tutto, occorre dire che, purtroppo, lo stupido ha opinioni. Il problema, però, non consiste nella qualità di tali opinioni, ma nel modo in cui lo stupido le formula e nel modo in cui poi le difende alla morte perché ci si identifica. Dire che “solo gli stupidi non cambiano idea” non è solo un bieco stratagemma ideato dagli intelligenti per convincere gli stupidi a cambiarla, ma è anche una necessità di vita, perché in mancanza di un’autosufficienza logica lo stupido ha bisogno di opinioni preconcette che gli garantiscano una personalità minima. Un’ altra verità ben conosciuta è che “la ragione si dà agli stupidi”: lo stupido intraprende qualsiasi discussione soltanto per avere ragione e questo fa di lui uno stupido. Anche la persona intelligente intraprende qualsiasi discussione soltanto per avere ragione, solo che non è stupida. La differenza è molto sottile e solo un non-stupido se ne può accorgere. Non accorgersi delle cose è invece tipico degli stupidi, così come non accorgersi del non accorgersi delle cose. In terzo luogo, lo stupido basa quasi tutto il proprio bagaglio di opinioni su proverbi, frasi fatte, più quello che sua madre o sua nonna gli hanno insegnato da piccolo, cosa di cui non sa rendersi conto, come di tutto il resto, del resto. E ancora: gli stupidi commettono una quantità sterminata di errori di calcolo. Quando si vuole prevedere qualcosa che preveda la reazione di un essere umano, occorre chiedersi come quell’essere umano potrebbe reagire a un determinato evento. Per farlo, bisogna riuscire a pensare come l’essere umano in questione, cosa peraltro piuttosto difficile. Lo stupido risolve il problema pensando che tutti pensino come pensa lui e si chiede, dunque, come reagirebbe lui a quel particolare evento, sbagliando. Infine, lo stupido crede in un’entità superiore (ma di poco) che ha creato tutto l’universo all’unico scopo di potergli permettere di passare la domenica pomeriggio in poltrona a guardare il gran premio di formula uno.
Cento modi di perdere a scacchi
Il pedone
Cento modi di perdere a scacchi
Per il resto, gli scacchi non sono un gioco molto complicato. Oggi stesso potreste andarvi a comprare la vostra prima scacchiera, un set di pezzi, un avversario e fare la vostra prima partita. Le regole sono semplici e si imparano in pochi minuti, la profondità è infinita. Questo significa che, se vi piace, non smetterete mai di giocare. Potreste non smettere mai di giocare, diciamo. Potreste mettervi lì e giocare otto-dieci ore al giorno (ma anche ventiquattro) per tutta la vita (che sarebbe abbastanza breve) e non riuscire a vederne mai la fine. Tutto quello che dovete fare, quindi, è imparare le regole. Ovviamente, per motivi di spazio, non posso inserirne una spiegazione precisa e dettagliata, ma posso riportarvi la spiegazione che mia madre, che aveva giocato una sola volta in vita sua, diede a mio padre, che non aveva giocato nemmeno una sola volta in vita sua:
Lepre in salmì
Prendete dal frigorifero un’altra lepre e abbracciatela per qualche minuto, poi scuoiatela e incidete il ventre con un coltello e svuotatela del di dentro, togliete proprio tutto, visceri, organi interni e anche la pallina di carta che talvolta si annida sul fondo, quindi prendete una terza lepre e ripetete il procedimento, conservate però le interiora e usatele per riempire la lepre di prima. Questa terza lepre è invece libera di andarsene, perciò andate in giardino e posatela delicatamente a terra, lasciando che riprenda la sua vita selvatica. Tornate alla lepre ripiena, mettetela in forno a 50 gradi per un paio di settimane, poi non mi ricordo bene. Mangiate tutto molto rapidamente frantumando bene gli ossicini prima di inghiottirli.
L’uomo che scambiò il suo blog per un ansiolitico
Stessa cosa per la macchina. Una volta la mia macchina si chiudeva da sola, non so perché, ma io pensavo comunque che fosse una grande conquista tecnologica, soprattutto per quei disgraziati come me che tornano sempre indietro a controllare se l’hanno chiusa (come fanno quelli con le cabrio a possedere una cabrio? Io ci diventerei matto. Avrei continuamente paura che qualcuno la usi come cacatoio pubblico a cielo aperto, ma quando passo vicino a una cabrio incustodita nessuno l’ha usata come cacatoio, e allora non capisco). Poi ha smesso, senza avvertire. Un giorno arrivo e la trovo aperta e fine della tecnologia ansiolitica.
Tralascio l’ipocondria, che, va beh, e tralascio le fobie sociali e gli evitamenti fobici, tutti bei nomi per disturbi molto comuni e attualmente non troppo interessanti. Io ed Ema abbiamo invece riflettuto negli ultimi giorni su quel problema con certe regole che l’individuo si autoimpone per starsene tranquillo o evitare che accadano determinate tragedie, ad esempio, non so, uno che scende dal letto sempre con lo stesso piede perché altrimenti gli viene un cancro. Il disturbo in sé è abbastanza comune, ma sono divertenti i dettagli, le piccole idiozie che ognuno si sceglie per vivere serenamente, e che lo fanno sentire speciale (da eccentrico a malato il passo è molto breve, ma siccome è meno breve del passo da normale a noioso, c’è il caso che uno voglia correre il rischio. Non che sia una scelta, ad ogni modo). Le piccole, irrinunciabili esigenze di una mente inquieta vengono fuori per caso, anche dopo molto tempo che si frequenta un soggetto. Il manuale sottolinea come spesso questi comportamenti siano tenuti nascosti perché provocano un senso di vergogna. Non è il mio caso, a dire il vero. Basti pensare al modo in cui Ema ha scoperto che ho un’idea tutta mia di come dovrebbero essere sistemati gli occhiali, nel momento in cui ha gentilmente chiesto di riporli:
Ema: come, così?
Chinaski: no, girali.
Ema: così?
Chinaski: no, apri anche l’altra stanghetta.
Ema: ma…
Chinaski: ecco. Ora tirali un po’ su.
Ema: …
Chinaski: ruotali.
Ema: per caso ti va di parlarne?
Felicità negativa
Alcune cose stupide del mondo del calcio
Albert: uh-oh, davvero?
Pauline: c’è qualcosa che mi vuoi dire al riguardo?
Albert: ehm, veramente sono molto impegnato, adesso.
Pauline: hai nove anni, Albert, che impegni vuoi avere?
Albert: ah, ehm… sì, certo.
Pauline: ma perché conservarla, mi chiedo.
Albert: era solo, ecco… solo una… ricerca scolastica.
Pauline: è una cosa schifosa. Non farlo più, intesi? Mai più.
Albert: certo, ehm, certo, però ora devo proprio scappare.
Pauline: sì, ma torna per le otto.
Albert: ma vedi, il tempo…
Pauline: non rifilarmi le tue stronzate, Albert. Alle otto o ti faccio il culo nero.
Eccitante, no? No. Tollerabile? Bah. Una domenica, due, tre. Un campionato. Due. Tre. Ma vent’anni… e poi trenta, una vita sempre lì a discutere della gamba strisciata e della maglietta che si allarga. Avanti e indietro con ‘sto cazzo di fotogramma. Avanti e indietro, tic toc, tic toc, movimento sostitutivo del coito. Alla fine non ne puoi più e preghi per il lunedì, ma il lunedì esci e ti rendi conto che non basta, che non è finita, perché poi girano per il mondo, tutti questi microtelevisorini antropomorfi, e continuano a parlare della stessa cosa, il piede che striscia, la maglietta, il fallo che cominciava prima, e litigano, s’incazzano, e alla fine concludono reciprocamente che non capiscono niente di calcio. Bon.
La seconda cosa stupida è il fair play e se sento dire anche solo un’altra volta che dovremmo prendere esempio dagli inglesi, che applaudono anche quando perdono, vomito. Che poi, dai, i tifosi inglesi sono un popolo notoriamente sportivo: hanno solo il maggior numero di tifosi morti calpestati e spiaccicati contro le reti di tutto l’universo. Che sarà mai? Per non parlare dell’abitudine di andare allo stadio con una concentrazione di quattro grammi di sangue per litro di alcol. E comunque chi se ne frega, cazzo: il fair play è roba da pervertiti. Che significa che dovrei applaudire se perdo? E se vinco cosa dovrei fare? Eiacularmi addosso? Quand’è che mi devo fermare nel mio gioire per essere stato il peggiore in campo? O non mi devo fermare proprio? Dovrei agognare la sconfitta? Da qui, come un menù a tendina che sgocciola miseria, viene tutta una deontologia della schiappa: buttare la palla fuori se l’avversario è a terra per consentire i soccorsi; restituire la palla; applaudire perché la palla è stata restituita; non fare gol se il portiere avversario non può parare (per forza che gli avversari ti vengono a stringere la mano, dopo, coglione); aspettare a fine partita gli avversari che mi hanno appena rifilato quattro pappine e fargli pure i complimenti. Oh, come siete stati bravi a farmi il culo davanti ai miei tifosi, perché ora non mi infilate una bandierina del calcio d’angolo nel sedere? Oh, sì, sì, così. Questa è mia moglie, vi piace? Perché non vi sbattete anche mia moglie?
Da non credere. Attenti, però, perché poi c’è una degenerazione naturale, in queste cose. Prima non segni perché il portiere è a terra. Poi non segni perché il portiere non era pronto, poi perché è scarso e perderebbe il posto. Poi non segni perché dare i calci al pallone è sbagliato, povero pallone. Poi ti siedi e smetti di respirare, perché respirando respireresti batteri e il tuo sistema immunitario poi dovrebbe ucciderli. Oh, sì, ma perché non promuovono il fair play del sistema immunitario, che applaude le malattie mentre le guarda mentre ti mangiano dal di dentro?
Ok.
La terza cosa stupida del calcio sono le interviste, ma questo è noto (le squadre sono tutte forti, tutte temibili, adesso dobbiamo giocare tre finali, cinque finali, trentotto finali, siamo tutti titolari, ci hanno messo in difficoltà, non parlo dei singoli e non parlo degli arbitri e non parlo del pallone e delle porte. Oggi vorrei parlarvi della mia povera nonna, invece. O di musica). Non so. Andrebbero comminate due giornate di squalifica a chi dice stronzate. Prima di Inter-Cagliari l’allenatore dell’Inter dice che bisogna tenere alta la concentrazione e che il Cagliari è una squadra temibile? Sarà anche vero, ma così, a noi telespettatori, ci cadono le palle. Due giornate. Perché non dice quello che pensa e la facciamo finita? Dovremmo dargli quattro pere, di regola. Ma mi sa che mi sono portato sfiga. Avrebbe senso ascoltarli, se non altro. Per risolvere questo problema basta togliere l’audio. Io tolgo sempre l’audio e dico quello che andrebbe detto, tipo ventriloquo, e poi rido molto ed è un peccato che io sia solo nel mio salotto.
Infine, il rifiuto di tenere un video a bordo campo per dare un’occhiata di due secondi alla palla, se era entrata o meno, o al piede, se era dentro o fuori, come sapientemente espresso nella famosa opera “Il mondo del calcio nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, di M. Mosca.
Il padre di tutte le carogne

Meccanica razionale, vol. 2
Nuovo meccanico: sì?
Chinaski: volevo sapere se è pronta la macchina.
Nuovo meccanico: ah, sì.
Chinaski: risolto quel problema?
Nuovo meccanico: mah, sembra di sì.
Chinaski: e qual era il problema, esattamente?
Nuovo meccanico: beh, non ci crederà, ma c’era un nido di topi nel motore.
Chinaski: ci credo benissimo, invece.
Nuovo meccanico: ah, sì? Beh, forse dovreste mettere del veleno.
Chinaski: ah, però. Non ci avevamo proprio pensato. A noi piace avere i nidi di topi dentro i motori delle macchine. Anzi, li mettiamo apposta, ci fanno guadagnare quei due o tre decimi nel misto. Io, poi, mi faccio sempre controllare il livello dei topi, prima di partire per un viaggio, e comunque i topi vengono sempre buoni, no? Ad esempio quando ti si spiaccicano i moscerini contro il parabrezza: tiri la leva e spruzzi sette-otto topi e poi li spalmi bene con i tergicristalli, così viene pulito che è una meraviglia. Sì, sì, non so come farei senza i miei nidi di topi nel motore.
Nuovo meccanico: …
Chinaski: non li avrà mica tolti, eh?
Medicina online
Adesso, grazie al cielo, c’è internet. A internet puoi fare tutte le domande che vuoi. Internet non sbuffa e non ti guarda come se fossi pazzo. Perché tu non sei pazzo. Tu hai solo un rigonfiamento mobile e intermittente, un rigonfiamento subdolo, che scompare ogni volta che ti presenti dal medico e ricompare in un altro posto appena rientri nel tuo soggiorno. Hai pensato che, forse, era colpa dell’aria del tuo soggiorno. Forse è l’amianto o qualche altra microparticella che ti avvelena di ora in ora, lentamente, e che intorno agli ottanta-ottantacinque anni ti farà crepare, ma quando hai chiamato quella ditta per farti analizzare l’aria di casa perché sentivi una densità sospetta, loro ti hanno detto “apra la finestra”, che non era proprio la risposta desiderata. E di certo non è quella che ti ha dato internet. Oh, no. Internet ti capisce. Tu inserisci una minuziosa chiave di ricerca, elencando precisamente quello che hai e quello che senti, tipo “gonfiore collo formicolio naso dolore al mattino alito che sa di sciroppo" più già una mezza idea su quello che vorresti che fosse “niente tranquillo mangia più cioccolato” e internet ti risponde, riuscendo non si sa come a trovare un altro imbecille che ha già fatto le tue domande a un sito di medici specializzati in otorinolaringoiatria e corse di cani, i quali hanno risposto “si faccia vedere da uno specialista ma tenga presente che il tumore al fegato non si manifesta con un dolore al gomito”. E se non trovi il sito di medici, allora trovi i forum. Ah, che meraviglia: persone convinte di avere tumori alla stanghetta degli occhiali che fanno domande inverosimili a persone convinte di avere una laurea in medicina perché hanno appena ordinato il cofanetto di Grey’s anatomy.
Su internet ogni sintomo è indice di tutte le malattie conosciute. E anche l’assenza di qualsiasi sintomo. Per non parlare del fatto che tu non ci capisci niente, di sintomi, e infatti cerchi per quattro giorni “gonfiore alla parotide” e ti convinci di avere una rara parotite causata da citomegalovirus ma senza febbre, senza dolore, senza gonfiore alla parotide e senza virus, e nel frattempo qualcuno dovrebbe farti notare che non c’è la parotide, lì dove tocchi, ma il pomo d’adamo. Che, sì, è mobile. Ed è un bene. Comunque, finalmente convinto di esserti correttamente autodiagnosticato il tuo morbo, torni dal medico, ti rifai la trafila di bozzi espettoranti (scoprirai solo quando sarai vecchio che sono vecchi meccanici: dopo un po’ si fermano e gli devi mettere nell’orecchio una monetina da un euro), entri con espressione funebre e, forte della laurea in medicina che ti sei appena scaricato, gli descrivi nel dettaglio quello che sta succedendo al tuo corpo:
Chinaski: dunque. Ho un gonfiore qui al collo…
Dottore (alzandosi): sentiamo.
Chinaski: resti seduto!
Dottore: …
Chinaski: mi scusi. È che non voglio che mi tocchi: è così che trovate i malanni. Dunque. Ho un gonfiore al collo. Potrebbe essere [segue elenco novantacinque linfomi differenti], ma osservando questo esame [porge esame diagnostico dalla non meglio precisata provenienza] penso che sia plausibile puntare su [segue elenco di malattie rare che colpiscono soltanto mucillagini], almeno stando alla reazione che ho avuto prendendo [segue elenco di farmaci di contrabbando assunti con il consulto di un forum sovietico]. Che ne pensa?
Dottore (osservando la stampa): che roba è questa?
Chinaski: è un’ecografia che mi sono fatto con lo scanner.
Dottore: forse dovremmo fare esami più accurati.
Chinaski (appoggiando un barattolino sulla scrivania): tenga presente che le mie feci hanno un retrogusto di ribes.
Dottore: capisco. Senti… [scribacchia qualcosa su un foglietto] prova con questo…
Chinaski (esaminando il foglio): ma qui c’è scritto solo Grande Imbecille.
Dottore: è solo un’ipotesi.